Il cristianesimo nell'Impero Romano da Tiberio a Costantino, Alberto BarzanòProf. Alberto Barzanò, Lei è autore del libro Il cristianesimo nell’Impero Romano da Tiberio a Costantino edito da Lindau: possiamo affermare che la cristianizzazione dell’Impero fu un processo lungo e complesso?
Sì, effettivamente il processo di diffusione del Cristianesimo nell’impero romano conobbe indubbiamente vicende lunghe e complesse, con dinamiche e modalità diverse a seconda delle epoche e degli ambiti geografici. Si tratta quindi di un ambito di ricerca certamente molto stimolante e affascinante per chi si dedica alla ricerca storica, anche se non ci si può nascondere che il ruolo determinante che la presenza dei Cristiani e delle loro Chiesa ha generato in passato e continua a generare anche oggi in molti studiosi delle posizioni preconcette, per cui, anziché dedicarsi ad una serie e oggettiva analisi delle fonti antiche per cercare di trarne sempre nuovi elementi di conoscenza, si preferisce continuare a presentare in chiave ideologica una serie limitata di fatti opportunamente selezionati in modo da proiettare nel lontano passato quella che in realtà è la personale visione del singolo studioso rispetto al Cristianesimo e alla Chiesa del suo tempo. Ne sono nate tutta una serie di presentazioni del Cristianesimo delle origini alquanto riduttive e semplificatorie, che mettono in ombra quella che in realtà è la ricchezza, la multiformità e la complessità del processo di diffusione e di radicamento del messaggio evangelico nei vari ambiti geografici e sociali del mondo romano.

Quali fasi attraversò il cristianesimo nell’Impero Romano?
Possiamo identificare una prima fase (quella coincidente con gli anni della predicazione di Gesù) molto limitata sia sotto il profilo temporale (i tre anni della sua vita pubblica) che sotto quello spaziale (i confini ristretti della Palestina romana) in cui il Cristianesimo non fu (o quanto meno non ebbe un ruolo pratico e non fu percepito dai Romani) se non una delle tante nuove sette che nascevano all’interno del Giudaismo ed erano destinate ad avere vita più o meno lunga, ma a non avere grande importanza all’esterno dei confini della Palestina (o al massimo dell’Oriente ellenistico).

A questa prima fase, ne seguì una seconda (estesa temporalmente a tutto il I secolo e geograficamente all’intero bacino del Mediterraneo ad occidente e fino all’India ad oriente) che abbraccia il periodo di vita degli apostoli e di coloro che, più in generale, erano stati contemporanei di Gesù (senza necessariamente averlo conosciuto di persona, come nel caso, ad esempio, di San Paolo).
Questa seconda fase, che vide anche il passaggio dalla trasmissione esclusivamente orale di alcuni contenuti essenziali alla redazione per iscritto degli stessi e di un complesso dottrinale sempre più ampio (formato soprattutto grazie all’apporto determinante di Paolo), determinò un salto di qualità, di quantità e di estensione geografica del fenomeno cristiano, che assunse in tal modo rilevanza diretta per il governo imperiale, anche se le comunità cristiane raggiunsero dimensioni significative solo in Oriente e in Roma.
La reazione dei diversi imperatori davanti all’espansione del Cristianesimo non fu univoca: ma al di là dell’atteggiamento più o meno favorevole o contrario e persino persecutorio scelto da questo o quell’imperatore, fino a Valeriano (metà del III secolo), la scelta comune a tutti fu quella di fingere di ignorare (almeno ufficialmente) che questa nuova religione esistesse e che avesse un’organizzazione stabile sempre più radicata e articolata e un numero di seguaci in costante incremento.

