“Il dovere costituzionale di farsi capire. A trent’anni dal Codice di stile“, a cura di Maria Emanuela Piemontese

Prof.ssa Maria Emanuela Piemontese, Lei ha curato l’edizione del libro Il dovere costituzionale di farsi capire. A trent’anni dal Codice di stile, pubblicato da Carocci: che bilancio è possibile trarre circa la qualità e la chiarezza dei testi legislativi e amministrativi?
Il dovere costituzionale di farsi capire. A trent'anni dal Codice di stile, Maria Emanuela PiemonteseDopo trent’anni dal Codice di Stile, sono numerose le ragioni che ci spingono a richiamare con forza l’attenzione generale sulla scarsa comprensibilità dei testi di interesse pubblico. In particolare, costituisce un serio motivo di preoccupazione l’oscurità dei testi legislativi e amministrativi che, negli ultimi anni, è perfino cresciuta. Ne sono una dimostrazione le frequenti sentenze della Corte costituzionale che riguardano proprio l’incomprensibilità e la farraginosità di certe nostre leggi. Non a caso, nella “Prefazione” al nostro volume Il diritto costituzionale di farsi capire (Carocci, 2023), Sabino Cassese esordisce citando l’ultima sentenza della Corte costituzionale, la n. 110 del 5 giugno del 2023. A proposito di una legge regionale del 2022, la sentenza della Corte afferma che essa “costituisce esempio paradigmatico di un enunciato normativo affetto da radicale oscurità” e che “una disposizione siffatta (…) non fornisce alcun affidabile criterio guida alla pubblica amministrazione (…) e rende arduo al privato lo stesso esercizio del proprio diritto di difesa in giudizio (…) in ragione dell’indeterminatezza dei presupposti di legge che dovrebbe assicurargli tutela contro l’uso arbitrario della discrezionalità amministrativa” (p. 7). Se la Corte costituzionale interviene è proprio perché ha ben chiari gli effetti negativi che le leggi oscure (e la loro traduzione in atti amministrativi) provocano sulla vita sia delle singole persone sia delle stesse istituzioni. Infatti, già la sentenza n. 364 del 1988 la Corte costituzionale aveva sottolineato che disposizioni poco chiare, oscure e confuse potevano indurre in comportamenti erronei, anche in perfetta buona fede. Questa sentenza fu molto discussa perché, almeno in parte, metteva in dubbio il principio giuridico della inescusabilità dell’ignoranza della legge. Vale a dire che le leggi scritte male, poco chiare e confuse, possono essere, per i cittadini, fonte di incertezze e causa di errori.

In sintesi, come ebbe ad affermare già nel 2006 Tullio De Mauro, nel Convegno fiorentino Dalla legge alla legalità: un percorso fatto anche di parole, “molto lavoro di analisi, elaborazione e proposta è stato fatto a partire da quando Cassese era Ministro della Funzione pubblica, all’inizio degli anni Novanta. Molto è stato fatto perché le Amministrazioni imparino a comunicare in modo comprensibile (…). Ma il bilancio è più modesto di come le nostre speranze di anni fa ci facevano pensare”. In effetti, nel corso degli anni, alla voce di De Mauro si sono aggiunte quelle di altri studiosi, linguisti e giuristi, soprattutto di coloro che più direttamente e intensamente hanno lavorato, a livello istituzionale, nei progetti di semplificazione linguistica. Nonostante il tempo e le energie investite, linguisti e giuristi sono d’accordo nell’affermare non solo che i risultati non corrispondono alle nostre speranze iniziali, ma che si è registrata nelle amministrazioni una vera e propria retromarcia nella sensibilità verso il problema dell’efficacia comunicativa e nella ricerca di soluzioni da adottare per scrivere i testi in modo più chiaro e comprensibile.

