Il fascino dell'emozione, Marco MeninProf. Marco Menin, Lei è autore del libro Il fascino dell’emozione edito dal Mulino: che cos’è l’emozione?
Si tratta di una domanda a cui è estremamente difficile dare una risposta univoca. Nel volume presento le tre principali tradizioni di pensiero che hanno provato a risolvere l’enigma, sostenendo l’ipotesi che l’emozione sia rispettivamente una valutazione, una percezione sensibile o una motivazione.

Secondo la prima tradizione di pensiero, che affonda le sue radici nella filosofia antica, è il processo di valutazione di un evento o di una credenza a dar luogo a una determinata emozione, consentendole di determinare di conseguenza l’azione dell’individuo. Ad esempio, provo paura se valuto che un pericolo sia particolarmente grave.

Nella prospettiva della cosiddetta feeling tradition, che si fa risalire generalmente a Cartesio, l’emozione è invece una percezione sensibile e non una valutazione cognitiva. Possiamo, ad esempio, essere spaventati da un oggetto del mondo esterno (un serpente velenoso) e la nostra paura può essere accompagnata da una serie di manifestazioni fisiologiche (sudorazione, battito cardiaco accelerato, lacrime, ecc.), ma la nostra emozione viene sperimentata direttamente nell’anima (o, per dirlo con termini moderni, nella mente). Nelle sue formulazioni più radicali – come quella di William James – questa ipotesi ribalta la visione dell’emozione presente nel senso comune: non si piange perché si è tristi, ma si è tristi perché si piange.

La terza opzione che si è storicamente affermata nel tentativo di definire l’emozione consiste infine nel considerarla una specifica forma di motivazione. Nei termini più generali, l’emozione sarebbe un fattore dinamico che indirizza il comportamento di un individuo verso una determinata meta: la felicità scaturita da uno scopo realizzato spinge ad esempio a impegnarsi nello stesso piano (uno studente universitario che passa brillantemente un esame continuerà a studiare con impegno), mentre la tristezza scaturita dalla perdita di uno scopo potrà condurre all’inazione.

Come si è articolata nei secoli la riflessione sul tema delle emozioni da parte dei maggiori pensatori?
Si potrebbe dire, seppure attraverso una generalizzazione, che la riflessione filosofica sull’emozione si è caratterizzata, nel corso dei secoli, per una progressiva rivalutazione della componente affettiva dell’essere umano.

Fino alla modernità, la filosofia occidentale è caratterizzata da un pensiero che enfatizza ed esalta la componente della ragione nel processo di presa di decisione morale, mentre demonizza e scredita la componente emotiva, vista come opposta alla razionalità. Dove la ragione è l’alta manifestazione dell’anima, l’emozione è la bassa manifestazione del corpo. In questa prospettiva, la ragione favorisce e arricchisce la nostra vita morale, mentre l’emozione impedisce per lo più il suo corretto darsi.

Le più recenti acquisizioni delle scienze, che da oltre un secolo indagano in maniera sistematica la dimensione affettiva, hanno ribaltato completamente questo pregiudizio, mostrando in maniera inconfutabile la centralità dell’emozione ai fini della nostra sopravvivenza. Una concezione della natura umana che ignorasse il potere delle emozioni si dimostrerebbe pertanto deplorevolmente limitata, a tal punto che la stessa denominazione di Homo sapiens attribuita alla nostra specie – ossia la specie in grado di pensare – appare sempre più inadeguata e fuorviante. Come tutti sappiamo per esperienza personale, quando è il momento di prendere decisioni o di agire, i sentimenti e le emozioni contano almeno quanto il pensiero razionale, a volte di più, e spesso l’Homo sapiens deve cedere il passo all’Homo sentiens.