La terza fase si può considerare coincidente con la seconda metà del III, quando la diffusione del Cristianesimo era divenuta talmente rilevante in tutte le parti dell’impero (tranne i territori a nord delle Alpi) da non poter essere più ufficialmente ignorata, così come la Chiesa e il ruolo di leadership esercitata all’interno di essa dal vescovo di Roma. L’imperatore Valeriano fu dunque costretto a riconoscere ufficialmente (sebbene solo per perseguitarla) l’esistenza della Chiesa, facendo in modo che suo figlio Gallieno, per porre fine alla persecuzione, dovesse di conseguenza riconoscere formalmente alla Chiesa una condizione di legalità. Da quel momento in poi per 50 anni il rapporto tra Stato e Chiesa, che fino ad allora era stato gestito su un piano di assoluta informalità sia nel bene che nel male, assunse rilevanza pubblica, fino a quando, con l’avvento al potere di Costantino, fu definitivamente riconosciuta la condizione di piena legalità della religione cristiana e, di conseguenza, la liceità dell’esistenza della Chiesa.

La storiografia moderna tende ad appiattire la storia dei primi tre secoli del Cristianesimo sulla vicenda delle persecuzioni e a immaginare i primi Cristiani come dei reclusi nelle catacombe: è realmente così?
Non è stata solo la storiografia moderna ad identificare i primi tre secoli con la storia delle persecuzioni. Due diverse e opposte concezioni fin dalla tarda antichità hanno favorito il diffondersi nell’immaginario comune dell’esistenza di un tempo, durato fino a Costantino, in cui i Cristiani erano stati costantemente perseguitati e quindi costretti a vivere nella clandestinità. Da un lato, gli ultimi difensori del paganesimo morente furono all’origine di quel filone storiografico che presenta la diffusione e il trionfo finale del Cristianesimo come l’esito inevitabile di una scelta ispirata a convenienza politica operata da Costantino e che la conversione della popolazione dell’impero alla nuova religione sarebbe stata determinata dall’uso della forza nell’arco di pochi anni, mentre nei tre secoli precedenti i Cristiani erano sempre rimasti molto pochi e sostanzialmente emarginati. In realtà, fin dall’inizio del II secolo i Cristiani incominciarono ad essere riconoscibili (e riconosciuti) come una realtà di una certa importanza all’interno della società romana. Le fiammate persecutorie del II e del III secolo trassero tutte origine proprio da questa realtà di fatto, anche se per motivi opposti. Nel II secolo e fino alla metà del III secolo, infatti, a causare le diverse iniziative persecutorio fu l’impressione che i Cristiani intendessero seguire una linea di condotta tendente verso l’asocialità e volessero sottrarsi ai loro doveri di cittadini e di soldati. Di qui lo sviluppo di quello specifico filone della letteratura cristiana antica che sono gli scritti degli apologisti, volti a dimostrare che, al contrario, i Cristiani avevano la migliore volontà di fare la propria parte all’interno dello stato e della società romana e che la loro apparente scarsa propensione verso l’impegno politico, civico e militare non era determinata dalla loro volontà, ma dall’oggettiva constatazione che quanto più un Cristiano si impegnava in tal senso e ciò facendo inevitabilmente si metteva in vista, tanto più rischiava di essere costretto a rendere pubblica la propria appartenenza religiosa e di finire perciò arrestato, processato e ucciso. Dalla metà del III secolo, con il breve regno di Filippo l’Arabo, il primo Cristiano ad assurgere addirittura alla dignità imperiale, il presupposto delle persecuzioni rimane sempre un’ampia e ben percepita presenza dei Cristiani in tutti gli ambiti della società, anche se la prospettiva si rovescia: ora è il timore che i Cristiani riescano a diventare addirittura il gruppo sociale dominante che muove le iniziative persecutorie, da quelle di Decio prima e Valeriano poi fino all’ultima grande persecuzione. È proprio l’enorme numero di vittime di quest’ultima persecuzione che prova come i Cristiani fossero numerosi e facilmente identificabili (e dunque tutt’altro che abituati a vivere nella clandestinità).