Perché la lingua della burocrazia italiana è così oscura?
Guido Melis, storico delle istituzioni e della pubblica amministrazione italiana, affronta proprio questo tema nel suo saggio “La lingua della burocrazia” presente nel volume collettaneo di cui stiamo parlando. Si tratta di un saggio importante per vari motivi. Innanzitutto perché inquadra storicamente il problema, fornendo numerosi esempi di usi linguistici, specialmente lessicali, che hanno caratterizzato la formazione della lingua dell’amministrazione pubblica italiana, a partire dagli anni preunitari fino ai nostri giorni. Questo saggio, inoltre, descrive con chiarezza il nodo in cui la lingua amministrativa del nostro Stato unitario si è andata formando (e solo parzialmente trasformandosi) nelle varie fasi storiche. Emerge quanto la lingua burocratica di oggi risenta ancora della sovrapposizione di usi stratificatisi nel tempo, mentre la lingua italiana comune andava ancora formandosi nel corso del ventesimo secolo. Tra le principali caratteristiche della nostra storia linguistica postunitaria c’è la continua tensione tra innovazione e tradizione, cioè tra spinte innovative e spinte conservatrici, e la distanza – solo di recente ridottasi – tra gli usi scritti e gli usi parlati della lingua italiana. Dopo l’unificazione politica, dunque, anche nella lingua burocratica, esistevano e resistevano, secondo Melis, tradizioni regionali diverse, spesso assai differenti tra di loro.

Per capire gli effetti linguistici della nascita di un corpo di burocrati e l’influenza di questi, con le loro diverse provenienze regionali, sulla costituzione del linguaggio burocratico sarebbe utile la lettura dell’appendice 65 della Storia linguistica dell’Italia Unita di Tullio De Mauro (Laterza, 1970). La distanza tra usi scritti e usi parlati nella nostra lingua è andata riducendosi con la crescita dei livelli di istruzione della popolazione. Non meno importante della crescita dell’istruzione è stata la crescita dei contatti tra gruppi sociali diversi della nostra popolazione. A favorire i contatti tra gruppi regionali diversi sono state le migrazioni interne, agevolate dal miglioramento e dalla maggiore accessibilità dei mezzi di trasporto e lo sviluppo e la diffusione dei mezzi di comunicazione. In particolare, dopo la radio, il cinema e i giornali, la televisione, con la sua diffusione capillare sull’intero territorio nazionale nel giro di pochi anni, si è rivelata il mezzo di comunicazione più potente ed efficace nel modellare la lingua comune dei parlanti italiani e ridurre le distanze che li separava.

Da anni, molti di noi linguisti e giuristi, quando parliamo di oscurità linguistica, sappiamo che occorre chiarire preliminarmente alcuni punti. Innanzitutto, va precisato che la chiarezza, come ci ha spiegato Tullio De Mauro, non è un valore assoluto, ma relazionale. In altre parole, un testo che risulta chiaro ad alcuni può rivelarsi oscuro per altri. Perché? Un testo è chiaro oppure oscuro in rapporto alla maggiore o minore simmetria (o asimmetria) che esiste tra chi produce il testo (produttore) e il suo destinatario (o ricevente). Nella comunicazione sono coinvolte persone che, per varie ragioni, possono essere assai lontane tra loro sul piano linguistico, socioculturale e lavorativo e per esperienza di vita. Maggiori sono le distanze che separano il produttore dal ricevente, maggiori sono le probabilità che quest’ultimo possa andare incontro a difficoltà nel leggere e capire i testi. Persino a parità di competenze linguistiche, di livelli di istruzione e capacità di lettura, il destinatario – anche con istruzione elevata e abituato a maneggiare testi – può avere serie difficoltà a capire un testo se l’argomento trattato è distante dal suo specifico ambito professionale e dal suo bagaglio di conoscenze.

Sul piano della comunicazione anche istituzionale, possono essere d’aiuto alcuni accorgimenti di tipo lessicale, sintattico e di organizzazione del testo che da anni abbiamo definito e messo a disposizione di tutti. Tali accorgimenti mirano a controllare e ridurre i rischi dell’incomprensibilità dei testi. Nel caso specifico del linguaggio burocratico, l’oscurità dipende anche da altre cause, come l’oscurità delle leggi, l’eterno “culto del precedente”, una forma di “usato sicuro”, la scarsa attenzione per la “qualità” della scrittura e, spesso, anche una certa dose di pigrizia e perfino di banale sciatteria.

Quali linee guide stabiliva il Codice di stile?
È bene precisare che quello che noi, per brevità, chiamiamo qui Codice di stile in effetti ha un titolo più lungo ed esplicativo. Il titolo completo è infatti Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche. Proposta e materiali di studio. Facciamo questa precisazione perché il Codice specifica, fin dal titolo, due, tre punti fondamentali. Innanzitutto, a chi si rivolge, chi sono cioè i suoi destinatari privilegiati. Poi esplicita che il volume contiene materiali di riflessione e studio. E, infine, il Codice presenta una proposta di lavoro, concreta e operativa.

