Il filoarabismo nero. Note su neofascismo italiano e mondo arabo (1945-1973), Beatrice Donati, Elisa D’Annibale, Veronica De SanctisDott.sse Beatrice Donati, Elisa D’Annibale e Veronica De Sanctis, Voi siete autrici del libro Il filoarabismo nero. Note su neofascismo italiano e mondo arabo (1945-1973) pubblicato da Edizioni Nuova Cultura: quale evoluzione subì la politica estera del MSI, dalla fondazione del partito fino ai primi anni Settanta?
Veronica De Sanctis: Dopo la seconda guerra mondiale la diplomazia italiana individuò come suo compito prioritario il superamento della condizione di minorità nella quale il Paese era stato relegato a seguito della sconfitta. In questo contesto si mossero anche i movimenti neofascisti sorti all’indomani della fondazione della Repubblica. Tra questi vi era il Movimento Sociale Italiano (MSI), che cercava di coniugare l’eredità del Ventennio con l’ingresso a pieno titolo – in virtù dell’accettazione dei principi di legalità e democrazia – nella vita della nuova Italia repubblicana, nonostante l’avversione delle ali radicali del partito. Sin dalla sua genesi, i dirigenti del MSI intesero confrontarsi con il governo italiano in politica estera principalmente sulla revisione del trattato di pace, stipulato nel febbraio 1947, sulla rivendicazione delle ex colonie e su una politica di amicizia con i popoli mediterranei e con quelli arabi. Tali istanze si tradussero in una posizione isolazionista definita come “neutralismo debole o atlantismo negato”, che esulava dalla logica dei due blocchi che si stava affermando sul piano internazionale, opponendosi alla nascita del Patto Atlantico, siglato nel 1949. Soltanto a seguito della nomina a segretario di Augusto de Marsanich, che sancì il prevalere nel partito dell’ala moderata, il MSI nel novembre 1951 cambiò prospettiva sul Patto Atlantico.

La prospettiva del MSI, che considerava l’area mediterranea e mediorientale centrale per sviluppare una politica estera autonoma e indipendente, fu innanzitutto influenzata dalla lotta egiziana all’imperialismo britannico, finalizzata sia a ottenere una completa indipendenza sia a presentare l’Egitto come nazione guida nel risveglio del mondo arabo. Tutte le anime del partito missino condivisero la critica alla politica imperialista inglese, giudicata responsabile del profondo deterioramento dei rapporti tra l’Occidente e il mondo arabo, di cui la creazione dello Stato d’Israele veniva considerata emblematica. Inoltre, l’urgenza di ripristinare il ruolo egemonico italiano in quell’area fu alimentata dall’esigenza di bilanciare la strategia sovietica verso la regione, che in quegli anni si materializzò nella fornitura di armamenti all’Egitto di Nasser da parte della Cecoslovacchia in cambio di cotone. Tuttavia, la linea del leader egiziano fece emergere all’interno del partito differenti orientamenti tra quanti vedevano nell’accordo solamente la conseguenza del rifiuto occidentale di una collaborazione militare con l’Egitto e coloro che, invece, interpretavano la scelta nasseriana come un chiaro segnale di sganciamento dall’Occidente.

A inasprire la situazione, nel luglio 1956, concorse la decisione presa dai governi statunitense e britannico di non concedere all’Egitto i fondi precedentemente promessi per la costruzione della diga di Assuan. A fronte di tale rifiuto Nasser nazionalizzò il canale e si aprì una fase di intensa crisi culminata nella guerra fra Israele, Gran Bretagna, Francia ed Egitto. Sebbene, gli ambienti missini fossero solidali in modo pressoché unanime con l’Egitto, impegnato contro l’imperialismo europeo, i giudizi relativi al mondo arabo espressi nel MSI cambiarono progressivamente per effetto dell’evoluzione prodottasi nel contesto mediorientale, in seguito alla crisi di Suez. Le componenti moderate del partito mal tollerarono che la circolazione attraverso il Canale fosse sottoposta al ricatto egiziano e temettero la crescente influenza sovietica sull’Egitto. A esclusione dell’anima più radicale del partito, quella di «Ordine Nuovo», l’atteggiamento filo-arabo che aveva contraddistinto il MSI sin dall’inizio perciò cambiò in modo sostanziale in occasione della guerra dei Sei Giorni. L’esito della guerra lampo suscitò l’entusiasmo di quasi tutto l’ambiente neofascista, impressionato dalla capacità militare del giovane Stato israeliano, ritenuto un «baluardo verso l’espansione del comunismo».