In che senso è possibile parlare di romanizzazione del Cristianesimo?
Fin dall’inizio della sua vita pubblica, Gesù si sforzò di chiarire che l’annuncio messianico di cui era portatore non aveva quel carattere terreno che ebbero invece quasi tutti gli analoghi movimenti messianici sviluppatisi in Palestina prima e dopo di lui: e la stessa linea fu seguita con grande attenzione dagli apostoli nella loro predicazione ai quattro angoli del Mediterraneo romano. E i Romani, dal canto loro, videro i Cristiani particolarmente di buon occhio, tanto che l’autorità imperiale si dimostrò fin da subito compiacentemente protettiva nei confronti di un messaggio come quello evangelico che predicava non solo la pace, ma anche la lealtà e l’obbedienza nei confronti dell’autorità costituita. E fra i Romani i più benevoli e attenti nei confronti dei Cristiani furono certamente coloro che più erano fedeli all’antica tradizione patria: in particolare gli stoici, come Seneca, che probabilmente conobbe Paolo ed ebbe con lui uno scambio epistolare che mostra grande affinità di convinzioni esistenziali. D’altronde, come ha ben messo in evidenza un grande studioso come Paolo Siniscalco, in un celebre volume che si intitola significativamente “Il cammino di Cristo nell’impero romano”, la pace garantita dall’impero romano e l’estesissima rete di comunicazioni terrestri e marittime furono i due elementi che permisero una rapida e molto ampia diffusione della predicazione apostolica. Per cui, se da un lato, la natura provvidenziale della coincidenza temporale fra l’instaurazione della pax Augusti e quella della pax Christi venne posta in rilievo dalla predicazione e dalla letteratura cristiana fin dall’inizio, dall’altro il Cristianesimo dei primi secoli assunse come regola di comportamento quella di assumere come proprio tutto ciò che, nel modo di vivere e di pensare dei Romani, non era apertamente confliggente col messaggio evangelico. Ecco allora che, all’interno dell’ampio complesso della dottrina morale cristiana, delle celebrazioni liturgiche e dell’organizzazione della Chiesa così come si venne a sviluppare nei primi secoli, non è difficile identificare una grande quantità di apporti che non traggono origine certamente dalla predicazione di Gesù o degli apostoli, ma dalla rivisitazione in tale chiave del mos maiorum, degli usi liturgici e dell’organizzazione delle istituzioni religiose e politiche romane. Non per nulla, ad esempio, ancor oggi il Capo della Chiesa cattolica ha il titolo di Sommo Pontefice (la stessa del massimo sacerdozio di Roma, rivestito dagli imperatori) e si avvale per governare della collaborazione di una Curia (che trae il nome dall’edificio dove si riuniva il Senato di Roma), mentre l’intero mondo cristiano è suddiviso in diocesi (che traggono il nome dalle ripartizioni amministrative di più ampie dimensioni del tardo impero romano) la cui amministrazione è affidata ad un vescovo (titolo anche questo di una categoria di funzionari imperiali) ed è regolata, come tutta la vita della Chiesa e dei Cristiani, da un complesso di norme proprie, che costituisce un tratto distinguente del Cristianesimo rispetto alla altre religioni e  la cui creazione si spiega con il desiderio di adeguarsi il più possibile all’impostazione in chiave tipicamente giuridica della mentalità romana. Ma potremmo continuare a lungo, facendo notare i molteplici influssi della tradizione romana sulle costruzioni degli edifici sacri cristiani e sulle vesti liturgiche dei sacerdoti, così come la derivazione dal mos maiorum di ampie parti del complesso della dottrina morale in materia matrimoniale.

Nel Suo libro Lei si sofferma in particolare sulla condizione dei «laici» a Roma e su quella della donna.