Su che cosa il Codice invitava gli amministratori a riflettere? Innanzitutto, invitava a ripensare alle modalità di scrittura utilizzate che risalivano per lo più alle abitudini linguistiche acquisite negli anni della formazione scolastica, universitaria e professionale. Invitava gli amministratori pubblici, a chiedersi sempre, mentre scrivono, a chi si rivolgono, a quali destinatari. È lo stesso invito che arrivava anche da Italo Calvino, nel gennaio del 1965. Parlando proprio della lingua della comunicazione (non della lingua per usi privati o artistici), Calvino diceva che chi scrive per comunicare “dovrebbe rendersi conto del grado di traducibilità, cioè di comunicabilità delle espressioni che usa”. La sua idea era, infatti, che chi scrive per comunicare deve sapersi sdoppiare, anzi moltiplicarsi in lettori diversi e abituati a usare altri codici. Dovrebbe avere cioè la consapevolezza del grado di difficoltà a cui i lettori possono andare incontro e cercare, scrivendo, di prevenire le oscurità evitabili. Infatti, l’ideale di Calvino era un italiano il più possibile concreto e preciso. “Il nemico da battere”, secondo lui, era la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche. E per superare questa tendenza occorreva “imparare a mettersi dalla parte del destinatario”.

Per avvicinarci a questo ideale di Calvino, il Codice di stile, sin dalle prime pagine, presenta pochi, precisi suggerimenti per scrivere in modo meno oscuro e inutilmente complicato. Questi suggerimenti non nascevano dal nulla: erano frutto di anni di riflessioni teoriche sulla natura complessa del capire e sulle possibilità che la lingua ci offre per fronteggiare i rischi derivanti tale complessità. Potremmo dire che i suggerimenti del Codice avevano e hanno nel loro DNA il rispetto (e non la sola proclamazione astratta) del diritto costituzionale dei cittadini e delle cittadine a conoscere e a capire i testi istituzionali e di interesse pubblico.

I suggerimenti del Codice non nascevano solo da studi teorici, ma anche da riflessioni sul linguaggio usato concretamente in molti tipi di testi, compresi quelli legislativi e amministrativi. Dai dall’analisi e riflessioni sui testi è emersa che non sempre la complessità dei testi di interesse pubblico è dovuta alle difficoltà e specificità delle materie trattate. Molte forme di oscurità dipendono dal fatto che quando noi scriviamo, siamo portati istintivamente ad essere più attenti al contenuto del testo che al modo in cui lo scriviamo e ai nostri destinatari.

Per favorire questa capacità di riflessione sulle proprie modalità comunicative, il Codice di stile offriva agli amministratori pubblici anche numerosi esempi di testi amministrativi riscritti. Accanto ai testi originali il Codice presenta delle proposte di riscritture, ottenute ricorrendo a soluzioni linguistiche e testuali più semplici, chiare e precise. Soluzioni che occorre conoscere e saper applicare ai nostri testi, già mentre li scriviamo. Si tratta, in sostanza, di alcuni suggerimenti basilari: preferire parole di maggiore uso, cioè le parole più usate e capite da tutti, metterle insieme usando una sintassi più semplice e lineare, scrivere frasi brevi e mettere in ordine le informazioni concatenandole in modo logico.

Le soluzioni proposte dal Codice mirano a due obiettivi: cercare produrre i testi leggibili e comprensibili. Precisiamo che la leggibilità è un dato quantitativo, misurabile e controllabile con formule matematiche, oggi informatizzate; la comprensibilità, invece, è un dato qualitativo del testo, più difficile, ma non impossibile da controllare.