Negli anni compresi tra il conflitto del 1967 e la guerra del Kippur, il partito missino continuò a improntare la sua politica estera alla tutela degli interessi nazionali, con particolare attenzione al Mediterraneo, senza tuttavia fuoriuscire dalla logica dell’Alleanza Atlantica e della realizzazione a livello regionale della costruzione europea. Nello scacchiere del Medio Oriente proprio durante la guerra del 1973, il MSI, ora MSI-Dn, confermò l’allontanamento dalla precedente politica filoaraba, rafforzando il proprio sostegno al fronte israeliano.

Come si espresse il filoarabismo della corrente spiritualista, animata dalle teorie di Julius Evola, dalla dissidenza interna fino alla nascita del Centro Studi Ordine Nuovo e alla conseguente fuoriuscita dal Partito?
Elisa D’Annibale: La posizione della corrente spiritualista in relazione al mondo arabo fu tutt’altro che coerente nel tempo principalmente a causa dell’influenza di Evola. I giovani spiritualisti iniziarono, tra il 1949 e il 1950, ad approcciarsi alla filosofia evoliana, soprattutto ai concetti di Tradizione, di razzismo spirituale e all’analisi della società arabo-islamica, tesi esposte nel volume Rivolta contro il mondo moderno del 1934. Queste teorie servirono agli spiritualisti per decodificare il presente, in particolare in relazione al mondo arabo. Andando per ordine, i cosiddetti “figli del sole”, con a capo Enzo Erra e Pino Rauti, rimasero inquadrati all’interno dell’Msi fino al 1956. Prima di questa data iniziarono a nascere problemi tra i due leader riconosciuti e nel 1954 Rauti fondò il Centro Studi Ordine Nuovo. Pur rimanendo, dunque, ancora all’interno del partito, nacque, nel 1955, la rivista «Ordine Nuovo. Mensile di politica rivoluzionaria» che divenne, nel tempo, un’importante arma di propaganda tramite il quale gli ordinovisti ampliarono l’orizzonte delle loro riflessioni al contesto internazionale. Nel 1955, infatti, nel mensile si trovano due articoli a sostegno dell’Egitto di Nasser. Nell’esperienza egiziana iniziarono a vedere elementi di estrema positività: l’Egitto si stava impegnando a costruire un socialismo nazionale che, nella prospettiva geopolitica nasseriana, sarebbe dovuto diventare un vero e proprio socialismo panarabo, basato sui presupposti spirituali forniti dall’Islam. In questo appoggio si legge certamente l’influenza di Evola che aveva ampiamente elogiato la società arabo-islamica come potenzialmente predisposta al raggiungimento di una razza dello spirito pura. Questo appoggio andò poi a radicalizzarsi nel 1956: anno sia dell’uscita ufficiale di On dall’Msi, sia della nazionalizzazione del canale di Suez da parte dell’Egitto e della conseguente occupazione militare di Francia, Inghilterra e Israele. A questo punto Rauti e i suoi videro nell’Egitto, stretto nella morsa franco-anglo-sionista, una nuova linea del fronte contro i nemici di sempre e manifestarono la loro solidarietà nei confronti del popolo egiziano e del suo Rais. Occorre sottolineare che l’appoggio all’Egitto era figlio del profondo antisemitismo di On, generato certamente dalla teoria del razzismo spirituale di Evola. Questi infatti considerava gli ebrei come una non-razza, a causa della molteplice stratificazione etnica avvenuta nei secoli e per tale motivo andavano ad occupare l’ultimo gradino nella scala delle razze dello spirito. Questo violento antisemitismo portò dunque il gruppo a fornire un appoggio dichiarato alla politica panaraba sostenendo che la rivolta egiziana era osteggiata dai valori delle sinagoghe, dei parlamenti e delle logge e dunque dei nemici giurati della destra radicale. Tale posizione, però, non trovò l’appoggio di Evola che denunciò il pericolo di un avvicinamento tra il mondo arabo e quello sovietico.