Quali sono le emozioni?
Anche questa domanda, come logica conseguenza delle differenti definizioni date alla nozione di “emozione”, ha ricevuto le più svariate risposte. L’intera storia della filosofia occidentale, dall’antichità ai nostri giorni, è infatti costellata dalla costruzione di numerose classificazioni dell’emozione, il cui obiettivo è sempre stato quello di rendere la sfera emozionale maggiormente comprensibile e più facilmente «indirizzabile»: secondo Aristotele, ad esempio, l’emozione filosofica più importante è la meraviglia; Cartesio ipotizza l’esistenza di un numero ristretto di emozioni fondamentali, che sono l’odio, l’amore, l’infelicità, il desiderio, la gioia e la meraviglia; secondo Paul Ekman le sei emozioni primarie, da cui derivano tutte le altre emozioni, sono invece la felicità, la sorpresa, il disgusto, la rabbia, la paura e la tristezza, ecc.

Al di là della specificità delle singole tassonomie proposte, è interessante osservare l’esistenza di alcune problematiche ricorrenti. L’alternativa concettuale più significativa per problematizzare le differenti classificazioni dell’emozione è indubbiamente quella tra l’emozione intesa come dato naturale o come costrutto culturale. Nel primo caso le emozioni sarebbero costanti biologiche, oggetto di un sapere scientifico rigoroso, mentre nel secondo deriverebbero esclusivamente dall’esperienza e dalle “regole” di una determinata vita sociale.

Come possiamo sapere che una persona sta sperimentando una determinata emozione?
Dobbiamo imparare a decifrare il linguaggio non verbale: per esempio, se vogliamo sapere di che umore è un’altra persona o quale sia veramente il suo pensiero, al di là delle parole, che spesso dissimulano o negano la realtà, ci affidiamo ai codici espressivi dell’emozione, che sono dotati di un intrinseco potere comunicativo. Molte volte capita di «leggere in faccia» a qualcuno il suo sconforto, la sua infelicità o la sua rabbia, nonostante sostenga che tutto va bene. Questo processo di decodifica espressiva presuppone una notevole abilità nel riconoscere i tratti salienti di un viso, cogliendo alcuni schemi-tipo che esprimono le emozioni fondamentali. Ad apprendere questa abilità ci si esercita sin dalla nascita: la capacità di imitare le espressioni del viso di un adulto è infatti presente già nei primi mesi di vita di un bambino.

Comprendere l’emozione del nostro prossimo è fondamentale: la manifestazione del nostro comportamento emotivo dipende infatti in gran parte dalla giusta o errata “decifrazione” del comportamento emotivo altrui. Mentre i pensieri sono totalmente privati (nessuno può sapere se durante una noiosa riunione di lavoro sto pensando a una vacanza ai tropici) le emozioni sono segnali distintivi che dicono agli altri che cosa proviamo. Spesso sono proprio i segnali dell’emozione emessi dagli altri che determinano il nostro modo di interpretare le loro parole, le loro azioni e, addirittura, le loro motivazioni.

Come possiamo comunicare le emozioni agli altri?
Dobbiamo necessariamente servirci di una forma di linguaggio, il che è spesso problematico. Una cosa è infatti sentire un’emozione, un’altra è comunicarla. Si tratta di una constatazione in sé banale (quante volte, nell’esperienza quotidiana, capita di non riuscire a spiegare «come ci si sente» davvero?), che fa tuttavia emergere il duplice rapporto che lega l’emozione al linguaggio. Da un lato, è fondamentale interrogarsi sulla corrispondenza tra parole ed emozioni e sulla possibilità di un’effettiva coincidenza tra i due termini. Dall’altro lato, bisogna prendere in considerazione l’ipotesi che l’emozione stessa si possa considerare come una forma di linguaggio universale, in grado di far presa e convincere più efficacemente delle parole.

Che nesso esiste tra emozione e morale?
Indubbiamente esiste un nesso costitutivo, nel bene come nel male, tra questi due aspetti. Se è innegabile che la storia del pensiero occidentale ha assegnato un ruolo morale alla dimensione affettiva, la connotazione che tale ruolo ha assunto appare per lo meno ambigua, se non apertamente contraddittoria. Mentre alcuni filosofi (come Rousseau e Hume) hanno attribuito all’emotività un ruolo direttivo nella condotta umana, altri (e si tratta della grande maggioranza, da Platone agli stoici, sino ai positivisti) hanno visto in essa un ostacolo al raggiungimento della virtù o, nel migliore dei casi, un surrogato biologico della ragione, destinato a una funzione etica subordinata.