Sono ormai passati due secoli da quanto le due grandi rivoluzioni di fine ‘700, quella americana e quella francese, innescarono il processo di transizione dalla società di antico regime a quella moderna e contemporanea. In una società come la nostra per la quale la dimensione della coscienza e della conoscenza storica ormai non oltrepassa il passato più il recente passato, manca dunque ormai la concreta percezione di come quella stessa progressiva e sempre più netta separazione fra Stato e Chiesa che da queste due rivoluzioni ha tratto origine e che ha portato all’estromissione degli ecclesiastici dalla gestione delle istituzioni politiche e amministrative abbia determinato come conseguenza, all’interno della Chiesa, una parimenti netta separazione fra clero e laici (definita per la prima volta, dopo 18 secoli, nel codice di diritto canonico del 1917 e sistematizzata definitivamente dalle costituzioni del Concilio Vaticano II) e la completa estromissione dei laici dal governo della Chiesa (l’ultimo cardinale laico, l’avvocato Teodolfo Mertel, fu creato tale da Papa Pio IX nel 1858 e morì nel 1899, appena prima che iniziasse il XX secolo, mentre i Papi dell’età conciliare hanno adottato uno dopo l’altro una serie di provvedimenti sempre più restrittivi, fino ad arrivare ad impedire che non solo un laico, ma addirittura un diacono o un sacerdote possa diventare cardinale). Abituati quindi come tutti siamo a sentirci raccontare che, al contrario, è stato col Concilio Vaticano II che il ruolo dei laici nella Chiesa è stato promosso e valorizzato, può sembrare strano poi scoprire che il concetto stesso di “laico” non fu nemmeno elaborato per i primi due secoli e fu comunque codificato per la prima volta nel XII secolo, in una raccolta di norme di diritto canonico conosciuta con il nome di Decreto di Graziano. E dunque, benché ormai da tempo noi siamo abituati ad assistere alle celebrazioni della mattina del Giovedì Santo come un rito riservato al clero, memoria dell’istituzione del sacerdozio ordinato da parte di Gesù stesso, non deve stupire che la storia del primo Cristianesimo sia la storia di una comunità al cui interno la condizione del laico, più che avere una maggiore importanza che oggi, molto semplicemente non esisteva come categoria. Diverso invece il tema delle donne. Il mondo antico (e dunque non il solo mondo romano, ma proprio tutto il mondo antico più in generale), con poche ed isolate eccezioni (la civiltà minoica e quella etrusca, ad esempio) era un mondo non semplicemente dominato dai maschi, ma sostanzialmente improntato ad una generalizzata tendenza misogina. Sotto questo profilo, il messaggio cristiano fu in totale controtendenza fin dalla stessa vita pubblica di Gesù, ma ancora prima, visto il ruolo primario assegnato proprio ad una donna nel mistero dell’incarnazione di Dio nel mondo. E le comunità cristiane dei primi secoli, nella loro vita e nella loro organizzazione riflettono questa concezione completamente diversa della dignità e del ruolo della donna nella società e nella Chiesa. Non per nulla, la storia del Cristianesimo e della Chiesa nei primi secoli, tanto al loro interno, quanto nella loro relazione con l’impero, coinvolge in ruoli di primo piano un numero significativo di personaggi femminili. Una situazione, questa, che dura almeno fino alla seconda metà del V secolo, visto che ancora le costituzioni del Concilio di Calcedonia (451) regolano (e quindi presuppongono) il conferimento dell’ordine diaconale non solo agli uomini, ma anche alle donne.

Quale significato aveva per i Cristiani il servizio militare da essi prestato?
