Il fallimento dell'impero. Valente e lo Stato romano nel IV secolo d.C., Noel LenskiDott. Omar Coloru, Lei ha curato la traduzione italiana del libro Il fallimento dell’impero. Valente e lo Stato romano nel IV secolo d.C. di Noel Lenski, pubblicato da 21Editore. Nella memoria collettiva l’imperatore Valente è indissolubilmente legato alla disfatta di Adrianopoli: per quali ragioni le fonti non danno grande spazio alle sue vicende personali?
In realtà ciò non è del tutto vero, perché il regno di Valente è, insieme a quello di Giuliano e di Costantino, uno dei più documentati per quanto riguarda gli imperatori romani del IV secolo. Certo, alcune fonti sono giunte a noi in modo frammentario, ma il naufragio di parte della documentazione non costituisce la causa principale della scarsità di informazioni sulla vita di Valente.  Il problema, semmai, è che in confronto a personalità straordinarie sia dal punto di vista culturale e politico come Costantino e Giuliano, la figura di Valente e la sua vita personale suscitavano ben poco interesse. In effetti, trovare argomenti per lodare non solo lui, ma anche il fratello e collega Valentiniano, fu un esercizio che mise a dura prova le abilità retoriche degli oratori e dei cortigiani. Valente, a quanto ci dice lo storico Ammiano Marcellino, non era bello, anzi era panciuto, orbo da un occhio e aveva le gambe storte. Era piuttosto vendicativo e facile all’ira. Non aveva ricevuto un’istruzione adeguata né di tipo letterario né militare e non sapeva parlare greco, una lacuna, questa, che si rivelò un fattore di isolamento sia politico che personale nella parte orientale dell’impero su cui governava e che era in massima parte ellenofona. Malgrado i contemporanei gli avessero riconosciuto doti di buon amministratore, le informazioni sulla vita personale di Valente e della sua famiglia in genere emergono in contesti negativi. Per gli scrittori cristiani la moglie Domnica, che da figlia di soldato era diventata imperatrice, avrebbe indotto Valente a abbracciare la dottrina “ariana” invece dell’ortodossia nicena, corrompendo il marito così come Eva aveva fatto con Adamo. In realtà è molto probabile che sia Valente che il fratello Valentiniano fossero stati cresciuti nella dottrina di Ario fin dalla fanciullezza. Il suocero Petronio, promosso dal genero al rango di patrizio, viene descritto come un uomo assetato di denaro e la cui cattiveria interiore si rifletteva nell’aspetto fisico: le sue spietate esazioni finirono col favorire l’insorgere della rivolta dell’usurpatore Procopio. Naturalmente, queste informazioni vanno sempre contestualizzate, ma non mancano informazioni che ci forniscono un’immagine differente del personaggio. Valente aveva due figlie, Anastasia e Carosa, di cui non sappiamo quasi nulla se non che il padre dedicò loro dei complessi termali a Costantinopoli. Ma Valente aveva anche un figlio, Valentiniano Galata, che morì di malattia in giovane età intorno al 372: la descrizione dello strazio provato dal padre, in lacrime e in ginocchio, per la morte del bambino ci apre una finestra su una dimensione intima e umana dell’imperatore. Anche la moglie Domnica viene ritratta in una luce più positiva quando le fonti ce la mostrano a Costantinopoli impegnata a distribuire armi ai volontari per difendere la città dai Goti dopo la disfatta di Adrianopoli.

In che senso possiamo indicare Valente come principale responsabile del “fallimento dell’impero”?
La risposta a questa domanda ce la fornisce lo storico Ammiano Marcellino quando giunge al momento di stilare un bilancio del regno di questo imperatore. Valente, ci dice Ammiano, era “un uomo che aveva qualità straordinarie e orribili in egual misura”. Il senso di questa affermazione è che Valente non fu un grande politico, non fu un grande guerriero, ma nemmeno un uomo assetato di sangue come certe fonti ci hanno tramandato. Valente fu, per così dire, un uomo medio, né buono né cattivo, posto a capo di una macchina amministrativa straordinariamente complessa che richiedeva le capacità e le competenze che Valente, semplicemente, non possedeva o non aveva in misura sufficiente. In effetti, le sfide che l’Impero romano dovette affrontare nel IV secolo (fiscalità, esercito, usurpazione, conflitto religioso, pressione dei barbari ai confini solo per citarne alcune) e che alla lunga ne provocarono un declino politico-militare richiedevano grandissimi sforzi all’imperatore tardo-antico. Alla fine Valente rimase stritolato da quegli ingranaggi e la stessa macchina subì un danno piuttosto grave.