Questo rapporto di forza si è invertito nel dibattito etico degli ultimi decenni, caratterizzato dallo sviluppo di una nutrita schiera di teorie riconducibili al «sentimentalismo». Con tale espressione si indica l’impostazione morale che ritiene l’essere umano dotato di moralità solo in quanto è in grado di provare emozioni. Tale impostazione si oppone radicalmente al razionalismo secondo cui, al contrario, vita etica e sentimenti sono inconciliabili.

Emozione e ragione sono necessariamente antitetici?
A lungo è stata sostenuta l’idea che le emozioni rappresentino un residuo di animalità, un elemento impuro di cui la ragione deve sbarazzarsi per giungere all’autentica speculazione. Le più recenti scoperte scientifiche – soprattutto nell’ambito delle neuroscienze – hanno tuttavia mostrato come la stessa umanità risieda nell’ineliminabile nesso tra ragione ed emozione, che intrattengono tra di loro un rapporto solidale piuttosto che conflittuale.

Alcuni pensatori affermano la ragionevolezza delle emozioni, ossia riconoscono che razionalità ed affettività, pur rimanendo due dimensioni distinte, non sono necessariamente in opposizione tra di loro, ma possono offrirsi mutuo supporto. Altri ancora sono giunti a sostenere l’intelligenza delle emozioni, ossia un’intrinseca struttura emozionale della ragione umana. Lungi dal costituire un elemento opposto al pensiero, le emozioni pervaderebbero, anzi «sarebbero», il pensiero stesso. Questa ipotesi, che rappresenta un vero e proprio ribaltamento della concezione antica e medievale della dimensione affettiva, ha trovato un importante sostegno nella teorizzazione dell’intelligenza emotiva; tematica che, negli ultimi anni, ha profondamente segnato le scienze umane nel loro insieme.

Quali nuove conoscenze sul tema delle emozioni hanno apportato le neuroscienze contemporanee?
Le neuroscienze hanno avuto un impatto dirompente sul tema delle emozioni: servendosi di tecniche sperimentali che consentono di osservare le aree cerebrali attivate durante un particolare compito (come la tomografia a emissione di positroni e la risonanza magnetica funzionale) i neuroscienziati hanno ridefinito la fisiologia alla base delle emozioni e dei comportamenti.

In ambito filosofico, la conseguenza più rilevante è stata la nascita della neuroetica: in quanto etica della neuroscienza, la neuroetica si occupa di discutere da un punto di vista etico la progettazione degli studi neuroscientifici, nonché di valutare l’impatto sociale dei risultati di tali studi; in quanto neuroscienza dell’etica, essa si occupa di investigare, nella prospettiva del funzionamento del cervello, alcune nozioni e alcuni problemi tradizionali dell’etica e della psicologia morale. Intesa in quest’ultima accezione, il campo di azione della neuroetica si sovrappone largamente a quello della filosofia morale tradizionale: entrambe le discipline si propongono infatti di comprendere i rispettivi ruoli di ragione ed emozione nel processo di decisione morale.

Bisogna tuttavia stare attenti a non cadere nell’errore di vedere nella neuroetica l’unica nuova possibile espressione della filosofia morale: una cosa è mettere in relazione un’emozione con una zona del cervello, evidenziando una possibile correlazione, un’altra è dire che questa correlazione è dovuta ad una causalità biunivoca, per cui a una data emozione corrisponde l’attivazione di una precisa area del cervello.

Marco Menin è professore associato in Storia della filosofia nell’Università degli Studi di Torino.  I suoi studi vertono prevalentemente sulla filosofia del tardo illuminismo francese (Rousseau, Bernardin de Saint-Pierre, Sade) e sulla storia dell’emozione. Con il Mulino ha pubblicato Il libro mai scritto. La morale sensitiva di Rousseau (2013) e Sognare la politica. Soggetto e comunità nelle Fantasticherie di Rousseau (con L. Rustighi, 2017).