Prof.ssa Paola Allegretti, Lei ha curato l’edizione critica e diplomatica del Dossier di Avignone, presso la casa editrice Le Lettere di Firenze, un libro in cui pubblica due documenti notarili autentici, cioè i verbali degli interrogatori avignonesi del chierico milanese Bartolomeo Cagnolati: quale ne è il contenuto?
Il dossier di Avignone. 9 febbraio 1320-11 settembre 1320, Paola AllegrettiIl 9 febbraio e l’11 settembre 1320 Bartolomeo Cagnolati, chierico milanese, confessa davanti ai cardinali più importanti della Curia di papa Giovanni XXII che a Milano Matteo Visconti ha fatto costruire una statuetta d’argento su cui sono incisi il nome del papa e alcuni simboli astrologici. Matteo Visconti cerca qualcuno che sia esperto nel rituale del sortilegio e si è rivolto per primo a Bartolomeo Cagnolati. Due mesi dopo, ad Avignone, Cagnolati racconta ai cardinali di aver rifiutato l’offerta di Matteo Visconti, dichiarandosi inesperto di necromanzia, e poi racconta di essersi accordato con gli esponenti guelfi di Milano (la famiglia Della Torre) per arrivare segretamente ad Avignone e denunciare tutto in Curia.

In quale cornice si iscrive l’episodio dell’attentato mediante sortilegio alla vita di papa Giovanni XXII?
La cornice è molto complessa. Questo tipo di attentato era molto temuto e diffusamente praticato anche nella Curia Romana. Già nel 1317 papa Giovanni XXII aveva condannato a morte il vescovo di Cahors, Hugues Géraud, perché era al centro di riti necromantici praticati su statuette di cera contro il papa e i suoi più stretti parenti. Ma è soprattutto in Francia, negli ultimi anni del regno di Filippo il Bello (1285-1314), che la minaccia alla vita dei potenti con riti magico-necromantici è all’ordine del giorno. Almeno stando agli atti processuali. Uno scrittore famoso, Maurice Druon, ha raccontato la storia di questi anni con un titolo sintomatico: Les rois maudits. Sotto Filippo il Bello l’accusa di maleficio e di necromanzia serve per risolvere a favore del re celebri processi: contro il defunto papa Bonifacio VIII (1303-1311), contro i Templari (1307-1312), contro le sue stesse nuore imprigionate nell’imprendibile fortezza di Château-Gaillard (1314). Sono processi nei quali il neoletto (ma molto avanti con l’età) arcivescovo di Avignone, Jacques Duèse, dà pareri legali. Una volta papa, con il nome di Giovanni XXII, egli trasferirà questa pratica anche alla Curia Romana dove restano tutti i documenti che diventò indispensabile redigere. Erano anni di transizione culturale, in cui non si riusciva neanche a concludere il lunghissimo conclave per eleggere un nuovo papa dopo la morte di Clemente V. Fu alla fine eletto l’allora vecchissimo Giovanni XXII, che si rivelò uno dei papi più longevi della storia. Egli cercò di restaurare il prestigio del papato collocandolo ad Avignone, e si ispirò anche all’operato accentratore della monarchia francese di Filippo il Bello. In generale all’inizio del Trecento si assiste alla lotta del mondo feudale e dei suoi privilegi contro il mondo delle nuove competenze universitarie, logiche e argomentative, quelle dei medici e degli uomini di legge. A cavallo tra medicina e astrologia, la necromanzia entra però trionfalmente nelle codificazioni del diritto canonico promosse da Giovanni XXII. E sempre più nei processi. Di fatto i Visconti saranno condannati come eretici. Giovanni XXII equipara in due bulle alchimia e necromanzia all’eresia. L’orizzonte che si profila non prevede più la leggerezza e la tolleranza del pur torbido mondo di Apuleio, sottoposto anche lui a un celebre processo per ‘magia’. Dopo la Peste nera (1348) questa strategia di repressione e di controllo, nella sua variante più diffusa, la caccia alle streghe, fu una strategia vincente fino ed oltre la Rivoluzione Francese.