Qualche anno dopo, a seguito di questo monito, davanti all’indipendenza algerina, nel 1962, On si schierò sul fronte opposto appoggiando i francesi contro il nazionalismo arabo-algerino. Risulta evidente dunque l’influenza del pensiero evoliano, come si leggerà in alcuni articoli pubblicati su «Ordine Nuovo».

In ultimo, troviamo la questione della guerra tra arabi e israeliani, nota come “Guerra dei sei giorni” del 1967. In questo caso gli odinovisti non ebbero alcun dubbio sulla scelta del fronte: scelta evidentemente non estranea all’antisemitismo del gruppo. Sostennero infatti apertamente il fronte arabo dando alle stampe, oltre al mensile, il periodo «Noi Europa», dove si trovano alcuni articoli di particolare interesse per comprendere l’appoggio alla causa araba. On sostenne, senza mezzi termini, che l’appoggio dei paesi occidentali alla politica israeliana avrebbe portato inevitabilmente gli arabi ad allearsi con Mosca. Nell’interpretazione data degli eventi, quella situazione era il risultato di un espansionismo ebraico i cui obiettivi erano globali e la cui conquista del mondo arabo sarebbe stata solo il primo passo. Criticando violentemente la nozione di ‘Terra Promessa’, Ordine Nuovo rifiutò ogni possibile giustificazione religiosa per il ritorno degli ebrei in Medio Oriente traducendo questa loro posizione in una critica violenta alle potenze occidentali filoisraeliane e dunque nell’appoggio incondizionato alla Palestina. La rivista denunciò dunque a più riprese il sostegno unilaterale dato, in particolare dagli Stati Uniti, alla causa israeliana e alla sua politica, a parer loro, «aggressiva, militarista e razzista». È dunque chiaro, anche in questo caso, quanto l’appoggio di Rauti e i suoi alla causa araba sia stato influenzato dalla base antisemita del gruppo: una base ideologica fornita dal maestro spirituale Julius Evola che riuscì dal tempo dei Far fino a On a influenzare sensibilmente le scelte politiche dei giovani neofascisti della fazione spiritualista.

Nel libro viene analizzata la pubblicistica neofascista, in particolare le riviste «L’Orologio», espressione della sinistra nazionale, e «Corrispondenza repubblicana», organo della Federazione nazionale degli ex combattenti della Rsi: quali posizioni assunsero in relazione al mondo arabo e al conflitto arabo-israeliano?
Beatrice Donati: Nel corso dei suoi dieci anni di esistenza, dal 1963 al 1973, «L’Orologio» rivendicò costantemente per l’Italia, per l’Europa e per tutti i popoli in lotta per la costruzione di Stati nazionali autonomi il diritto di «detenere – come scrisse il direttore Lucci Chiarissi – le chiavi della propria casa». Gli animatori di questo laboratorio della sinistra nazionale auspicarono la nascita di un terzo polo europeo, che potesse infrangere gli equilibri stabiliti a Yalta. L’emergere dei Paesi arabi come non allineati rappresentava quindi un potenziale elemento di crisi nel sistema dei due blocchi, in alternativa al quale l’Europa avrebbe potuto fare leva sul sostegno al mondo arabo per svincolarsi dal giogo statunitense, portando avanti una strategia autonoma e allontanando la prospettiva di un ingresso di questi Stati nello schieramento comunista.

