“Il fanciullino” di Giovanni Pascoli

«Il fanciullino venne pubblicato a puntate sulla rivista «Marzocco» nel 1897, poi compreso nel volume Miei pensieri di varia umanità (1903) e successivamente nella raccolta di prose Pensieri e Discorsi (1907).

Il fanciullino si divide in 20 brevi capitoli che svolgono in maniera frammentaria l’idea pascoliana di poesia e della sua funzione. Nel cap. 1 Pascoli fissa l’immagine che farà da filo conduttore a tutta l’argomentazione successiva: quella del fanciullino che è dentro ognuno di noi.

Il cap. 2 è dedicato ad Omero o meglio ai modi in cui parla il suo fanciullino. I caratteri precipui della poesia omerica vengono indicati nella ingenuità, nella chiarezza e nella precisione; l’unico artificio retorico che Omero impiega è la similitudine e anche questa per farsi meglio capire. Il suo fanciullino non aveva bisogno di esagerare perché «i fatti che raccontava, gli parevano già assai mirabili così come erano».

Il cap. 3 è d’importanza fondamentale poiché in esso Pascoli enuncia le facoltà del fanciullino-poeta, facoltà eccezionali che permettono la definizione del poeta come di un Adamo che dà i nomi alle cose.

Il cap. 4 continua a considerare i modi di operare del fanciullino, dopo averci detto che lui, grazie alla sua esperienza del dolore e della morte, non ha mai interrotto il dialogo col suo fanciullino. La prima affermazione importante è che il fanciullino ragiona in un modo fanciullesco «che si chiama profondo, perché d’un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporta nell’abisso della verità». Viene così indicata la facoltà poetica di cogliere, per una via non razionale, il fondo delle cose. Il discorso prosegue con l’affermazione che la poesia non convince né persuade ma dice quel che vede e sente; pertanto è lontana dal «linguaggio artifiziato degli uomini scaltriti, che si propongono di rubare la volontà ad altri uomini non meno scaltriti». La poesia quindi non è mai oratoria.

Nel cap. 5 si parla di ritmo e di metro per sostenere che gli innovatori, che vogliono sbarazzarsi di queste due «necessità» in nome del nuovo, non capiscono il loro valore strumentale; la proposta è quella di «dire ciò che non si è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà».

Il cap. 6 contiene l’affermazione secondo cui «il nuovo non si inventa: si scopre»; l’enunciato non viene articolato o analizzato, tuttavia, anche nella sua assolutezza, testimonia una scelta di campo antidealistica e una positivistica fiducia nella oggettività del reale.

Il cap. 7 è costituito da una poesia: Il fanciullo.

Il cap. 8 sviluppa il concetto di identità tra poesia e utilità morale e sociale, vale a dire uno dei cardini della poetica pascoliana. In queste stesse pagine Pascoli mette a punto anche la distinzione tra sentimento e fantasia.

Il cap. 9 si occupa di Virgilio e di Orazio per considerare che nei campi cantati dal primo non ci sono schiavi né mercenari ma «agricoli (…) che coltivano la terra da sé, come tanti possidentucci con la loro figliolanza», cioè i piccoli proprietari che Pascoli rese protagonisti dei suoi Poemetti. Di Orazio, ma anche di Virgilio, si esalta l’amore per il «poco e il piccolo», naturale manifestazione dei loro fanciullini. Il fanciullino, e quindi il poeta che più di ogni altro lo lascia parlare, è naturalmente umile, piccolo e povero, è «il poverello dell’umanità».

Il cap. 10 argomenta che il buono è anche poetico e il cattivo impoetico; ne deriva che la poesia, essendo naturalmente buona, rifiuta un programmatico impegno ideologico che risulta del tutto ingiustificato entro una concezione che identifica i valori estetici con quelli morali.

Continuando le argomentazioni del capitolo precedente, nel cap. 11 si sostiene che «il poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi (dica, manifesti) solo ciò che il fanciullo detta dentro» diviene naturalmente «ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio e familiare e umano». Questa funzione è però una conseguenza insita nella poesia e non un compito, una meta che il poeta si prefigge. Il poeta è magari utile ma non deve tendere a questo. «Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, con pace del Maestro [Carducci, È il poeta un grande artiere], un artiere che foggi spade e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga».

Nel cap. 12 l’attenzione si rivolge alla cultura poetica italiana che dà eccessiva importanza alla storia letteraria. Per questo ci si perde in discussioni che mirano ad individuare le distinzioni fra scuole poetiche, mentre l’unica distinzione valida è quella tra «poesia, e (…) non poesia». Si può ancora distinguere tra poesia pura, assai rara, e poesia «applicata», cioè quella dei grandi poemi, drammi, romanzi. Indubitabile è la superiorità della prima che a volte si trova, come le perle del mare, anche nella poesia applicata.