Quale comportamento adottò nella vicenda il Cagnolati?
Bartolomeo Cagnolati è un personaggio inafferrabile. Si reca ad Avignone per confessare volontariamente e dichiara di voler salvare la vita a papa Giovanni XXII. La sua è una posizione delicata: è un delatore, e deve però convincere i cardinali che lo ascoltano della sua innocenza. I cardinali gli credono: perché? Non è un pentito né un dissociato, perché racconta che da subito ha rifiutato ogni complicità nel sortilegio. Quando dopo la prima deposizione ad Avignone Matteo Visconti lo sospetta di doppio gioco, Bartolomeo Cagnolati a Milano durante la quaresima del 1320 è imprigionato e torturato. E racconta nel settembre 1320 ad Avignone di aver allora dichiarato il falso sotto tortura. Il problema non è solo che Bartolomeo Cagnolati è un mentitore confesso. Nella sua confessione è interrogato su tanti particolari tecnici, ma i cardinali non gli chiedono nulla dei dettagli più segreti del sortilegio. Matteo Visconti è stato un uomo di intelligenza singolare, il nemico più temibile di papa Giovanni XXII prima che si profilasse l’astro dell’imperatore Lodovico il Bavaro. Il Visconti sceglie Bartolomeo Cagnolati consigliato dal celeberrimo medico Antonio Pelacani da Parma: possibile che entrambi si siano sbagliati sul conto di Cagnolati? Che si siano rivolti ad un incompetente di necromanzia?

Quali interrogativi e perplessità suscita, riguardo alla sua attendibilità, il resoconto degli eventi?
Il papa Giovanni XXII, Matteo Visconti, Galeazzo Visconti, i cardinali dell’interrogatorio, Bartolomeo Cagnolati e anche Dante Alighieri credono alla verità della necromanzia. Costoro non si trovano nell’atmosfera di Là-bas di K.J. Huysmans, cioè con la possibilità di una duplice prospettiva, a cavallo tra medioevo e il mondo moderno. D’altra parte il capolavoro di Huysmans generò e produsse un grande revival del satanismo in Francia alla fine del XIX secolo. Gli atti del dossier di Avignone non sono il resoconto vero di un episodio fantastico e falso. Sono il resoconto legale di una storia vera e creduta tale. Nel mio libro cito spesso anche il dottissimo Gabriel Naudé, bibliotecario del cardinale Giulio Mazzarino. Egli si fece apologeta, cioè difensore, di tutti gli intellettuali che prima di lui erano stati accusati di magia e di necromanzia. L’elenco è lunghissimo, gli argomenti con cui li difende estremamente istruttivi.

In che modo nella vicenda viene coinvolto Dante Alighieri?
Dante Alighieri di Firenze, chiamato qui “magister”, entra nella vicenda con un vero colpo di teatro. È l’ultimo personaggio di cui si faccia il nome nel documento notarile dell’11 settembre 1320. E questo documento, conservato all’Archivio Apostolico Vaticano da quando venne prodotto, è l’unico documento notarile contemporaneo di Dante Alighieri che sia arrivato fino a noi con il suo nome. L’unica traccia storica della sua esistenza in vita, un anno e qualche giorno prima che egli muoia a Ravenna.

Quali illazioni emergono sul conto di Dante nel corso dell’inchiesta segreta sui Visconti?
Galeazzo Visconti conosce Dante Alighieri. Nonostante nel canto dei Visconti in Purgatorio Dante scriva male di lui senza neanche citarlo per nome. Nel canto ottavo di Purgatorio Dante scrive che il monumento funebre che si fregia dello stemma dei Visconti di Milano, cioè la vipera, è un monumento funebre meno illustre di quello con lo stemma araldico dei Visconti di Pisa, il gallo di Gallura. E nella valletta verde dei principi negligenti dopo aver assistito a questa rivelazione, oramai all’imbrunire, Dante vede che i due angeli verdi che scendono ogni notte dall’Empireo cacciano con le loro spade infuocate una vipera che si nasconde sempre in quel prato fiorito. È il famoso canto che chiede al lettore di aguzzare gli occhi per contemplare la verità sotto il sottile velo della poesia e della liturgia purgatoriale. E Dante si chiede se la biscia sia quella stessa che già sedusse Eva nell’Eden.