Non desta meraviglia che, a due anni dalla morte, «L’Orologio» esaltasse di conseguenza anche il tentativo di Enrico Mattei di far assumere all’Italia, nel settore delle fonti di energia, una posizione autonoma rispetto a quella delle grandi compagnie petrolifere; una strategia che aveva indotto il presidente dell’Eni a sostenere gli Stati arabi in lotta per la sovranità economica.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, l’impostazione filoaraba fu ribadita con convinzione in occasione della Guerra dei Sei giorni, quando la rivista assunse una posizione affatto divergente da quella di gran parte dell’ambiente neofascista, rimasto affascinato – come ricordò Lucci Chiarissi nel suo Esame di coscienza di un fascista (1978) – «dalla capacità guerriera e dallo spirito nazionalistico di Israele». «L’Orologio» fece la fronda non in ragione di un presunto antisemitismo, ma per rigettare una tendenza secondo la quale, nel quadro del sistema dei due blocchi, si sarebbe sempre dovuta compiere una scelta di campo antitetica a quella dei comunisti e dell’Urss. Nel numero del giugno 1967, Lucci Chiarissi invitò infatti alla cautela, esprimendo la necessità di prendere posizione non sulla base dell’atlantismo o dell’anticomunismo, ma tenendo conto, in opposizione all’ordine di Yalta, degli interessi europei e, soprattutto, dei Paesi mediterranei.

Tra i periodici svincolati dal centralismo missino, nel corso del 1967, anche «Corrispondenza repubblicana» ricostruì in maniera attenta le evoluzioni del conflitto arabo-israeliano. Espressione di alcuni settori della Federazione Nazionale Combattenti della Rsi di Roma, il quindicinale era stato fondato l’anno precedente, nel 1966, accogliendo sulle sue colonne giovani militanti, spesso vicini al pensiero di Jean Thiriart e alle posizioni antimperialiste e terzaforziste di Giovane Europa, raccolti sotto la direzione di Romolo Giuliana. Sin dai primi numeri, i redattori avevano reso ben evidente l’inconciliabilità della propria posizione con quella della destra missina, attestata ormai su posizioni filoamericane giudicate incompatibili con l’indipendentismo europeo, antioccidentale e antisovietico, da loro invece auspicato. In linea con i canoni del fascismo di sinistra, ma anche con le tesi più recenti di Thiriart, la polemica antioccidentalista e antimperialista costituì uno dei maggiori Leitmotive della rivista.

Nel luglio del 1967, nel primo numero, ossia, dato alle stampe in seguito alla Guerra dei Sei giorni, il periodico rese chiara la propria posizione anti-israeliana, esprimendosi a favore dell’unità panaraba, intesa – anche in questo caso – come strumento di opposizione al sistema di Yalta.

A loro giudizio, il cammino verso l’unità dei Paesi arabi sembrava tuttavia aver subìto un rallentamento notevole a causa della gracilità della politica di Nasser, divenuta ormai «piccolo nazionalista» e quindi inadeguata a dare concretezza alla dottrina panaraba. Esclusa l’ipotesi di nuove operazioni militari, la linea politica di Nasser – deciso ora ad agire sul terreno diplomatico – mal si conciliava con gli ideali rivoluzionari che animavano invece la rivista. Come si sarebbe precisato mesi più tardi, la redazione era infatti convinta della necessità di una soluzione «di tipo vietnamita» del conflitto con Israele; di un’iniziativa rivoluzionaria, ovvero, che identificasse nella guerriglia il suo strumento più efficace.

Nella seconda metà del 1967, l’interesse di «Corrispondenza repubblicana» per il conflitto arabo-israeliano si andò tuttavia esaurendo. Dedicato sul finire dell’anno un ulteriore articolo alla politica di Nasser – di cui si pose ancora una volta in risalto lo slittamento nel moderatismo –, i redattori del periodico smisero infatti di porre sotto la propria lente le vicende mediorientali per impegnarsi attivamente, fin dagli albori del 1968, nel movimento studentesco.

Elisa D’Annibale ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “Sapienza”. È autrice di saggi sulla diffusione del pensiero di Ernst Jünger in Italia e sulla politica culturale del fascismo e del nazionalsocialismo in relazione ad alcuni istituti di cultura.
Veronica De Sanctis ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “Sapienza”. Si occupa di Grande Guerra e degli aspetti propagandistici, militari e culturali ad essa legati, sui quali ha pubblicato diversi articoli e contributi.
Beatrice Donati ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “Sapienza”. I suoi interessi vertono principalmente sulla Rivoluzione francese e sul Triennio repubblicano italiano (1796-1799).

image_pdfScarica in PDF

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link