In pratica, la leggibilità dipende da due brevità: dalla brevità delle parole e dalla brevità delle frasi. Se scrivendo scegliamo parole più semplici e di uso comune – parole che, statisticamente, sono per lo più anche le più brevi – e se si scriviamo frasi non più lunghe di 25 parole, i testi risulteranno meno difficili da leggere e più comprensibili. In altre parole, la leggibilità è la condizione necessaria, ma non sufficiente per garantire ai testi una buona comprensibilità. Tuttavia le due caratteristiche sono strettamente intrecciate tra loro: non è possibile avere testi comprensibili che non siano innanzitutto leggibili. Per approfondire come e perché queste due caratteristiche riescano a dare ai testi maggiore semplicità, chiarezza e precisione sarebbe utile la lettura di un volume di Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, pubblicato più volte tra il 1980 e il 2003. In appendice a questo volume c’è il Vocabolario di Base della lingua italiana (di Tullio De Mauro VdB), cioè l’elenco delle circa settemila parole più comprese e sicuramente più usate dagli italiani con istruzione media. In fondo al Codice di stile abbiamo voluto riportare l’elenco delle parole del VdB per consentire agli amministratori pubblici di controllare, mentre scrivono, se le parole da loro scelte sono quelle più diffuse e note a tutti. Nell’edizione più recente della Guida all’uso delle parole (Laterza, 2019) è riportato l’aggiornamento del VdB fatto da Tullio De Mauro e dalla sua allieva Isabella Chiari, ora docente di Linguistica generale alla Sapienza di Roma. Si tratta del Nuovo Vocabolario di Base (NVdB) costituito da circa settemilacinquecento parole, ricavato da un diverso corpus di testi, molto più ampio e ricco di quello su cui era basato il VdB pubblicato nel 1980. Può essere utile sapere che le parole del NVdB è tra gli oltre 160.000 lemmi del Vocabolario De Mauro, consultabile gratuitamente sul sito del settimanale “Internazionale”, al link https://dizionario.internazionale.it/.

La comprensibilità, invece, essendo una caratteristica testuale di tipo qualitativo, costringe chi scrive a riflettere sul modo in cui il testo è costruito a livello profondo. La comprensibilità riguarda infatti specificamente l’organizzazione logico-concettuale del testo, cioè il modo in cui organizziamo le informazioni, secondo una precisa gerarchia delle informazioni. Gerarchizzazione in modo consapevole e controllato le informazioni aiuta il lettore a seguire lo sviluppo logico del testo e a fargli comprendere immediatamente quali sono le informazioni principali e quali quelle secondarie o di supporto. In questo lavoro di gerarchizzazione gioca un ruolo fondamentale anche la paragrafazione che si dà al testo. Premesso che chi scrive può liberamente decidere come gerarchizzare le informazioni, sarà la considerazione del destinatario e degli obiettivi del testo a suggerirgli la scelta migliore. Nella costruzione ragionata del testo, infatti, chi scrive deve saper decidere e controllare lo sviluppo logico (coerenza) del testo che deve avere anche una corretta connessione tra le parti (coesione). Deve lavorare poi sulla sottrazione che sulla somma di informazioni che, esulando strettamente dall’obiettivo del testo, rischiano di appesantirlo inutilmente e renderlo meno trasparente.

Per renderci conto di quanto i nostri testi siano leggibili e comprensibili possiamo ricorrere anche a due piccoli espedienti, ma molto efficaci. Il più veloce sarebbe quello di sottoporre ad altre persone che non abbiano partecipato al processo di scrittura la lettura dei nostri testi e chiedere loro se e quanto li ritengano chiari. Meglio ancora sarebbe se le persone consultate non abbiano alcuna competenza sugli argomenti trattati dai testi. L’altro, non sempre praticabile perché più costosa in termini di tempo, sarebbe concedersi una pausa di riflessione, cioè tornare sul testo dopo un certo lasso di tempo e rileggerlo a mente fredda, con un occhio più distaccato e oggettivo. È esperienza comune che quando rileggiamo un nostro testo, anche solo dopo qualche ora, avvertiamo immediatamente l’esigenza di intervenire, modificarlo e rifinirlo. Questo dimostra la validità del principio teorico della potenzialmente illimitata perfettibilità delle nostre produzioni linguistiche. Vale a dire che la lingua ci offre possibilità infinite di esprimerci, fornendoci sempre una soluzione che risulta preferibile ad altre perché ci sembra più efficace. In questo si manifesta tutta la potenza e la ricchezza della lingua della quale, senza neppure rendercene conto, ci serviamo di continuo e abbondantemente.