Contrariamente a quanto sostengono quei Cristiani di oggi che, fautori di una visione pacifista, ritengono di conferire maggiore autorevolezza e credibilità a questa loro soggettiva posizione attribuendo una pretesa medesima posizione anche alla Chiesa delle origini, la partecipazione attiva al servizio in armi rappresentò nei primi secoli la principale opportunità per i Cristiani di dimostrare ai concittadini pagani e soprattutto all’autorità imperiale che la loro fede non rappresentava in alcun modo un impedimento per il compimento dei doveri civici fondamentali. Non per nulla, i molti martiri militari che conosciamo nei primi secoli, nessuno dei quali ucciso per aver rifiutato di prestare servizio (tranne il martire Massimiliano, peraltro seguace di un’eresia), ma solo e soltanto per non aver voluto rinnegare la fede, testimoniano quanto diffusa fosse la presenza di Cristiani nelle file dell’esercito romano e quanto radicata fosse la loro convinzione del dovere di partecipare attivamente alla difesa, anche armata, dello stato e dei loro concittadini. Tanto che alla fine i sostenitori della religione pagana, visto il ruolo giocato da un comandante militare cristiano di altissimo livello, il prefetto del pretorio Filippo, nel colpo di stato che portò all’assassinio di Gordiano III e all’ascesa al trono dello stesso Filippo, incominciarono a nutrire timori proprio per la rilevanza della presenza nelle file dell’esercito di militari di religione cristiana: tanto che le successive persecuzioni (ma soprattutto la grande persecuzione di Diocleziano) vennero specificamente mirate proprio anche contro i militari cristiani e soprattutto contro quelli ai quali erano affidati incarichi di comando.

Come si inseriscono la figura e l’opera di Costantino sull’evoluzione della società romana e cristiana?
Normalmente Costantino viene presentato come un personaggio storico “di rottura”, che dall’oggi al domani avrebbe deciso a tavolino, per ragioni di opportunità politica, di sostituire la religione pagana con quella cristiana. Senza di lui, che avrebbe utilizzato il potere politico e la forza militare per imporre una sorta di conversione di massa a tutti i cittadini dell’impero, la fede cristiana sarebbe rimasta limitata ad una piccola minoranza. In realtà, nessuno è mai riuscito a spiegare convincentemente quale utilità sul piano politico Costantino avrebbe mai potuto sperare di ottenere col prendere una simile decisione, ma soprattutto nessuno ha mai potuto documentare sulla base di elementi concreti questa presunta attività di conversione forzata che egli avrebbe messo in atto. In realtà, più che ad una cristianizzazione di un impero in realtà già da molto tempo ampiamente cristianizzato, l’opera di Costantino fu principalmente orientata ad una sostanziale e definitiva romanizzazione del Cristianesimo. Egli lavorò a lungo e con impegno per “normalizzare” la religione cristiana e adattarla così alle esigenze della società e delle istituzioni politiche romane. In questo senso Costantino deve essere sicuramente considerato il personaggio chiave in quel processo di romanizzazione del Cristianesimo di cui abbiamo parlato sopra. Se nel mondo romano amministrazione degli affari politici e di quelli religiosi erano sempre stato tutt’uno e dunque le massime cariche politiche erano sempre state investite anche delle massime dignità religiose, il fatto che il Cristianesimo fosse portatore di una concezione secondo cui potere politico e potere religioso dovevano rimanere rigorosamente separati impose a Costantino (che era profondamente convinto, come ogni buon Romano, che religione e politica fossero e non potessero che essere un tutt’uno, perché le sorti di qualsiasi istituzione umana erano e non potevano che essere determinate in via esclusiva dalla volontà soprannaturale) di dar vita per primo al complesso sistema dei rapporti fra Stato e Chiesa, che è stato da allora un tratto caratteristico della società europea rispetto a quelle delle altre parti del mondo. In questo quadro, una nota merita, in particolare, l’incontro che Costantino favorì in ogni modo l’applicazione dei principi giuridici romani alla dottrina della fede e all’organizzazione ecclesiastica: un’intuizione destinata a facilitare in maniera determinante l’instaurarsi di quel rapporto di mutua collaborazione e, di più, di progressiva compenetrazione fra Stato e Chiesa destinato a caratterizzare l’esperienza della società medievale.