“Il fazzoletto di Géricault” di Daniela Olivieri

Il fazzoletto di Géricault, Daniela OlivieriIl fazzoletto di Géricault
di Daniela Olivieri
Rossini Editore

Trama

Marie Claire, Doudou, Léontine, Thomas, Fantin, Felicien sono i sei personaggi in cerca di un pittore. Arrivati a noi dopo trecento anni grazie al pennello di Théodore Géricaut, gli alienati assumono una nuova forma nelle storie di Daniela Olivieri, docente e storica dell’arte. Legate dalla presenza costante del pittore francese, le vite di queste donne e uomini ne tratteggiano i lineamenti, inserendolo nel contesto sociale e politico della Francia a cavallo dell’Ottocento. Géricault sembrerebbe una figura marginale, in realtà la sua presenza trasforma i racconti in una fiction realistica, nella quale è proprio il ruolo di Théodore a conferire concretezza al romanzo. Sì, un romanzo, e non una semplice raccolta di racconti: come i quadri sono stati inseriti in un ciclo unico per raccontare un’idea attraverso molti sguardi, così le storie della Olivieri assumono una forma corale e inscindibile nel tratteggiare l’arte di un uomo mediante il contesto sociale nel quale è vissuto. Lo stesso titolo, Il fazzoletto di Géricault, rimanda a un particolare piccolo e apparentemente insignificante, un «fazzoletto da collo in seta verde, […] souvenir modaiolo del suo recente viaggio in Inghilterra», ma sta proprio nell’elemento più improbabile il fulcro per comprendere e capire una vita, e il suo stare al mondo. Non è infatti La zattera della medusa a raccontare l’autore, con la sua fama e la sua particolarissima attenzione alla cronaca dell’epoca, ma è una serie di dipinti raffiguranti gente qualunque, anzi gente messa ai margini e mai conosciuta dalla storia, a definire lo sguardo di un pittore concentrato sugli ultimi, dedito alla compassione e capace di dare un volto allo scarto della società. «Mentre lo facevo pensavo… pensavo che debba esserci un riscatto alle sconfitte della vita. Ci sarà un momento in cui le nostre umane miserie saranno guardate senza imbarazzo alcuno; per parte nostra, possiamo soltanto tentare di comprendere gli uni gli altri, non credete?».

Recensione

In tempi moderni la malattia mentale indirizza all’emarginazione e alla vergogna. Considerata come qualcosa da nascondere e non da curare, non ha mai assunto il valore di patologia, essendo sempre relegata a qualcosa di indicibile e poco comprensibile.

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Il fazzoletto di Géricault
  • Olivieri, Daniela (Autore)

In passato, invece, è stata spesso l’ispirazione e la spinta alla genialità per molti artisti e scienziati. Se pensiamo ad Alda Merini, la sofferenza dietro le mura manicomiali ha trovato una cura nelle parole poetiche. Stessa dimensione vissuta da Van Gogh attraverso la pittura. Così come molti quadri descrivono con i colori manie e pratiche alquanto discutibili perpetrate intorno alle patologie mentali. Si guardi ad esempio Hieronymus Bosch e il suo La cura della follia: un piccolo quadretto esposto al Museo del Prado di Madrid che «ritrae un’antica superstizione medioevale, ossia l’idea che pazzia e stupidità fossero causate da una piccola pietra che poteva essere impiantata o crescere spontaneamente all’interno del cranio», come ha raccontato Benjamín Labatut nel suo La pietra della follia. Oppure si faccia riferimento a Théodore Géricaut, che con il suo Ciclo della follia ha dato volto a dieci pazienti dell’ospedale Salpêtrière di Parigi. Commissionati da Étienne-Jean Georget, medico dello stesso pittore – anch’egli ricoverato per curare una forma di melanconia –, rappresentano un esempio di collaborazione primordiale fra arte e medicina: l’intento era infatti quello di proporre una classificazione scientifica delle malattie mentali dell’epoca attraverso la rappresentazione pittorica.

Ora, quei volti trovano anche una voce, grazie ai racconti della storica dell’arte Daniela Olivieri raccolti nel suo Il fazzoletto di Géricault. Nonostante si tratti di storie indipendenti, c’è un filo sottile che ne fa un romanzo completo e molto interessante sul contesto sociale della Francia a cavallo fra Settecento e Ottocento. Potrebbe essere utile a uno sguardo più approfondito guardare anche l’ultimo film di Ridley Scott, dedicato alla figura di Napoleone e interpretato da Joaquin Phoenix. Il periodo storico è infatti lo stesso: la fine della rivoluzione, le ghigliottine, l’ascesa e la decadenza dell’impero napoleonico.

Tutti i personaggi immortalati da Géricault e raccontati dalla Olivieri non sono altro che gli ignari protagonisti di un’epoca francese gloriosa e dolorosa al tempo stesso, imperiale e mortifera, grandiosa e tristissima, come i 3 milioni di morti causati dalle campagne napoleoniche di guerra, e ricordati dal regista americano nel film. Gli alienati di Géricault, chi per invidia, chi a causa del furto o del gioco, chi provato dal comando militare, chi ossessionato dal rapimento di bambini, chi affetto da melanconia, sono uomini e donne che il pittore ha avuto modo di conoscere da vicino, condividendo con loro il dolore del ricovero e della malattia mentale.

«Silenzioso in quello studio ordinato, concentrato al punto che anche lo squittìo di un topo avrebbe potuto irritarlo; vigoroso nel fisico quanto nella determinazione, appassionato sognatore, con due occhi scuri di una bellezza inconsueta per quel loro singolare taglio orientale, dolci e profondi a tal grado da ammaliare chiunque avesse ricambiato il suo sguardo», Géricault emerge prima di tutto come un essere umanissimo e gentile, capace di rendere attraverso il tocco pittorico l’anima delle figure che andava a rappresentare. Nonostante la sua brevissima carriera, morì infatti all’età di trentadue anni, il pittore francese ebbe moltissima influenza sull’arte del XIX secolo e sul Romanticismo: non solo la sua particolare maestria nel dipingere cavalli (animale verso il quale aveva una particolare predilezione), ma soprattutto la sua originalissima capacità di rappresentare con compassione e benevolenza i più vulnerabili della società francese del suo tempo.

Elisa Scaringi

L’Autrice

Savonese di nascita, Daniela Olivieri è storica dell’arte e docente nei licei. Negli anni di formazione ha collaborato con la Soprintendenza ai Beni Culturali (oggi Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio) di Liguria e Piemonte per la catalogazione di opere d’arte e ha pubblicato articoli di arte e cultura in riviste locali e di settore. Ama l’arte nella storia, nelle forme e nei colori tanto da tuffarsi con entusiasmo anche nel mondo dell’illustrazione, praticata e conosciuta nel percorso di formazione accademica e sfogliando golosamente albi illustrati; come illustratrice ha pubblicato con la casa editrice Temperino Rosso gli albi illustrati G. Balbis-D. Olivieri, Chissà perché? (2023) e M. Pagano-G. Reverberi-D. Olivieri, Il mulino della neve (2023). Con penna e colori si sporca le dita per dare forma a sogni e ricordi, immaginando mondi possibili e variegati.

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