Che ruolo possono svolgere a riguardo la linguistica e i linguisti?
La risposta a questa domanda specifica è nel contributo di due linguiste, Rossana Ciccarelli e Paola Pietrandrea. La prima è assegnista di ricerca di Linguistica italiana all’Università di Napoli “Federico II”. La seconda è professoressa associata di Scienze del linguaggio all’Università di Lille, in Francia. Nel loro saggio le due linguiste riassumono in due parole molti dei vizi (e vezzi) della scrittura burocratico-amministrativa: ampollosità e ridondanza. Queste caratteristiche si concretizzano nel ricorso sistematico a frasi lunghe e ricche di subordinate, di elementi coesivi inutilmente aulici, e a scelte linguistiche lontane dagli usi comuni dei parlanti. A proposito del burocratese, le due studiose opportunamente richiamano il “terrore semantico” di cui parlava Italo Calvino, cioè il volontario e sistematico rifuggire dall’uso della lingua comune. Infatti, i burocrati spesso preferiscono usare parole, invece delle parole comuni, parole auliche (spesso pseudo tali) e astratte, termini ripresi da vari linguaggi settoriali e specialistici, e molte altre parole che Luca Serianni definiva “tecnicismi collaterali” (come, per esempio, compiegare per “allegare”, differire per “rinviare”, quiescenza per “pensione” ecc.). I burocrati amano ricorrere spesso anche a forestierismi, latinismi (iter, memorandum, sine die, ad interim, de cuius ecc.) di cui esistono in italiano termini perfettamente corrispondenti sul piano del significato.

Tuttavia l’oscurità del linguaggio burocratico amministrativo e lo stile tendente all’ampollosità e alla ridondanza derivano in parte dall’educazione linguistica ricevuta, in parte proprio dalla storia della formazione delle tradizioni della scrittura giuridica e amministrativa. Su quest’ultimo aspetto getta luce il saggio, già citato, di Guido Melis. Dai vari saggi che costituiscono il nostro volume emerge con chiarezza che il pendolo del linguaggio amministrativo-burocratico italiano oscilla tra spinte all’innovazione e spinte alla conservazione, tra la tensione verso il cambiamento e l’attaccamento al già noto e sperimentato.

In questo contesto vanno inquadrati i tentativi di semplificazione linguistica condotti negli ultimi trent’anni, a partire dal Codice di stile, tentativi che sono passati da momenti iniziali di accelerazione alle fasi prima rallentamento e poi di frenata. Riteniamo che, se la scuola e l’università ricevessero la giusta attenzione, soprattutto dai nostri governanti e politici, forse le cose potrebbero cambiare più velocemente e in profondità. Come abbiamo detto, sia gli sviluppi delle scienze storiche, giuridiche e amministrative sia le scienze del linguaggio ci hanno aiutato a mettere a fuoco sempre meglio i problemi e la complessità anche del linguaggio della legislazione e delle amministrazioni, considerando pure il crescente intreccio di relazioni e interessi sovranazionali e globalizzati.

È per lo meno dagli anni Quaranta nei paesi anglosassoni, e dalla fine degli anni Sessanta anche in Italia, che la linguistica e le scienze affini hanno consentito agli studiosi di mettere a punto strumenti – oggi informatizzati – di tipo quantitativo e, in parte, anche di tipo qualitativo, per misurare, valutare e migliorare la produzione di testi informativi, formativi, di comunicazione, professionali, tecnici e specialistici. Da anni la linguistica, forte anche dei notevoli contributi che arrivano da altre scienze, come la matematica, la statistica, l’informatica, la pedagogia, la psicologia, la biologia e le neuroscienze, ci ha portati a capire dove e perché la comprensione delle nostre produzioni linguistiche, soprattutto scritte, può incepparsi e fallire e mancare gli obiettivi prefissi. Di riflessioni e approfondimenti su questi temi è ricco il volume di Tullio De Mauro Capire le parole (Laterza, 1994).

