“Il diritto di annoiarsi. Darsi il tempo per pensare” di Anna Silvia Bombi e Daniele Malaguti

Prof.ri Anna Silvia Bombi e Daniele Malaguti, Voi siete autori del libro Il diritto di annoiarsi. Darsi il tempo per pensare edito dal Mulino. Come scrivete nel libro, «dalla noia si fugge, anzi di più, sembra che sia obbligatorio scappare: non è bene annoiarsi»: possibile che la noia sia così negativa?
Il diritto di annoiarsi. Darsi il tempo per pensare, Anna Silvia Bombi, Daniele MalagutiSentirsi annoiati non è piacevole, questo va detto. È una delle non poche emozioni che chiamiamo sbrigativamente “negative” come la paura o la rabbia. Però le emozioni, tutte le emozioni – e dunque anche quelle spiacevoli – hanno una funzione: se la paura ci fa scappare o nasconderci, la rabbia ci fa reagire ad un’aggressione, e gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Ogni emozione è una sorta di schema mentale automatico che coinvolge non solo i sentimenti, ma anche il comportamento. In questo modo l’emozione permette, sebbene in forma automatizzata, una risposta immediata alla situazione in cui ci troviamo, predisponendo anche tutto il nostro corpo ad agire. In questo senso tutte le emozioni possono essere considerate delle sentinelle che forniscono informazioni sulla distanza che intercorre tra noi e i nostri obiettivi, rappresentati dai nostri bisogni e aspettative. Dunque la noia deve avere un suo perché nel bilancio di “attrezzature” di cui l’evoluzione ci ha dotati, e come ogni altra emozione deve essere in primo luogo vissuta e in qualche modo accolta per poter assolvere la sua funzione. Scappare da essa senza capirne il messaggio non è una buona idea.

Cos’è la noia e a cosa serve?
La noia è un fenomeno veramente interessante e non solo per noi psicologi; nel nostro libro abbiamo ceduto spesso la parola a storici e sociologi, ma non dobbiamo dimenticare che è stata oggetto di importanti riflessioni filosofiche e di valutazioni religiose (pensiamo ai testi sull’accidia che coglieva i monaci nei siti desertici dell’antichità). In più, è stata il movente di personaggi letterari famosi dal René di Chateaubriand, all’Oblomov di Gončarov, fino al nostro compatriota Dino de La noia moraviana. E’un’emozione non facilissima da descrivere perché si fonde spesso con altri stati d’animo: tristezza, rimpianto, irritazione, ma anche nostalgia un po’ dolce come nei versi di Paolo Conte in “Azzurro”, la canzone resa popolare da Adriano Celentano. “Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me” – dice il testo – rimandando poi alle esperienze infantili in cui il non aver niente da fare portava al gioco: “cerco un po’ d’Africa in giardino, tra l’oleandro e il baobab, come facevo da bambino…”

La caratteristica principale della noia è proprio il pomeriggio “troppo lungo”, il tempo che si dilata e sembra non passare mai, unitamente a un misto di impotenza e irrequietezza: di recente, in un incontro in libreria, una nostra lettrice ci ha ricordato come questa mescolanza di opposti sia ben catturata dal famoso ossimoro di Orazio che dipinge la noia come strenua inertia, indolenza faticosa, potremmo dire. Il desiderio di fare qualcosa non sfocia infatti subito in un’attività soddisfacente, atta per l’appunto a riempire il tempo, e questo accade quando le circostanze ci trattengono in una situazione che per qualche motivo non riesce a catturare la nostra attenzione. Nel libro abbiamo dedicato a questo problema un paragrafo intitolato scherzosamente “Conferenze, cerimonie e concerti”…

Tornando a quanto abbiamo detto sopra, in risposta alla prima domanda sulla funzione delle emozioni, possiamo dire che la noia fornisce anch’essa informazioni sulla nostra esperienza e sul modo in cui la stiamo vivendo: “Non ti sei accorto che non hai neppure sentito l’ultima frase del conferenziere?” oppure “La premiazione è finita, puoi anche svignartela”. Proseguendo nella nostra metafora, le emozioni-sentinelle non si limitano a dare l’allarme quando c’è un pericolo, o a segnalare una novità piacevole che ci scalderà il cuore, ma servono anche a riscontrare che non c’è nulla di nuovo. Ebbene, la noia possiamo annoverarla tra le sentinelle che, monitorando silenziosamente il territorio assegnato, ci dicono che nulla varia, che non tira una bava di vento: calma piatta.

Perché non si può stare a lungo senza fare niente?
Una delle nostre disposizioni fondamentali è quella che in inglese si chiama “agency” e che noi psicologi traduciamo un po’ goffamente come “agenticità”: è il bisogno di agire. E non si tratta solo di “mettersi in moto”, altrimenti non ci si annoierebbe mai in un lungo viaggio in treno; la nostra agency pretende che noi ci si senta proprio protagonisti dell’azione. Ma non basta neppure questo, altrimenti tutti sarebbero ben lieti di lavorare alla catena di montaggio: più occupati di così! Quando l’azione che abbiamo intrapreso non stimola la nostra attenzione e non permette di esercitare alcun controllo (viaggio in treno), o è così ripetitiva e frammentata da sembrare assurda (la catena di montaggio) l’azione perde di senso. La noia ci avvisa che dobbiamo cercare azioni significative, qualcosa che abbia valore per noi, da quello modesto e quotidiano di prepararci da mangiare, a quello più raro e vistoso di fare un’opera di bene. Per questo motivo, paradossalmente, possiamo annoiarci mentre siamo impegnatissimi o, pur avvertendo la noia, può capitarci di non trovare nulla che ci sollevi dal divano; in entrambi i casi le opportunità di azione non hanno sufficiente significato per soddisfare in modo adeguato la nostra “agenticità”.

