Il costo del Partenone. Appalti e affari dell’arte greca, Giovanni MarginesuProf. Giovanni Marginesu, Lei è autore del libro Il costo del Partenone. Appalti e affari dell’arte greca edito da Salerno. Un’opera di cui c’era bisogno, un’indagine sul “mercato” dell’arte greca senza pari corredata da veri e propri listini dei prezzi correnti di beni e servizi: quale legame esisteva, nel mondo greco, tra arte ed economia?
Il mondo antico è spesso idealizzato. È visto come una dimensione pura e primitiva. L’arte greca è intesa, e a ragione, come un’esperienza di bellezza, di ordine e perfezione. Per questo si è abituati a pensare che la sua comprensione passi esclusivamente attraverso lo studio della forma, o la ricerca degli ideali che essa incarna. Sfidare questa convinzione scolastica può sembrare dissacrante, eretico, impertinente. Eppure, se si riflette, la realizzazione delle opere è impensabile fuori da una disponibilità di risorse e dalla circolazione dei beni. Il caso più eclatante, in questo senso, è quello del Partenone che, insieme alla Parthenos, poté costare sino a 9.000.000 di dracme. Insomma, dietro l’arte esiste un movente economico. L’averlo ignorato ha determinato a lungo una conoscenza parziale di processi quali la costruzione di edifici e statue, o la creazione di quadri e vasi. Ripercorrere l’economia della bellezza è stata un’avventura straordinaria che ho cercato di condensare, coniugando la passione del racconto con la precisione di un profilo storico corredato da dati. L’arte è un patrimonio collettivo e questo libro è scritto con un linguaggio che tutti i lettori possono apprezzare, ed è stato pensato appositamente per i non addetti ai lavori. Per quanti, nutrendo un amore immediato per l’Ellade e il suo passato, meritano una strada privilegiata che li porti oltre una visione comune, banale del mondo greco. Proprio loro ho pensato di accompagnare sino nei più minuti e curiosi dettagli. Un piccolo tariffario si trova in fondo al volume: è un semplice vademecum di prezzi e costi del ‘bello’ e del ‘sublime’. Le cifre sono state raccolte dalle fonti letterarie e dalle iscrizioni incise su pietra per dar conto delle spese affrontate dalla città per la creazione delle opere d’arte.

Quale rapporto intratteneva l’artista con il denaro?
Un rapporto paradossalmente necessario e conflittuale. Anzitutto, solo la disponibilità di denaro consentiva la creazione di opere e dunque rendeva possibile l’azione di pittori, scultori e architetti. Inoltre, l’artista riceveva un compenso, che variava a seconda del prestigio o del contesto di riferimento. Esso poteva essere computato a giornata o a figura; poteva essere corrisposto con un importo forfettario, o secondo un tariffario fisso. Ho formulato l’ipotesi che, in età classica, fra artista e comunità si innescasse una sorta di conflitto. Pittori e scultori rivendicano la loro personalità intellettuale, la loro abilità tecnologica e la loro autonomia professionale, pretendendo di avere un ruolo decisivo nella determinazione del compenso monetario, del prezzo in dracme delle opere e dell’onorario dei loro servizi. Seguire le lezioni di Panfilo, un famoso pittore ateniese, costava un talento, ossia 6000 dracme, la stessa somma di denaro che occorreva per allestire una nave da guerra.

Chi erano i committenti?
Il committente è ‘il convitato di pietra’, una presenza decisiva sul piano finanziario, spesso ingombrante, che però tende ad essere sottovalutata dalla critica. Può trattarsi di un potente re orientale, come Creso, vissuto nella Lidia nel VI secolo. Può essere un dinasta ellenistico, come Attalo I, a capo del regno di Pergamo. Può anche identificarsi in un modesto contadino che investe i risparmi di una vita, per donare un’opera e accrescere il suo prestigio nella comunità. Esiste anche un committente corale: è la città che, attingendo ai tesori pubblici e sacri, attraverso le delibere degli organi collegiali ordina le opere. Lunghe ed estenuanti discussioni in assemblea vertevano sull’opportunità o meno di investire le risorse della comunità. Oggetto di dibattito era la scelta dei materiali, delle dimensioni, dei dettagli. Accanita era la competizione per far parte delle commissioni che scrivessero le regole del gioco. Arbitri speciali dovevano vigilare sui cantieri e sulle fabbriche. Erano spesso magistrati eletti fra le figure più prestigiose e autorevoli della polis, come gli epistati ateniesi, chiamati a sovrintendere il cantiere del Partenone, fra il 447 e il 432 a.C. Il grande Pericle ebbe un ruolo di primo piano, per esempio.