Non c’è dubbio, quindi, che il ruolo dei linguisti, ma anche quello dei giuristi per la parte di loro competenza, sia fondamentale per la semplificazione legislativa e amministrativa. Innanzitutto lo è perché come docenti di linguistica e di diritto hanno il compito di formare studentesse e studenti che costituiranno le future classi dirigenti. Per i docenti di linguistica lo è in modo anche più specifico perché hanno un ruolo nella formazione degli insegnanti di ogni ordine e grado della scuola italiana. Per tutti, nuove classi dirigenti e futuri insegnanti, è fondamentale il possesso di alcune nozioni di base sui diversi codici semiologici e sulle loro caratteristiche specifiche, sulla natura del linguaggio e sul funzionamento delle lingue, sulla comunicazione che, per molti, implica anche una responsabilità sociale, oltre che professionale. Chi andrà ad insegnare dovrà possedere almeno le nozioni fondamentali di alcune discipline: filosofia del linguaggio, glottologia, storia della lingua italiana, linguistica storica e linguistica generale, linguistica italiana e storia linguistica dell’Italia, didattica delle lingue. Da parte loro i linguisti dovrebbero farsi carico più spesso di far percepire ai loro allievi, attraverso pratiche operative, la spendibilità sociale, cioè l’utilità concreta di molte di queste nozioni per poter comunicare in modo realmente efficace.

Uno dei compiti che alcuni linguisti e giuristi si sono assunti in questi ultimi tre decenni è mantenere ed estendere la sensibilità verso il problema dell’efficacia comunicativa nelle istituzioni tutte e nella pubblica amministrazione, ma anche nelle aule universitarie e altre sedi formative. Tra le cause dell’indifferenza verso questo problema ci sono vari motivi. Uno di questi è certamente la scarsa conoscenza del Paese reale da parte di chi ci governa e ci amministra. Come è realmente stratificata la popolazione dal punto di vista sociolinguistico e culturale? Quali sono i nostri livelli di alfabetizzazione (tuttora insufficienti rispetto alle crescenti richieste sociali e nel confronto internazionale), quali sono i tassi di analfabetismo, di evasione e di dispersione scolastica in Italia? Come si distribuiscono questi dati sul territorio nazionale con le sue preoccupanti disparità sociali, culturali e di genere, ma anche di sviluppo, capacità economica e qualità di vita? Se si conoscesse e capisse fino in fondo il portato di questi dati per il sistema Paese e se la classe politica non affrontasse sempre tutti i problemi come eterne emergenze, forse si capirebbe che l’Italia ha bisogno di grandi e improcrastinabili riforme e non di interventi improvvisati che hanno la stessa efficacia e durata dei rimedi, che potremmo chiamare, con un’espressione popolare, pannicelli caldi. Abbiamo bisogno di riforme che siano dettate non dal bisogno del momento e da interessi elettorali di parte, ma dalla consapevolezza di tutte le forze politiche dell’urgenza di cambiamenti profondi da realizzare all’interno di una cornice complessiva che racchiuda un’idea di paese e di futuro. L’assenza di una visione d’insieme dei problemi elencati porta inevitabilmente a interventi occasionali, insufficienti, sganciati l’uno dall’altro, mai sistemici e sistematici.

Vorrei però spendere, a questo proposito, una parola sulla scuola e sull’università, facendo a me stessa due domande. Spesso le polemiche giornalistiche tendono ad attribuire alla scuola e al nostro sistema formativo in generale molte più responsabilità di quelle che in effetti hanno, col risultato di sminuire, sottovalutare, anzi svalutare gli sforzi che il mondo della scuola e delle nostre università fa, tra la disattenzione, per non dire disinteresse, della politica e dei governi. La prima domanda è: “Perché i nostri laureati e dottori di ricerca che emigrano all’estero trovano nelle università e nelle aziende private straniere lavoro, retribuzioni e finanziamenti (di entità impensabili in Italia) per le loro ricerche?”. Forse la nostra scuola e le nostre università, nonostante i loro numerosi limiti, mantengono all’estero una certa credibilità e una capacità formativa superiori a quelle che noi stessi siamo disposti ad attribuire loro. La seconda domanda è speculare alla prima: “Perché non succede il contrario, cioè che laureati e dottori di ricerca stranieri vengano a lavorare e a fare ricerca in Italia?”. Forse la risposta a questa seconda domanda andrebbe girata a chi ha avuto, nel passato e in anni più recenti, responsabilità politiche e di governo per non creato le condizioni necessarie per dare possibilità di lavoro e di ricerca ai nostri giovani e farli rimanere in Italia, e attrarre anche noi qualche cervello che dall’estero.