Quali conseguenze produce il correre e il rifuggire la noia?
Se la noia è l’emozione del tempo vuoto (vuoto di azione, vuoto di senso) sembra ovvio che il modo in cui il tempo è gestito si intrecci strettamente con il rischio di noia. È stato detto da molti pensatori che il tempo della modernità è scandito dal cronometro e, sebbene non manchino osservazioni antiche sul potere degli orologi come guastafeste (ne abbiamo citato un esempio relativo alla Roma classica), è certamente vero che l’organizzazione del lavoro dopo la rivoluzione industriale divide le nostre giornate molto più rigidamente che in passato. Prestiamo attenzione al tempo in termini di ore, minuti e secondi, per timbrare un cartellino, spostare l’automobile in sosta, prendere un treno. Siamo così attenti al tempo che si rischia di annoiarsi anche nella manciata di minuti che occorrono per preparare un caffè, come abbiamo raccontato a proposito di un nostro conoscente nel paragrafo intitolato appunto “La moka lenta”. Siamo così attenti allo scorrere del tempo che è come se lo guardassimo attraverso una lente di ingrandimento.

Il tempo della modernità è suddiviso in modo molto netto tra tempo di lavoro controllato da altri (o da noi percepito come tale anche più di quanto non sia) e tempo libero, quello che sentiamo nostro e di cui vogliamo far tesoro. Perciò, sebbene non ce lo ordini alcun padrone, il tempo “libero” va anch’esso utilizzato e riempito, se non altro per evitare rimpianti quando finisce. E così capita che la tranquillità di una mattinata in riva al mare si trasformi in fastidio se non abbiamo niente da leggere o nessuno con cui chiacchierare. Se viviamo il tempo libero come tempo vuoto di senso, allora facilmente cercheremo di riempirlo con una qualsiasi attività; questo produce un effetto di piacere iniziale, che potrebbe portarci però a perdere una occasione di vivere il momento presente e a riflettere su noi stessi e su quanto stiamo provando. Non solo, in questo modo tentiamo di rispondere alla noia solo con la fuga: ignorando il vero messaggio della nostra sentinella emotiva, rischiamo però di rimanere incastrati in comportamenti automatici che ci allontanano dal presente e da noi stessi, rendendoci vulnerabili anche alla dipendenza. Se, per esempio, appena sento un po’ di noia, mi rifugio immediatamente nel consultare il mio smartphone e non mi fermo a sentirla, facilmente farò lo stesso in altre occasioni! Rifugiandoci in un comportamento evitante e non costruttivo, perdiamo l’opportunità di agire in un modo differente: pensare.

Offerta
Il diritto di annoiarsi. Darsi il tempo per pensare
  • Editore: Il Mulino
  • Autore: Anna Silvia Bombi , Daniele Malaguti
  • Collana: Farsi un'idea
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2023

In che modo annoiarsi può costituire una occasione di crescita?
Come per ogni altra emozione, la noi va ascoltata e capita. Nell’ultimo capitolo del libro abbiamo tentato di indicare alcune strade, più per stimolare il lettore che per fornire ricette. Facciamo qui soltanto qualche esempio. Se nel tempo libero la noia ci fa disamorare dall’ennesimo passatempo sciocco, nella vita quotidiana ci avvisa che è il momento di rimescolare le carte: forse occorre più attenzione, forse va rivalutato il senso di ciò che si fa. Un adolescente guadagna un bel po’ di maturità se si domanda fino a che punto è il professore di storia ad essere noioso, o la sua difficoltà ad impegnarsi che porta la sua attenzione a divagare. Una coppia stanca delle proprie routine potrà introdurre un pizzico di novità nel quotidiano, o persino apprezzare di nuovo quelle situazioni ricorrenti se cercherà di farne un uso migliore, ad esempio per ravvivare il dialogo e il piacere del puro e semplice stare insieme. Un impiegato starà senz’altro meglio nel suo posto di lavoro se terrà presente che la routine delle sue mansioni ha uno scopo e un valore per il risultato finale. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Una cosa è certa. L’atleta estremamente motivato, il violinista ambizioso, il ricercatore alle prese con un dato sfuggente sono individui che fanno i conti con allenamenti, esercizi, ripensamenti tutt’altro che veloci e divertenti: la loro possibilità di venire a patti con la noia è il presupposto per le soddisfazioni dei loro successi.

Anna Silvia Bombi ha insegnato Psicologia dello sviluppo e dell’educazione nella Sapienza Università di Roma. Tra le sue pubblicazioni: Bambini e salute (con E. Cannoni, 2015), Corso di psicologia dello sviluppo (con A.E. Berti, 2018) e Crescere. In viaggio dall’infanzia all’età adulta (2021).

Daniele Malaguti, psicoterapeuta, psicologo del lavoro e delle organizzazioni, insegna Psicologia clinica e del lavoro nell’Università di Trento. Ha pubblicato Fare squadra. Psicologia dei gruppi di lavoro (2018).

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