Primo grande successo di Luigi Pirandello, il romanzo Il fu Mattia Pascal (1903) fu pubblicato a puntate sulla rivista “Nuova Antologia” e di seguito in volume. Cinema, teatro e fumetti hanno reso omaggio a questo grande capolavoro in cui Mattia Pascal è protagonista e narratore. Al suo interno è facile riconoscere i temi principali della poetica pirandelliana: l’umorismo che connota la realtà – dietro la cui vena paradossalmente comica si nasconde una triste amarezza –, le maschere che l’uomo indossa a seconda dei punti di vista e delle persone a cui si rapporta, l’idea della trappola che ingabbia in fissati confini, come la famiglia e il lavoro, impedendo di esprimere liberamente la propria identità. Tutto questo e molto altro si percepisce dalle pagine di quest’opera, che è la più iconica dello scrittore siciliano.

«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
– Grazie, caro. Questo lo so.
– E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
– Io mi chiamo Mattia Pascal».

Mattia Pascal vive a Miragno, dove il padre – che aveva fatto fortuna al gioco – ha lasciato in eredità una miniera di zolfo a lui, a suo fratello e a sua madre. Ma la vedova sceglie di dare in gestione l’eredità del marito a Batta Malagna, amministratore poco onesto che deruba giorno per giorno la famiglia Pascal. In realtà, i due giovani figli non sono in grado di occuparsi di quel patrimonio perché troppo impegnati a divertirsi. Lo stesso Mattia mette incinta la nipote di Malagna che lo costringe a sposarla per porre rimedio all’offesa. Pertanto, il giovane Pascal è costretto a lavorare come bibliotecario e a vivere in casa insieme alla suocera, una donna cattiva che rende la convivenza insopportabile.

Avvilito da una serie di tristi vicende, in particolare dalla morte delle sue due bimbe (una muore alla nascita e una ad un anno d’età) decide di partire per Montecarlo e tentare la fortuna al gioco. Detto fatto: alla roulette vince una considerevole somma di denaro e decide di tornare a casa dove proverà a riscattarsi agli occhi del paese e a vendicarsi dei soprusi della suocera. Sulla via del ritorno, però, legge qualcosa che lo lascia senza parole: scopre di essere stato identificato con un uomo che si è tolto la vita e il cui cadavere ritrovato nella roggia di un mulino è ormai riconoscibile. Si legge che il Pascal, scomparso da molti giorni, si sia suicidato per dissesti finanziari.

Lo sgomento iniziale si trasforma ben presto in occasione: abbandona la sua vecchia identità e le convenzioni che lo intrappolavano per trasformarsi in Adriano Meis. Inizia a viaggiare in Italia ed Europa e poi si trasferisce a Roma, dove affitta una casa dal signor Paleari. Ma l’assenza di documenti inizia a provocare dei problemi: non può sposare la donna di cui si è innamorato, non può denunciare torti subiti. Per questo decide di inscenare un suicidio e di tornare a casa con una sorta di “resurrezione” di recupero. Lasciato il suo bastone e il suo cappello vicino a un ponte del Tevere, ritorna a Miragno sotto il nome di Mattia Pascal.

«Ed ecco, ora, dopo essermi aggirato per due anni, come un’ombra, in quella illusione di vita oltre la morte, mi vedevo costretto, forzato, trascinato peri capelli a eseguire su me la loro condanna. Mi avevano ucciso davvero! Ed esse, esse sole si erano liberate di me… […] Ma sì! ma sì! Io non dovevo uccider me, un morto, io dovevo uccidere quella folle, assurda finzione che m’aveva torturato, straziato due anni, quell’Adriano Meis, condannato a essere un vile, un bugiardo, un miserabile; quell’Adriano Meis dovevo uccidere, che essendo, com’era, un nome falso, avrebbe dovuto aver pure di stoppa il cervello, di cartapesta il cuore, di gomma le vene, nelle quali un po’ d’acqua tinta avrebbe dovuto scorrere, invece di sangue: allora sì! Via, dunque, giù, giù, tristo fantoccio odioso! Annegato, lì, come Mattia Pascal! Una volta per uno!».

Nel giro di due anni, tutto quello che aveva lasciato però è cambiato: sua moglie ha sposato un vecchio amico da cui ha avuto una figlia e la comunità lo esclude. L’ordine sociale da cui ha voluto scappare adesso lo isola definitivamente. Gli eventi lo portano a tornare a lavorare in biblioteca, a condurre una vita isolata e ad andare a far visita alla propria tomba, quella del “fu Mattia Pascal”.

Nella Premessa seconda (filosofica) il protagonista decide di mettere per iscritto la sua strana vicenda su consiglio dell’amico bibliotecario, don Eligio: Mattia lascerà il manoscritto nella biblioteca dove aveva lavorato con l’obbligo però di aprirlo soltanto cinquant’anni dopo la sua terza, ultima e definitiva morte. La prima morte è quella che lo vede morto suicida nel mulino, la seconda quella in cui passa a miglior vita il suo alter ego Adriano Meis. E la terza, quella reale.

«Nulla s’inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o men profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono esser vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarne la realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!».

In questo racconto, che è costruito come un lungo grande flashback, ogni personaggio ha ruolo chiave ed emerge chiaramente la teoria pirandelliana della “lanterninosofia”, secondo cui, a differenza del mondo vegetale, privo di sensibilità, l’essere umano ha la sfortuna di avere coscienza della propria vita, con la conseguenza di subordinare la realtà esterna oggettiva a un sentimento interno della vita, caratterizzata da ingannevole mutevolezza.

«E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo credere vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?».

Angelica Sicilia