A chi si occupa di scuola e università è sempre più chiaro che alla classe politica italiana mancano una prospettiva di sviluppo del paese e soprattutto la capacità di capire l’importanza di investire in istruzione e ricerca. Su questo punto si è espresso con estrema nettezza Tullio De Mauro, nell’intervista rilasciata a Francesco Erbani qualche anno fa, nel volume La cultura degli italiani (Laterza, 2010). Lo scarso interesse per l’istruzione e per la ricerca è un tratto che, secondo De Mauro, accomuna mediamente tutti i governi e partiti politici, senza distinzione di parte.

A dimostrazione di quanto stiamo affermando basta leggere (e capire) i dati del Rapporto Istat del 2023. In Italia la spesa pubblica per l’istruzione ammonta al 4,1% del nostro PIL contro il 5,2 della Francia, il 4,6 della Spagna e il 4,5 della Germania. Se consideriamo che la spesa media dei paesi UE27 è il 4,8%, si capisce perché il declino dell’Italia non sia più solo un rischio, ma una realtà a cui non si sa porre rimedio. A questi dati possiamo affiancare quelli citati in un’altra recente pubblicazione web dell’Istat, Noi Italia 23. In questa si legge che “il miglioramento del livello di istruzione e formazione ha assunto (…) un ruolo fondamentale nelle politiche economiche e sociali dell’Unione europea, fino a costituire parte integrante di Europa 2020, la strategia decennale per la crescita e l’occupazione, varata nel 2020, con l’obiettivo di creare le condizioni per uno sviluppo intelligente, sostenibile e solidale”. Da queste parole risulta evidente la relazione che lega l’istruzione e formazione con sviluppo del paese. Sulla stretta correlazione tra istruzione e sviluppo sociale ed economico del nostro Paese si soffermava dieci anni fa Giovanni Solimine nel volume Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia (Laterza, 2014).

Dunque, non sarebbe ora di misurare la capacità e il merito di chi ci governa anche con questo metro di giudizio? Qual è l’impegno – concreto e visibile – della nostra classe politica per migliorare i nostri sistemi di formazione e di ricerca sia nell’immediato che in futuro? Quale futuro possiamo immaginare, a queste condizioni, le nuove generazioni, se non affrontiamo il tema dello sviluppo del Paese anche in termini di istruzione, formazione e ricerca?

È dunque possibile semplificare la lingua delle nostre leggi e della nostra burocrazia?
Con l’ottimismo della ragione e la determinazione della volontà, rispondo a questa domanda senza incertezza alcuna. Sì, semplificare la lingua delle nostre legge e della nostra burocrazia si può e si deve. E si può e si deve semplificare la lingua anche di molti altri tipi di testo, tutti quelli che hanno una destinazione ampia e indistinta e sono essenziali per la nostra vita quotidiana. Mi riferisco ai testi formativi (libri scolastici e di studio), informativi (stampa e mass media), divulgativi e di istruzione per l’uso (dai foglietti illustrativi che accompagnano i medicinali fino alle istruzioni dei numerosi elettrodomestici e strumenti elettronici vari), agli avvisi pubblici e alla segnaletica autostradale e stradale, spesso bizzarri, oltre che incomprensibili.

Come ho già detto, da oltre trent’anni, abbiamo lavorato su due fronti: da una parte all’obiettivo di rendere più chiara, semplice e precisa la nostra comunicazione pubblica, dall’altra alla ricerca di soluzioni per riuscirci. Negli anni siamo andati focalizzando sempre più la nostra attenzione su criteri che possano ridurre i rischi di non farsi capire nella comunicazione pubblica. Abbiamo elaborato un pacchetto di suggerimenti che abbiamo applicato a lungo e tarato su un’ampia tipologia di testi e con destinatari diversi. Tutti i suggerimenti di scrittura semplificata, è bene precisarlo, sono da considerare sempre perfettibili e adeguabili ai diversi contenuti, agli obiettivi e ai destinatari dei testi. Molti dei risultati di questo lavoro hanno trovato nel Codice di stile la prima accoglienza istituzionale, nella speranza che fossero fatti propri dagli amministratori pubblici e applicati ai loro testi. Un resoconto del lungo lavoro di ricerca e di applicazione è nel volume intitolato Capire e farsi capire. Teorie e tecniche di scrittura controllata (Piemontese, 1996).

