“«Il Furioso si ritrova per tutto». Un secolo di letture e riscritture (1545-1645)” di Francesco Lucioli

Prof. Francesco Lucioli, Lei è autore del libro «Il Furioso si ritrova per tutto». Un secolo di letture e riscritture (1545-1645), edito da Carocci: quale fortuna arrise, sin dalla sua pubblicazione, al capolavoro di Ludovico Ariosto?
«Il <em>Furioso</em> si ritrova per tutto». Un secolo di letture e riscritture (1545-1645), Francesco LucioliFin dalla pubblicazione della prima redazione (1516), e poi ancor più a seguito della stampa della seconda (1521) e soprattutto della terza redazione (1532), l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto ha avuto uno straordinario successo, dapprima in Italia, e quindi nel resto d’Europa. Tale fortuna è attestata, anzitutto, dal numero straordinario di edizioni del poema immesse sul mercato editoriale in particolare tra XVI e XVII secolo. Nel corso del tempo tali edizioni si arricchiscono di numerosi apparati paratestuali (vite di Ariosto, allegorie e riassunti premessi ai canti, raccolta delle fonti e degli interventi correttori, incisioni xilografiche sempre più complesse, etc.) che di fatto offrono anche esercizi di lettura ed esegesi, orientati ad offrire un’immagine di Ariosto ora inteso quale autore classico, ora interpretato quale scrittore moderno. Nel libro vengono analizzati nello specifico gli argomenti in ottava rima premessi ai canti del poema, ossia le stanze con cui vengono riassunti i principali argomenti dei singoli canti. Tra 1556 e 1568, cioè in appena dodici anni, vengono pubblicate cinque diverse serie di stanze di argomento del Furioso a firma di Scipione Ammirato, Livio Coraldo, Giovanni Andrea dell’Anguillara, Giovanni Mario Verdizzotti, Lodovico Dolce; a queste vanno poi aggiunte altre due serie di stanze, che non figurano come paratesti del Furioso bensì, le une, come apparato di un commento al romanzo, le Bellezze del Furioso di Orazio Toscanella (1574); le altre, come volumetto indipendente intitolato Argomenti del Furioso di M. Lodovico Ariosto del notaio Leonardo Colombino (1584). Si tratta di esercizi di virtuosismo poetico, perché un intero canto viene riassunto in un’unica stanza; ma si tratta al tempo stesso di strumenti di analisi e interpretazione dell’opera, della quale gli autori di argomenti selezionano i passaggi ritenuti i più significativi, spesso sulla base dei propri gusti e interessi, per offrire al pubblico personali letture del poema. Le opere di Toscanella e Colombino, a loro volta, si presentano come rappresentazione concreta delle due forme di ricezione dell’opera ariostesca individuate da Klaus Hempfer nel suo Letture discrepanti. La ricezione dell’Orlando Furioso nel Cinquecento. Lo studio della ricezione storica come euristica dell’interpretazione (Panini, Modena, 2004): da un lato la ricezione «esplicita» del Furioso, affidata a trattati e dialoghi (come le Bellezze di Toscanella, ma anche la Spositione di Simone Fornari o le Osservationi di Alberto Lavezuola) che ne definiscono teoricamente lo statuto di romanzo cavalleresco in relazione all’epica e alla riscoperta della Poetica aristotelica; dall’altro lato la ricezione «produttiva» o «creativa», fatta di continuazioni della materia ariostesca da parte di più o meno abili epigoni, di traduzioni in lingua così come in dialetto, ma anche da una straordinaria varietà di forme e generi letterari: excerpta, centoni, tramutazioni, riscritture spirituali, adattamenti in latino, travestimenti parodici. Una letteratura qualitativamente benché non quantitativamente inferiore rispetto alla letteratura “alta” dei teorici, dei poligrafi, anche di alcuni imitatori, una pubblicistica spesso “minore”, che testimonia di una ricezione “popolare” del Furioso, da intendersi però in relazione alla sua ampia circolazione, e non in funzione di uno specifico pubblico di riferimento.