In che modo il lavoro da lei compiuto offre un importante contributo alla conoscenza delle pratiche cancelleresche e dell’attività legislativa nella Curia avignonese durante il pontificato di Giovanni XXII?
L’Archivio Apostolico Vaticano è il più importante archivio d’Europa. Lì hanno lasciato traccia la storia pubblica e ufficiale, ma anche, come nel nostro caso, la storia di alcuni retroscena, la storia diplomatica. La storia segreta del potere. Soprattutto i documenti del pontificato di Giovanni XXII, che fu un grande giurista, sono una miniera inesauribile di notizie. Tutto il mondo religioso, civile, politico, economico di quegli anni ha lasciato, come Dante Alighieri, nei Registri latini dell’amministrazione pontificia la traccia più sicura della sua esistenza. Faccio un esempio chiaro e interessante. Un chierico inglese del Lincolnshire chiede nel 1321 a papa Giovanni XXII l’assoluzione per aver accidentalmente provocato la morte di un tale mentre giocavano insieme al calcio: “una volta giocando con altri alla palla, aveva colpito per divertimento la palla col piede e volendola colpire ancora un suo amico gli andò contro impetuosamente e si ferì sul coltellino corto che pendeva dalla sua cintura”, scrive ad Avignone il chierico Willelmo Spalding. “L’urto fu del tutto casuale, la ferita fu mortale, l’avversario morì dopo due giorni”. In bilico tra omicidio e incidente ecco attestata in una dispensa assolutoria del primo maggio del 1321 la violenza nel campo di calcio, in Inghilterra. Nel 1321 c’è quindi il calcio. Anche se il documento dà atto di un incidente durante una partita, nonostante si dica che del tutto occasionalmente dopo un primo calcio, Willelmo Spalding volesse provare ancora a colpire la palla. Ecco: questo è un esempio adatto di serendipity, analogamente a quanto accade con il documento che cita Dante Alighieri. I documenti dell’Archivio Apostolico Vaticano conferiscono infatti alla realtà indubitabile questioni estremamente complesse. L’avversario di Willelmo Spalding si è veramente ferito da solo? È un omicidio, o è un incidente? Forse allo storico basta registrare che nel 1321 si giocava a calcio, e che forse si giocava armati (Willelmo Spalding ha cura di specificare che il suo “coltellino” era nel fodero). Gli stessi problemi sollevano le molte domande che possiamo fare al Dossier di Avignone. Basterebbe fermarsi già ai cardinali che ne sono i testimoni: sono i più importanti nipoti di papa Giovanni XXII. Faccio qui solo il nome di uno, Arnaud de Via. È interessante al nostro proposito che proprio lui sia considerato l’anello di giunzione tra Templari e Rosacroce?

In che modo questa vicenda è significativa per capire come sulla multiforme figura di letterato, filosofo e scienziato di Dante si proiettasse l’ombra del viaggio ultraterreno e, dunque, con che occhi lo guardassero i colti e i semicolti a contatto dei quali viveva?
A partire da questi documenti bisognerà iniziare a guardare Dante Alighieri con occhi nuovi. Con gli occhi della storia e non solo con quelli della letteratura, del mito e dell’agiografia. Sarebbe sconsiderato non leggere questi documenti autentici con la dovuta serietà. E sarebbe strano non avere la curiosità di leggerli.

Paola Allegretti fa parte del Consiglio Scientifico della Società Dantesca Italiana (Firenze) e ha pubblicato Dante Alighieri, La canzone “montanina” (Verbania, Tararà, 2001), per l’Edizione Nazionale delle Opere di Dante Alighieri, Fiore, Detto d’Amore (Firenze, Le Lettere, 2011) e una raccolta di saggi Adespoti, prosimetri e filigrane. Ricerche di filologia dantesca (Ravenna, Longo Editore, 2013).

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