Nel cap. 13 si sostiene che soprattutto in Italia è rara la poesia pura perché è stata soffocata dal classicismo; per questo la nostra poesia «sa di lucerna, non di guazza e d’erba fresca». Da noi si studia troppo, si è troppo legati ai modelli, alla tradizione, mentre lo studio del poeta deve essere rivolto a «togliere più che aggiungere (…) togliere la tanta ruggine che il tempo ha depositata sulla nostra anima (…) le scorie al puro cristallo che noi troviamo quasi casualmente (…), deve rifarci ingenui».

Il cap. 14 si incentra sul lavoro del poeta e sulla lingua della poesia. Dopo aver affermato che nella tradizione lirica italiana «per la poesia vera e propria, manca o sembra mancare la lingua», Pascoli polemizza con il linguaggio altisonante, retorico, con gli ornamenti che strappano l’applauso, per affermare invece la necessità di un recupero del «particolare», l’autenticità della parola.

Nel cap. 15 si nega che il fine della poesia possa essere l’ottenimento del successo, che Pascoli indicativamente vuol chiamare gloriola.

Nel cap. 16 si discorre della semplicità del poeta che è scambiata per oscurità da un pubblico diseducato dagli altisonanti artifici retorici. Se pur brevemente, si parla anche di simbolo, polemizzando con chi, come i Simbolisti francesi, afferma l’indeterminatezza del simbolo come ricchezza e valore poetico.

Nei capp. 17 e 18 ritorna alla questione della gloriola che, si sostiene, è del tutto indegna del desiderio del fanciullino, perché la «poesia vera fa battere, se mai, il cuore, non mai le mani». Nel cap. 18 si prende invece in considerazione la possibilità della gloria, ma quella viene dai posteri ed è raro, difficile che oggi si possa sopravvivere alla morte. Comunque anche la gloria non è desiderabile e non è un premio giusto e dovuto per il fanciullino; infatti: «Che cosa fai tu, veramente, che sia degno di lode e di gloria? Tu ridi, tu
piangi: che merito in ciò? Se credi d’averci merito, è segno che ridi e piangi apposta: se lo fai apposta, non è poesia la tua: se non è poesia, non hai diritto a lode. Tu scopri, s’è detto; non inventi: e ciò che scopri, c’era prima di te e ci sarà senza di te».

Il cap. 19 è costituito da un’ode che riassume, in immagini piuttosto efficaci, le tesi esposte nei capitoli precedenti.

Nell’ultimo capitolo (20) Pascoli riassume, elencandole, le idee fondamentali sviluppate nel corso dell’opera.

Un anomalo trattato di poetica

La poetica esplicita di Pascoli è espressa nelle pagine del Fanciullino, uno scritto che non s’inquadra con certezza e che suscita perplessità; ci si chiede infatti se il Fanciullino debba essere inteso come un testo di poetica personale dell’autore, come trattatello estetico o come saggio sulle suggestioni di una prosa assai particolare, per introdurre alcune considerazioni estemporanee sulla poesia. Questa perplessità deriva ovviamente dalle scelte dell’autore, che utilizza continuamente uno stile allusivo, fatto più di immagini che di ragionamenti, incentrato sulla metafora del fanciullino che tra l’altro non esprime affatto un’idea di poesia ingenua e infantile. Tutto ciò pone questo testo piuttosto lontano dalla consueta trattatistica, né si ha l’impressione di un’argomentazione che segua uno schema rigoroso, ma di una dispersione delle idee in un discorso con grandi digressioni. D’altra parte questo modulo espressivo è quello che caratterizza il Pascoli prosatore e critico e quindi va considerato indicativo di un metodo o, per meglio dire, di un rifiuto della metodicità del discorso teorico. Tuttavia è certo che nelle pagine del Fanciullino, alcune scelte e alcune idee che si possono desumere dall’opera poetica dell’autore vengono confermate e ribadite, ma anche spiegate.

Uno dei fondamenti teorici sui quali si sviluppano le considerazioni del Fanciullino è l’esplicita identificazione tra dimensione morale e dimensione estetica, una posizione che colloca Pascoli in relazione con l’estetismo di fine secolo ma secondo soluzioni personali. Tale identificazione infatti nelle pagine pascoliane non produce la figura del dandy né quella del superuomo, perché sia l’uno che l’altro sono individualità che vivono verso l’esterno, nel rapporto con gli altri che solo può dare la dimensione della loro diversità-superiorità; in Pascoli tutta la vita è risolta nel fare poetico con forti caratteri di intimismo, per cui, almeno a parole, il rapporto con gli altri è risolto esclusivamente in termini di consonanze, di eccitazioni sentimentali che nascono dal rapido momento in cui ci si accorge che il poeta e il lettore vibrano per gli stessi sentimenti, gioiscono per le stesse minute scoperte. In questo contesto la poesia non ha bisogno di giustificazioni morali né ideologiche poiché nasce dalla capacità di scoprire ciò che vi è di bello nella realtà e di andare oltre, fino a giungere ad esprimere il «mistero» che governa la vita: ha come scopo quello di penetrare nell’animo ed è pertanto naturalmente buona.