A quali letture e riscritture fu sottoposto, nell’Italia del Cinque e Seicento, il poema ariostesco?
Come osservato, la varietà di letture e riscritture a cui l’Orlando furioso è sottoposto tra Cinquecento e Seicento è molto ampia, e impossibile da perimetrare nella sua complessità. Qualche anno fa ho avuto modo di dedicare un intero volume ad una forma specifica di riscrittura del poema, ossia le tramutazioni (Tramutazioni dell’Orlando furioso. Sulla ricezione del poema ariostesco, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2020). Si tratta di forme di adattamento poetico che replicano il modello delle glosas spagnole: nella riscrittura ogni verso della fonte viene riprodotto, talvolta con minime varianti formali, nel medesimo ordine in cui compare nell’originale e collocato in posizione fissa in conclusione di ciascuna strofa della tramutazione, all’interno della quale risulta perfettamente coerente da un punto di vista logico, sintattico e metrico; nelle tramutazioni, così come nelle glosas, i versi della fonte sottoposta a riscrittura, seppur decontestualizzati dalla collocazione originaria, non perdono il loro significato, che viene anzi in certo qual modo dilatato e amplificato dalla collocazione all’interno di una nuova strofa creata appositamente quale estensione della stanza originale. Nel volume sono pubblicati e analizzati cinquantotto esempi di tale forma di adattamento del poema. Per studiare questi materiali mi sono però imbattuto in tante altre forme di lettura e riscrittura del Furioso, che in questo nuovo libro ho provato a raccogliere e indagare seguendo alcune delle modalità di fruizione del poema descritte da Giuseppe Malatesta nel primo ragionamento del suo dialogo Della poesia romanzesca, overo delle difese del Furioso, pubblicato a Venezia nel 1589. Malatesta sostiene infatti che «il Furioso si ritrova per tutto», perché ne vede leggere o ne sente discutere, cantare o recitare stanze e versi nelle corti, nelle piazze, nelle ville, nelle capanne, nelle scuole, nelle accademie, da parte di donne e uomini, laici e religiosi, prostitute e nobildonne, viandanti e uomini d’armi. Ricorrendo alle osservazioni di Malatesta come ad una bussola utile per orientarsi in una produzione tanto vasta quanto difficile da dominare nella sua varietà, ho preso in considerazione quattro tipologie di lettori (cortigiani, gentiluomini, gentildonne e religiosi) e altrettante forme di riscrittura (in forma di compendio, di ercolana, di adattamento in latino e in parodia) del Furioso, per ripercorrere un secolo esatto della sua circolazione, tra 1545 e 1645.

Quali erano i lettori del poema ariostesco?
Nella prima parte del volume, come accennato, vengono prese in esame diverse tipologie sociali di lettori del Furioso. Si inizia dai cortigiani, uomini e donne, che nel 1545, in occasione dell’Epifania, organizzano a Milano un gioco che prevede l’associazione di cinquantasei motti di carattere volutamente faceto, tratti soprattutto da distici finali dell’Orlando furioso, ad altrettanti membri illustri della vita politica e militare della città (cap. 1; il testo dei motti che costituiscono il gioco, conservato in un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, è pubblicato in appendice al capitolo). Si prosegue quindi con i gentiluomini che continuano a giocare con il poema nei tornei, nei cartelli e nei manifesti di sfida, e a cui è principalmente rivolta la letteratura su onore e duello che, tra Cinque e Seicento, ricorre in modo significativo a citazioni tratte dal Furioso, testi come il Trattato  nel quale col mezo di cinquanta casi vien posto in atto prattico il modo di ridurre a pace ogni sorte di privata inimicitia nata per cagion d’honore dell’accademico Intento Giovanni Battista Olevano, i Discorsi cavallereschi dell’erudito milanese Francesco Birago e Delle considerationi et dubitationi sopra la materia delle mentite et offese di parole del filosofo bolognese Camillo Baldi (cap. 2). Ci si sofferma poi sulle gentildonne, a cui è generalmente preclusa o sconsigliata la lettura del poema, e che pur trovano continui rinvii all’opera nella letteratura sulla condotta muliebre e nei testi sulla querelle des femmes, come le opere di Lodovico Domenichi, Giovanni David Tomagni, Cesare Barbabianca, Giuseppe Passi, Lucrezia Marinelli, Pietro Andrea Canonieri, Lucrezio Borsati, Isabella Sori (cap. 3). Conclude la prima parte del volume un esame dell’utilizzo del poema da parte dei religiosi che, pur spesso condannandone la conoscenza, riprendono personaggi o versi del Furioso per illustrare i precetti della fede in manuali di catechismo e prontuari per la predicazione: in tale contesto vengono presi in esame, in particolare, i Dialoghi di varia lezione, pubblicati a Firenze nel 1638 dal sacerdote di origine bergamasca Giovan Battista Arrigoni, un dialogo che ha per protagonisti Angelica e Rodomonte, insieme alla Perseveranza; e quindi viene discussa la presenza del Furioso nella silloge manoscritta di Detti poetici italiani per materie predicabili allestita dall’agostiniano bergamasco Donato Calvi (cap. 4).

Che forme assunse la riscrittura del poema?
Nella seconda parte del volume vengono analizzate, come ricordato, quattro forme di riscrittura del Furioso. Anzitutto vengono prese in esame le già citate ottave di argomento che precedono i canti come apparati paratestuali di fortunate edizioni e commenti al poema, compendi che non si limitano a riassumere in una stanza il contenuto di un intero canto, ma offrono spunti di interpretazione più o meno in linea con la coeva produzione esegetica (cap. 5). Segue un’indagine sulle ercolane basate sul i canto del Furioso, riformulazioni musicali di carattere popolare, che dialogano con altre forme di riscrittura del medesimo canto (cap. 6; le due ercolane oggi note sono pubblicate in appendice al capitolo). Il terzo capitolo della seconda parte è incentrato sulle latinizzazioni, le traduzioni latine del poema, riprese per lo più parziali di selezionate stanze che si presentano come veri e propri adattamenti finalizzati ad offrire differenti prospettive di lettura, in continuità con i principali commenti al testo (cap. 7). Conclude il volume l’analisi della parodia di tutte le stanze incipitarie dei canti del Furioso che si legge nel poemetto di Geronimo Rasore intitolato Li trofei del mal francese tramutati dalle prime stanze de’ canti dell’Ariosto, componimento stampato a Milano nel 1645, ma già ampiamente diffuso in forma manoscritta, in cui tutte le prime stanze del Furioso sono riscritte parodicamente per trattare di sifilide (cap. 8; un’edizione del testo è offerta in appendice al capitolo).

