Il diritto del lavoro e la grande trasformazione. Valori, attori, regolazione, Riccardo Del Punta, Bruno Caruso, Tiziano TreuProf. Riccardo Del Punta, Lei ha curato con Bruno Caruso e Tiziano Treu l’edizione del libro Il diritto del lavoro e la grande trasformazione. Valori, attori, regolazione pubblicato dal Mulino: come sta cambiando il lavoro?
Il lavoro, da sempre, è qualcosa che va declinato al plurale, perché le forme e le condizioni del lavoro sono per loro natura molteplici e variegate. È relativamente raro che ci siano analisi che possano applicarsi a tutti i lavori in modo indifferenziato; ben più frequente è che esse debbano articolarsi a seconda dei tipi di lavoro e dei rapporti e contesti nei quali si svolgono. Il che non significa, naturalmente, che non possano individuarsi delle problematiche e tendenze generali.

Per quanto ci riguarda, il fatto di aver evocato, nel titolo del libro da noi curato, la famosa immagine polanyana della “grande trasformazione”, deve intendersi, oltre che come un omaggio a uno scienziato sociale eccelso, come il segno del fatto che, a nostro avviso, l’ampiezza e la profondità dei processi di mutamento in corso hanno ormai superato il livello oltre il quale è lecito parlare di un vero e proprio cambio d’epoca, che costringe inevitabilmente a ripensare anche il lavoro (unitamente, del resto, ad altre dimensioni della nostra convivenza sociale) e, per quanto ci compete come giuristi del lavoro, i modi di trattarlo e di regolarlo.

E così come Polanyi aveva descritto a tinte vive il “contromovimento” che aveva innescato un processo di trasformazione e correzione interno al capitalismo liberale autoregolato, così a noi sembra, dalla nostra più ristretta ottica di giuristi osservatori della realtà economico-sociale, che le trasformazioni in atto consentano di ipotizzare, per il loro carattere sistemico, prospettive e sintesi nuove, capaci di innervare in profondità il tessuto connettivo delle regole del lavoro, che tanta importanza hanno nella stessa psicologia sociale.

Ma queste sintesi non debbono farci mai dimenticare che, come si accennava in esordio, è dei lavori che si deve parlare, più che del lavoro in senso olistico. Se ad esempio guardiamo al principale driver delle trasformazioni in atto e che ancora verranno, la rivoluzione digitale (il cui passo sarà ulteriormente accelerato dalla pandemia), i suoi impatti non sono riassumibili in un concetto solo. Anche ammesso che possano essere ridimensionate le prospettive dei tecno-pessimisti, secondo le quali assisteremo a una distruzione netta di posti di lavoro (costringendo così a ripiegare su nuove dimensioni di accesso alla cittadinanza sociale), resta il fatto che le trasformazioni del lavoro innescate dalla tecnologia avranno (almeno) due facce. Da un lato, potrà risultarne una grande crescita dei contenuti e della qualità del lavoro, e in particolare del lavoro operaio prestato nelle fabbriche più al passo con il 4.0 e in prospettiva con l’uso dell’intelligenza artificiale, e quindi in una parola una grande valorizzazione dell’opera umana (per trasportare nell’era digitale un noto concetto arendtiano). Dall’altro lato, però, la tecnologia polarizzerà ulteriormente il mercato del lavoro, dividendolo tra una fascia di lavoratori della conoscenza altamente professionalizzati, e una di lavoro fungibile, poco professionalizzato, strutturalmente precario (l’esempio dei gig worker è solo uno dei tanti possibili).

Il diritto del lavoro dovrà continuare a pensare ad entrambi questi mondi, gettando altresì ponti tra essi: promuovere ulteriormente, anche con diritti di nuova concezione (su tutti, quello alla formazione), il lavoro buono, senza dimenticarsi di proteggere quello più esposto e vulnerabile.

La crisi pandemica ha rappresentato, in questo senso, un sano pro-memoria, nella misura in cui essa ci ha ricordato l’importanza e l’intelligenza di tanti lavori materiali (primo fra tutti, quello del personale sanitario: ma si potrebbero aggiungere gli addetti ai trasporti, alla distribuzione commerciale, alla tutela dell’ordine pubblico) dei quali, nel clima modaiolo dei tempi recenti, ci eravamo colpevolmente dimenticati. Così come ci eravamo forse dimenticati del valore morale del lavoro, inteso non soltanto come mezzo di sussistenza e come autorealizzazione personale, ma anche come contributo oblativo, e talvolta eroico, alla società.