Qual era il panorama religioso, sociale e politico della pars Orientis sotto il regno di Valente?
Di solito la nostra idea dell’impero romano, e più in generale delle entità politiche di ampie dimensioni, è quella di un blocco omogeneo sia dal punto di vista politico che culturale. Se mi passate la citazione cinematografica, direi che tendiamo a rappresentarci queste formazioni statali come un grande monolite nero, di forma regolare, perfettamente liscio.  Come al solito, anche se abbiamo la tendenza a dimenticarlo, la realtà è sempre infinitamente più sfumata e complessa e la pars Orientis non faceva eccezione. Dal punto di vista religioso, la pars Orientis in questo periodo è in fermento per via delle dispute dottrinarie anche molto violente in seno alla Chiesa, in particolare sul tema della natura di Cristo. I vari gruppi cercano di appellarsi all’imperatore per sopraffare i rivali. Lo stesso Valente, come abbiamo accennato prima, non aderisce all’ortodossia che vorrebbe un Cristo dotato di natura umana e divina, ma a una forma di arianesimo. Da un punto sociale e politico assistiamo all’ascesa di potenti vescovi che ormai arrivano a sfidare se non a sostituirsi con successo all’autorità imperiale. I pagani, pur in numero più limitato, sono ancora ben presenti e sappiamo che il cristiano Teodoreto criticò Valente per aver permesso l’esecuzione di riti pagani in pubblico ad Antiochia. Pagani come l’oratore Temistio sono ugualmente presenti a corte. Da un punto di vista geopolitico la pars Orientis si trova a dover gestire il problema dell’aggressività dell’impero sasanide e delle tribù arabe ai confini orientali. L’Armenia e il Caucaso continuano a essere il terreno di scontro tra Roma e la Persia per aggiudicarsi la supremazia su queste regioni. A nord l’avanzata degli Unni provoca la migrazione di migliaia di famiglie gotiche verso le frontiere romane sul Danubio alla ricerca di nuove terre dove vivere in sicurezza. Non mancano però problemi all’interno: da una parte le bande di briganti in Siria e dall’altra il bellicoso popolo degli Isauri in Anatolia: questi ultimi rappresentano una grave minaccia per la sicurezza e di fatto costituiscono un’entità politica autonoma dove l’autorità imperiale non riesce nemmeno ad affermarsi. Infine va detto che Valente, in accordo col fratello Valentiniano, lancia un importante programma edilizio volto a fortificare i confini e a restaurare le città che proprio durante il regno di Valente erano state sconvolte da una serie di calamità naturali.

La morte in battaglia dell’Augusto d’Oriente fu un episodio tragico ma non del tutto inedito: la medesima sorte era toccata prima di lui agli imperatori Decio e Giuliano, mentre Valeriano era stato addirittura fatto prigioniero dai Persiani: perché ebbe dunque così vasta eco?
Le morti di Decio, Giuliano e quella in cattività di Valeriano furono senza dubbio eventi che scossero gli animi dei contemporanei, ma in fin dei conti la compagine statale fu in grado di mantenere la sua coesione. Potremmo dire che morto un imperatore, se ne fa un altro e anche nel caso di Valeriano, il figlio Gallieno riuscì, pur con molti sforzi, a salvaguardare l’impero. Per quanto riguarda Valente, la morte dell’imperatore fu interpretata dai cristiani come la giusta punizione divina per le persecuzioni a cui l’imperatore li avrebbe sottoposti, ma anche in questa circostanza Valente non rappresentava un caso isolato (nell’ottica cristiana). Quello che lasciò un segno indelebile nei contemporanei non fu tanto la morte sul campo di Valente, ma la grave crisi del potere romano che seguì nei decenni successivi.

Quali furono l’importanza e le conseguenze della battaglia di Adrianopoli?
Questa domanda mi dà l’opportunità di argomentare meglio la risposta precedente. Nella battaglia di Adrianopoli del 378 l’esercito della pars Orientis venne quasi del tutto sopraffatto dai Goti e il nuovo imperatore Teodosio dovette impegnarsi non poco prima di poter “normalizzare” la situazione e giungere a un accordo con loro. Dobbiamo pensare che secondo la cifra fornitaci dallo storico Eunapio di Sardi, i profughi goti che passarono il Danubio col permesso di Valente nel 376 ammontavano a quasi 200.000 fra uomini, donne e bambini. Le esazioni e le angherie dei funzionari romani preposti all’operazione di insediamento – ma anche l’ostilità degli abitanti locali – provocarono una rivolta di vaste proporzioni che raggiunse il culmine a Adrianopoli nel 378. Non c’è da meravigliarsi se l’esercito romano perse tra i 20.000 e i 26.000 soldati – inclusa gran parte dello stato maggiore – su un totale iniziale di circa 30.000-40.000 effettivi, vale a dire due terzi dell’esercito: rimanevano solo 20 unità militari e per di più ridotte a mal partito a causa dei caduti e dei dispersi. Valente si trovò a affrontare un gruppo di bande di guerrieri gotici che poteva aggirarsi tra i 40.000 e i 50.000 soldati, vale a dire almeno il doppio dei soldati romani. Dopo Adrianopoli la pars Orientis rimase dunque pericolosamente esposta agli attacchi dei nemici, mentre la Tracia era quasi interamente occupata dalle bande gotiche. Per combattere i Goti e ristabilire quanto rimaneva dell’esercito, Teodosio fu costretto a reclutare un numero consistente di barbari nelle legioni accelerando così il processo di barbarizzazione dell’esercito romano. D’altra parte, si trattava di una scelta ormai inevitabile, dato che il sistema di reclutamento dei cittadini romani diventava sempre più difficoltoso ed economicamente svantaggioso: i grandi proprietari terrieri cercavano in ogni modo di sottrarsi all’obbligo, perché erano costretti a privarsi della manodopera necessaria per lavorare le loro terre. Le classi meno abbienti allo stesso modo cercavano di sottrarsi a un servizio militare rigido, di lunga durata, con scarse probabilità di sopravvivenza e che li avrebbe separati per sempre dai loro nuclei familiari. Il trattato del 382 concluso da Teodosio coi Goti non fa che riconoscere questa nuova situazione: ai barbari viene concesso di stabilirsi in Tracia e di vivere con un regime autonomo in cambio del servizio militare nell’esercito.

Omar Coloru è assegnista di ricerca presso l’Università di Genova e membro associato all’unità di ricerca ArScAn-HAROC a Nanterre. La sua attività di ricerca si concentra principalmente sulle relazioni tra mondo greco-romano e mondo iranico. È autore della monografia Da Alessandro a Menandro. Il regno greco di Battriana, Fabrizio Serra, Pisa-Roma 2009 e de L’imperatore prigioniero. Valeriano, la Persia e la disfatta di Edessa, Laterza, Bari-Roma 2017.