“Il disegno selvaggio. Un’antropologia del grafismo infantile” di Simone Ghiaroni

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Il disegno selvaggio. Un'antropologia del grafismo infantile, Simone GhiaroniIl disegno selvaggio. Un’antropologia del grafismo infantile
di Simone Ghiaroni
Meltemi

«L’attenzione accademica verso i disegni dei bambini ha molto probabilmente una data di nascita. Come ci ricorda l’autore stesso, in un giorno piovoso di più di centotrenta anni fa, rientrando a casa dalla Certosa di Bologna, lo storico dell’arte Corrado Ricci, allora ventiquattrenne, si riparò sotto un portico e lì fece un incontro tanto fortunato quanto casuale. In esposizione sotto quel portico c’erano diverse opere e l’attenzione di Ricci, probabilmente per la scarsa qualità delle opere adulte in mostra, fu attirata da alcuni disegni eseguiti da bambini. Questo avvenimento accese in lui l’idea di condurre uno studio sull’arte infantile e si mise all’opera per raccogliere una vasta collezione. Il risultato di questo studio fu il breve testo pubblicato da Zanichelli nel 1887, L’arte dei bambini, che viene comunemente inteso come l’iniziatore degli studi sul disegno infantile e contiene in nuce molte delle questioni successivamente affrontate da altri.

Nelle prospettive classiche, il disegno dei bambini viene sottoposto a un’analisi effettuata con riferimenti esterni e impersonali (pensati, in certi casi, come criteri dotati di una comprovata oggettività), come il giudizio sull’artisticità o la valutazione dello stadio evolutivo inerente alle capacità mentali e grafiche; oppure interni e inconsci come la proiezione della personalità del sé psicologico nel disegno. È dall’idea di ricerca antropologica condotta insieme ai bambini su un aspetto peculiare della loro vita, che prende le mosse il tentativo di un’interpretazione antropologica del disegno infantile proposto in questo testo. Nella mia interpretazione cerco di riconoscere un’intenzionalità e una capacità di produrre significati socioculturali propria dei comportamenti che si svolgono attorno alla produzione e all’utilizzo dei disegni.

Come già sottolineato, fare un’antropologia del disegno infantile, non significa, nell’ottica adottata, verificare transculturalmente le teorie già proposte o analizzare la variabilità culturale dei temi, delle tecniche o altro, ma esplorare la dimensione intersoggettiva, sociale e portatrice di significati condivisi del disegno e del suo uso concreto nello specifico manifestarsi all’interno di un gruppo di bambini. Così, il disegno viene inteso non solo come immagine, ma come un artefatto prodotto in un contesto sociale di gioco, simile per certi aspetti al comportamento rituale, secondo alcuni criteri cognitivi e comunicativi, con un peculiare uso sociale che ne determina il significato. Le immagini prodotte dai bambini sono dunque degli essenziali punti di snodo: sono i termini visivi di catene di pensiero, da cui partono delle catene di comunicazione.

A partire dalla sua produzione, il disegno appare subito come un’impresa cognitiva e comunicativa intersoggettiva che non coinvolge solamente il suo esecutore materiale e la sua creatività, bensì tutto il gruppo che in quel momento sta partecipando al gioco. Quasi ogni aspetto del disegno viene commentato e negoziato, vengono espressi giudizi, e viene proiettato nell’immagine il riflesso delle relazioni sociali. L’analisi di un disegno, dunque, non può considerare solo l’immagine risultante, ma deve ricercare il suo significato nelle interazioni che sono avvenute durante il processo di produzione di quell’immagine e nelle relazioni che intercorrono tra il disegno e altri disegni. Ogni immagine è un nodo di una rete di disegni e di relazioni sociali. Negoziare un soggetto, rifiutare o accettare un consiglio, accondiscendere alla richiesta di un disegno su “commissione” significa prima di tutto accettare o riprodurre una relazione sociale. Nel procedimento stesso del disegno si intrecciano questioni riguardanti il gruppo e i ruoli stabiliti, o che si stabiliscono nel momento, di cui l’immagine porta una traccia: per esempio, i legami di alleanza o di ostilità, i rapporti di forza all’interno del gruppo come l’influenza di un bambino riconosciuto come il leader, i rapporti di genere e di anzianità.

Soprattutto, in ogni disegno è imputata l’identità di chi disegna e di coloro i quali stanno intrecciando relazioni con lui. Non si tratta solo di un prodotto residuo delle interazioni, di una traccia di relazioni sociali proiettate e reificate in un’immagine, ma nel disegno e col disegno si attiva il processo stesso di instaurazione di questi legami. Il disegno, inserito in un contesto di gioco, costituisce uno spazio altro, un universo di verità differente da quello consueto, che permette di strutturare e destrutturare le esperienze esterne e interne al soggetto, stimolando e rendendo lecite le sperimentazioni. Offre dunque un contesto nel quale mettere alla prova rapporti, significati, esperienze senza subirne un diretto contraccolpo nella sfera quotidiana. Così, giocare a “far innamorare” una principessa all’interno del mondo del disegno può essere un tentativo d’instaurazione di una relazione personale che, se non va a buon fine, resta all’interno del disegno e non muta i rapporti nel mondo che ne rimane al di fuori, mettendo al sicuro i partecipanti dell’interazione dal fallimento. I disegni hanno una vita sociale che prosegue anche dopo il completamento dell’immagine. Si stabiliscono reti di dono dei disegni, questi vengono manipolati, strappati o conservati e, con loro, vengono manipolate le relazioni sociali e le identità che vi sono imputate e a cui questi, indessicalmente, si riferiscono.»

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