Comunque è di questi ed altri cambiamenti, e dei riflessi che essi hanno o potrebbero avere sul diritto del lavoro, che ci occupiamo nel volume qui presentato, con saggi di diversa concezione e impostazione, che esprimono dunque una pluralità di approcci al tema. La nota di maggiore divisione tra i contributi riguarda, in ultima analisi, il rapporto tra la dimensione dei diritti e le logiche della realtà economica: su come gestire tale rapporto circolano visioni diverse, che hanno alla base differenti premesse valoriali quando non propriamente politiche.

Per quanto riguarda, in particolare, i tre curatori, nel tempo trascorso dalla preparazione del volume essi hanno precisato e sviluppato ulteriormente la loro posizione generale sul futuro del diritto del lavoro nel “Manifesto per un diritto del lavoro sostenibile” (www.csdle.lex.unict.it), appena presentato, e che mi concedo di menzionare in questa occasione.

In una economia uberizzata, quali sfide si pongono al diritto del lavoro? E quali cambiamenti investono la disciplina giuslavoristica per restare al passo coi tempi?
L’espressione “economia uberizzata” rappresenta, come ho già cercato di dire, la parte debole del nostro mercato del lavoro, rispetto alla quale le tradizionali tecniche protettive mostrano il fiato corto. Ciò, se non altro, perché i lavoratori che operano, ad esempio, tramite piattaforme digitali non soltanto sono difficilmente riconducibili ai canoni del lavoro subordinato, ma mancano persino di un datore di lavoro con cui potersi confrontare. Sono quindi lavoratori autonomi, ma in una peculiare condizione di dipendenza economica e di precarietà (anche quando svolgono questi come secondi lavori).

Queste tematiche sono dibattute ovunque, al momento: in Italia, il caso dei rider torinesi ha fornito lo spunto per una prima attribuzione di tutele, che è stata poi ribadita da un intervento legislativo ad hoc. Ma si tratta ancora di soluzioni parziali. Tutto il mondo del lavoro debole necessiterebbe, invero, di una nuova mappatura, finalizzata all’acquisizione delle informazioni necessarie a congegnare strumenti protettivi adeguati alle rispettive situazioni. Strumenti che però non possono essere circoscritti alla dimensione del rapporto di lavoro, ma debbono distendersi in una prospettiva più ampia, frutto dell’integrazione tra il diritto del lavoro in senso stretto, il diritto del mercato del lavoro e il diritto del welfare. Questo ormai vale o dovrebbe valere, d’altronde, per tutti i lavoratori.

Al di là di questa cura nei confronti dei lavoratori più deboli, e della preoccupazione (da confermare e da estendere ove necessario) per la tutela dei beni fondamentali di tutti, deve essere però costruito un secondo livello di protezione, fatto di diritti promozionali e proattivi, volti a sostenere, in connessione con l’evoluzione dei migliori modelli organizzativi d’impresa, la crescita professionale del lavoratore e l’incremento della sua dotazione di risorse e capacità individuali. È questo il diritto del lavoro chiamato a fare da battistrada ai lavoratori di domani.

Questi diritti debbono bilanciarsi, peraltro, con le esigenze di efficienza e flessibilità delle imprese, secondo tecniche e equilibri che non è dato di approfondire in questa sede. La strategia europea della flexicurity (esaminata originalmente da Marzia Barbera) conserva, al riguardo, un’attualità di fondo, a condizione di adattarla bene alle caratteristiche di ciascun sistema e soprattutto di prenderla sul serio anche dal lato dei diritti di “sicurezza” del lavoratore nel mercato del lavoro.

Il tutto, peraltro, è da innestare in un’evoluzione legislativa che al momento è priva (se si eccettua la normativa emergenziale) di un chiaro indirizzo strategico, come risulta plasticamente dalla prefazione di Raffaele De Luca Tamajo.