Dopo la pubblicazione del Codice di stile, sono state portate avanti – prima nell’ambito della Funzione pubblica, poi in altre istituzioni, amministrazioni ed enti di vario livello – numerose esperienze di formazione del personale amministrativo con l’obiettivo di una maggiore efficacia comunicativa. Esperienze che sono state successivamente reiterate e adeguate alle necessità di numerose amministrazioni pubbliche, da vari ministeri alle amministrazioni locali. Sulle molte esperienze abbiamo ormai una bibliografia piuttosto ampia (cfr. Cortelazzo, 2021; Lubello, 2017; Melis, 2023; Piemontese, 2023 ecc.). Tutti i volumi che trattano questo argomento sono accomunati dagli stessi obiettivi. Far arrivare ai legislatori, e non solo agli amministratori pubblici, l’idea che la trasparenza linguistica e testuale è possibile e può contribuire concretamente a migliorare il funzionamento dell’amministrazione pubblica e il rapporto dello Stato con i cittadini. È un obiettivo di civiltà e di democrazia, ma anche di efficacia ed efficienza dell’intero sistema economico e produttivo del Paese.

Fatica, invece, ad affermarsi la convinzione che la semplificazione linguistica non è un’operazione di puro maquillage, di abbellimento dei testi, ma la strada obbligata della semplificazione amministrativa. Infatti, la semplificazione dei testi legislativi e amministrativi, riducendo le inutili complessità linguistiche, riuscirebbe a dare maggiore efficacia e velocità alle procedure. Nel volume postumo del 1962, How to Do Things with Words (tradotto in italiano Quando dire è fare), John L. Austin spiega che il nostro parlare (inteso qui anche come “scrivere”) non consiste nell’accostamento (più o meno) significativo di parole, messe l’una accanto all’altra. È una vera e propria azione con la quale, quando parliamo (o scriviamo), produciamo un cambiamento che non ha riflessi solo sulla nostra singola persona, ma coinvolge concretamente gli altri e le relazioni che con loro abbiamo.

In conclusione, il volume collettaneo Il dovere costituzionale di farsi capire non vuole essere un bilancio e neppure un atto inutilmente celebrativo. Vuole mettere in comune le conclusioni a cui siamo giunti in questi trent’anni dal Codice di stile. Da un lato vuole condividere la conoscenza delle cause che hanno rallentato e bloccato il processo di semplificazione linguistica. Dall’altro vuole far riflettere sulla necessità e sull’urgenza di riprendere il discorso sulla semplificazione linguistica, vitale per l’economia del Paese, per la vita dello Stato e per la vita dei cittadini e delle cittadine.

A monte di tutti i problemi analizzati da giuristi e linguisti nel volume, c’è la storica questione della riforma complessiva della nostra amministrazione, da molti invocata, da alcuni discussa, da nessuno realizzata. Ci si chiede se e chi potrà mai riuscire a spezzare questo “incantesimo italiano” che paralizza la vita e sacrifica la vitalità del Paese, svuotando la politica, i governi e lo Stato della loro credibilità. A far riflettere la classe politica e i governi non basta neppure la percentuale altissima di elettori che, da tempo, rinunciano a esercitare il loro diritto-dovere di votare. L’incantesimo è probabilmente nell’assenza di coraggio nella nostra classe politica di autoemendarsi, come sostiene Guido Melis. Da anni assistiamo, infatti, a una forma di resistenza silenziosa, passivo-aggressiva di due categorie i cui interessi si intrecciano e sorreggono a vicenda, con effetti negativi sulla vita del Paese. Da una parte gli amministratori pubblici (una massa di quasi tre milioni e duecentomila persone, ci ricorda Melis, che vanno a votare). Questi non hanno alcun interesse a vedere messe in discussione e mutate le posizioni acquisite. Dall’altra chi si avvicenda al governo, e avrebbe il potere di decidere e il dovere di fare le riforme necessarie, a partire dalla riforma dell’azione amministrativa (che non può prescindere, sia chiaro, dalla semplificazione linguistica) non ha alcun interesse e convenienza ad autoriformarsi e a cedere un pezzo del proprio potere di controllo e decisione su tutto.

Maria Emanuela Piemontese, già docente di Didattica delle lingue moderne alla Sapienza Università di Roma, ha collaborato alla redazione del Codice di stile (1993) e del Manuale di stile (1997) della Funzione pubblica. È autrice di Capire e farsi capire. Teorie e tecniche della scrittura controllata (1996) e di numerosi saggi e articoli.

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