Tra le varie forme di riscrittura del poema, vi furono anche sue latinizzazioni integrali o parziali: chi ne furono gli artefici e con quali finalità?
Nel Breve discorso in difesa dell’Orlando furioso pubblicato in appendice al suo Trattato sopra le imprese (1580), Francesco Caburacci afferma che l’Orlando furioso «per più volar lontano [ha] cominciato a vestirsi ancho delle penne latine». La lingua latina risulta cioè veicolo che permette al poema ariostesco di “volare” ben oltre i limiti ristretti di una determinata lingua di arrivo. Allo stesso tempo, tuttavia, le latinizzazioni del Furioso testimoniano anche delle diverse strategie con cui un poema tanto complesso è riadattato per un pubblico ampio, per provenienza geografica e conoscenze, e si definiscono come vere e proprie riscritture finalizzate ad offrire letture del romanzo in linea tanto con la coeva ricezione critica, quanto con altre forme di adattamento. La prima traduzione latina integrale dell’Orlando furioso è pubblicata soltanto nel 1756 ad Arezzo dal patrizio locale Torquato Barbolani di Montauto; tra Cinque e Seicento si contano però numerosi esercizi di traduzione parziale. Tra i più interessanti si possono ricordare Rolandi Furiosi cantus cuiusque principia Latinitate donata, ossia una traduzione di tutte le ottave proemiali del poema, e Rolandi Furiosi liber primus Latinitate donatus, versione dell’intero I canto, entrambe composte da Visito Maurizio e stampate a Osimo nel 1570. Su una selezione di stanze proemiali del poema si fondano anche i Moralia quaedam Ludovici Ariosti celeberrimi apud Italos poetae in versus heroicos Latinos conversa, opera che Volrad von Plessen, consigliere dell’elettore Federico IV, pubblica nel 1588 in appendice alla latinizzazione delle Cinquante quatrains, contenant préceptes et enseignements utiles pour la vie de l’homme dell’umanista Guy du Faur de Pibrac. Se apparentemente possono sembrare affini, per la scelta di concentrarsi sulle sole stanze iniziali, a ben guardare le traduzioni di Visito Maurizio e Volrad von Plessen risultano molto distanti per il tipo di interpretazione del poema che intendono veicolare. La distanza è in fondo la stessa che intercorre tra l’edizione del Furioso pubblicata da Gabriele Giolito nel 1542 e quella stampata da Giovanni Andrea Valvassori nel 1553. Se la traduzione di Maurizio, ricca di richiami alla latinità, intende infatti leggere il Furioso alla stregua di un poema classico, Volrad von Plessen vuole invece promuoverne una lettura eminentemente morale, finalizzata a fare di Ariosto un autore moderno. Sul finire del secolo, ossia nel 1599, vedono la luce anche le Metaphorae ex Ludovico Ariosto, sub numeris Latinitati redditae del nobile veronese Antonio Dionisi. Così come le traduzioni precedenti, anche quella di Dionisi dialoga direttamente con gli apparati paratestuali delle edizioni cinquecentesche del Furioso: in questo caso, non con le allegorie o le osservationi miranti ad offrire letture (classiche, epiche, morali, religiose) del poema, bensì con paratesti come la Dimostratione delle comparationi allestita da Dolce, una raccolta delle similitudini del poema e delle loro fonti classiche che segue l’opera già a partire dall’edizione Giolito del 1542. Alle soglie del Seicento, anche Dionisi dimostra dunque un profondo ed indissolubile legame con le modalità di lettura ed interpretazione con cui il Furioso veniva offerto ai lettori fin dagli anni Quaranta del XVI secolo.

Francesco Lucioli insegna Letteratura italiana presso Sapienza Università di Roma ed è Adjunct Lecturer presso University College Dublin. Suo principale campo di ricerca è la letteratura italiana di età umanistico-rinascimentale, sul doppio versante italiano e latino. È autore dei volumi Amore punito e disarmato (2013), Jacopo Sadoleto umanista e poeta (2014), Tramutazioni dell’Orlando furioso (2020), «Il Furioso si ritrova per tutto» (2024). Ha inoltre curato le edizioni moderne dell’Aedificatio Romae di Giuliano Dati (2012) e dei trattati sulla condotta muliebre del Cardinale Agostino Valier (2015).

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