Nel panorama attuale del lavoro, come sono cambiate le strategie degli attori collettivi, in particolare del sindacato?
È scontato rilevare la fase di difficoltà che il sindacato sta attraversando, peraltro in Italia molto meno che in altri paesi. Essa è riconducibile a mutamenti profondi a livello di classi e culture sociali, alle trasformazioni post-fordiste del mondo produttivo, ai processi di frammentazione del lavoro, e infine alle nuove forme sociali di comunicazione, con le quali i sindacati più avveduti stanno cercando di tenere il passo. Nel volume da noi curato sono proposte, al riguardo, due prospettive: una più pessimistica di Luigi Mariucci, e l’altra più costruttiva di Bruno Caruso, che analizza, lungo varie piste di analisi, le possibilità di un rilancio organizzativo ma anche culturale dell’azione sindacale.

Non c’è dubbio, comunque, che, da tutti i pur differenti punti di vista prospettati nel libro, il sindacato resti una risorsa istituzionale fondamentale, anzi da considerare un vantaggi comparativo del nostro modello di economia di mercato; come ha dimostrato anche la vicenda del coronavirus, nella quale le parti sociali sono riuscite a congegnare un protocollo nazionale di sicurezza (possibilmente integrato da ulteriori protocolli aziendali) che è servito a guidare le riaperture delle aziende.

Come si ridefiniscono oggi i valori costituzionali di uguaglianza, solidarietà, dignità, libertà, tradizionali riferimenti del giuslavorismo italiano?
In effetti, una delle note a mio parere più interessanti del volume è rappresentato dal ritorno, almeno da parte degli autori che vi hanno partecipato, a parlare dei valori del diritto del lavoro, sui quali si avverte, evidentemente, il bisogno di tornare, come in ogni fase di transizione: ciò per ribadire l’importanza dei valori guida già conosciuti, come il principio di eguaglianza, prospettato come argine all’ondata neoliberista (Giorgio Fontana e Stefano Giubboni); per proporre una rifondazione “forte” di tali valori, ispirata al concetto neo-hegeliano di “libertà sociale”, elaborato da Axel Honneth (Adalberto Perulli); o per orientare quella stessa rifondazione in una direzione (parzialmente innovativa per la materia) di liberalismo sociale, incentrata sull’approccio delle capacità di Amartya Sen e Martha Nussbaum, ma capace nel contempo di porsi in una logica di regolazione moderna dell’economia di mercato, orientata dalla meta ideale delle tre sostenibilità (Riccardo Del Punta).

Non c’è dubbio, beninteso, che quella costituzionale non può che restare, per tutti, la bussola di riferimento, ma proprio i vari approcci seguiti nel volume dimostrano che essa deve essere attualizzata e vivificata da un dialogo con le principali correnti del pensiero filosofico e sociale contemporaneo. Per questi aspetti, comunque, la discussione resta inevitabilmente aperta, ma è già importante che essa si sia riavviata, sulla scia della migliore letteratura internazionale.

Il tutto è necessariamente da declinare, infine, nella dimensione globale: ai problemi della regolazione del lavoro a tale livello è dedicato il saggio iniziale di Tiziano Treu, che a partire dall’analisi del rapporto fra gli ordinamenti giuridici nazionali e la formazione di regole sociali internazionali, come indicativo della reazione degli Stati – soprattutto quelli europei – alla globalizzazione, si prefigge di presentare una rassegna critica dei vari strumenti, adottati per diffondere il rispetto, nel commercio internazionale, dei principali standard sociali sanciti dall’OIL.

Riccardo Del Punta è professore ordinario di Diritto del lavoro nell’Università di Firenze, dopo trascorsi nelle Università di Pisa, Trieste e Siena. È autore di più di 350 pubblicazioni scientifiche, tra le cui un manuale di Diritto del lavoro per i tipi di Giuffrè Francis Lefebvre, giunto alla XI edizione. Di recente si è occupato di applicazione al diritto del lavoro del capability approach (con partecipazione al volume The Capability Approach to Labour Law, OUP). Ha curato, con Franco Scarpelli, il Codice commentato del lavoro, Wolters Kluwer, 2019. Negli anni dal 2012 al 2013 e dal 2015 al 2017 è stato consulente del Ministero del lavoro italiano per le tematiche del diritto del lavoro.

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