In vari momenti le affermazioni che si leggono nel Fanciullino fanno supporre che Pascoli conoscesse bene i termini del dibattito che nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppò nella cultura europea riguardo alla natura del linguaggio poetico; è certo impossibile immaginare che Pascoli non abbia letto Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, ecc.; ma come è suo costume egli nasconde programmaticamente i suoi referenti culturali: le uniche citazioni che si incontrano nel suo scritto sono di autori classici, greci e latini; tranne Carducci, nessun poeta contemporaneo è ricordato in modo da rendere inequivocabile il richiamo. Anche questo, ovviamente, contribuisce a rendere più problematica la definizione dei limiti culturali all’interno dei quali il discorso pascoliano si sviluppa.

È chiaro ad esempio che molte considerazioni sulla lingua, sulla parola, sulla necessità di creare una poesia pura, rimandano ad un ambito simbolista; ma subito dopo c’è la presa di distanza, là dove si dice che l’interpretazione del testo poetico non può essere affidata al lettore; in particolare risulta in contrasto con l’estetica simbolista l’ansia di Pascoli di definire gli oggetti, di cercare le parole precise, non vaghe o indefinite, per indicare tutte le cose che compongono la natura, il mondo sensibile. Ma soprattutto la poesia di Pascoli sta a dimostrare come per lui non tutta l’espressione poetica si risolva nel simbolo.

Continuando il compito di identificare le idee-guida che si nascondono nelle mille digressioni della prosa del Fanciullino, troviamo un’altra concezione fondamentale: fare poesia significa soprattutto aderire, confondersi con la realtà, senza imporre un punto di vista preciso. In questo senso la poesia è veramente, come dice Pascoli, una rinunzia; il poeta infatti rinuncia a esprimere una realtà secondo una prospettiva personale, vuol piuttosto far parlare le cose, perché in quelle sta il senso della vita; si consideri a questo proposito che l’opera di Pascoli, che ruota continuamente attorno al tema dell’assassinio del padre, alla distruzione del nido, al dolore per la famiglia distrutta, è in realtà poverissima di elementi autenticamente autobiografici. Questo appare il frutto di una scelta che comporta il rifiuto di parlare di sé, di imporre una prospettiva individuale nell’interpretazione del mondo. La personalità del poeta si stempera nello stile, nelle parole che cerca e usa, nell’evidenza del ritmo e delle sonorità. Da qui deriva certamente quel carattere di dispersività che hanno tantissime poesie pascoliane e la stessa prosa che stiamo analizzando, perché il discorso pare svilupparsi esclusivamente per un processo di accumulazione di particolari. In questo senso, nella poetica pascoliana che trova espressione nel Fanciullino, in questa rinuncia a servirsi di un unico punto di vista (Pascoli non dice mai «io»), a cui si sostituisce una molteplicità di oggetti, si può riconoscere la nota più rilevante di questo testo.

Si tratta di una teorizzazione che acquista rilievo, soprattutto nel panorama culturale italiano, in quanto segna il superamento ed il rifiuto completo del classicismo; infatti tutta l’arte classica si qualifica per la centralità ed unicità del punto di vista del poeta, che domina la sua opera, è sempre lui che descrive, narra, esprime sentimenti e sensazioni. Invece il soggetto-poeta in Pascoli si attenua, quasi si dissolve, non vuole parlare come individualità; ed in questo è riconoscibile il superamento del classicismo che, si ricordi, in quel momento era ancora ben vivo nell’interpretazione che ne dava con autorevolezza il Carducci. D’altra parte Pascoli ipotizza una figura di poeta che rinuncia anche a parlare di sé, a fare di se stesso, dei suoi sentimenti e della sua vita l’oggetto della sua poesia. Ed in questo si può vedere il rifiuto del Romanticismo. Ecco, sotto questo aspetto ci sembra che il Fanciullino acquisti la sua vera dimensione: un testo in cui l’autore, parlando della poesia, ma riferendosi in maniera particolare alla propria, con i toni sommessi che gli sono congeniali, annuncia la fine definitiva dell’esperienza classica e romantica; così Pascoli si proietta nello spazio culturale che è il suo, quello della modernità un po’ ambigua, tra le esperienze conclusive dell’Ottocento e le prime avvisaglie del Novecento.»

tratto da Letteratura italiana. Storia, forme, testi. 4. Il Novecento di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni, editori Laterza

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link