Qual era il rapporto fra artisti e committenti?
L’artista parte da una posizione di indubbio svantaggio: re, dinasti, tiranni, aristocratici saranno stati interlocutori piuttosto altezzosi. Ma non solo: erano costoro a finanziare le creazioni degli architetti o degli scultori, a commissionare e a decidere. Man mano che gli artisti acquisiscono consapevolezza della loro dimensione intellettuale si liberano dai condizionamenti e si dicono autonomi. Ma la loro vita non è mai così semplice. Con le commesse pubbliche, l’artista si libera dalla presenza ingombrante del ricco committente privato. Egli tuttavia deve destreggiarsi nei meandri della burocrazia; deve imparare a presentare le sue idee in assemblea e ad erudirsi nella retorica; deve confrontarsi con la pignoleria dei magistrati che gestiscono le casse di denaro; deve fronteggiare un’opinione pubblica sempre più incisiva, volubile e crudele. Quando si costruiscono le opere è ineludibile dovere dar conto delle spese, sin nei più minuti dettagli. Si pensi a Fidia, accusato di aver sottratto oro ed argento dalla statua d’oro e avorio della Parthenos e costretto a fuggire. Spesso poi i lavori vengono frammentati, suddivisi in lotti e assegnati a vari impresari. Nel mondo antico nasce infatti il sistema degli appalti. È l’inizio di una storia controversa, a tutti ben nota. Una storia fatta di ritardi, di mancate consegne, di ammanchi, di importi che lievitano e di truffe colossali.

Qual era il costo della vita ad Atene?
Si può misurare il costo della vita utilizzando la moneta corrente a quei tempi, la dracma d’argento. Una dracma ateniese equivale a circa 4 grammi d’argento; gli spiccioli sono gli oboli che valgono un sesto di dracma. Nel V secolo un obolo si avvicinava alla misura del fabbisogno energetico quotidiano di un individuo. Un artigiano specializzato era retribuito una dracma al giorno. Ci si poteva vestire da capo a piedi con una ventina di dracme. Ma se si voleva viaggiare al galoppo, l’acquisto di un buon cavallo poteva costare anche 1000 dracme. 6000 dracme d’argento, ossia un talento, era quanto passava, nel corso di una vita, per le mani di un contadino tutto sommato ‘benestante’. Il più chiacchierato dei ricchi ateniesi, un ambasciatore di nome Callia – si vociferava – godeva di un patrimonio di 200 talenti: un suo famigerato nipote lo avrebbe sperperato fra banchetti ed ‘escort’ (le ‘pornai’), passatempi spesso assai costosi. Alcune opere d’arte avevano un costo assai elevato e incomparabile rispetto alle retribuzioni o al patrimonio dell’uomo comune: una statua costava 3000 dracme, quindi equivaleva a 3000 giornate di lavoro specializzato; un quadro poteva costare anche 100 talenti, ossia 600.000 dracme. Sono cifre pantagrueliche, abbordabili solo da re o tiranni.

Cosa significò per Atene, dal punto di vista economico e politico, la costruzione del Partenone?
A partire dal 478 a.C., dopo aver contribuito in maniera determinante alla vittoria dei Greci nelle guerre persiane, Atene fu posta a capo della lega delio-attica. Poté gestire un tesoro federale favoloso e sull’Acropoli arrivarono ad essere conservate diverse migliaia di talenti d’argento. Erano milioni di dracme. Come spendere tanto denaro? Come far capire di essere diventati così ricchi, in un mondo come quello greco, sino ad allora sempre sul limite della carestia? Il Partenone fu l’occasione per dare il senso più icastico della svolta. Significava usare una quantità enorme di argento per una finalità che non fosse la guerra. Bisognava quindi avviare un capitolo finanziario inedito, sorretto da tecniche di conto e verifiche puntuali sui dossier documentali, necessarie nel regime democratico che pretendeva la trasparenza amministrativa. Significava mettere in moto e concretizzare le più avanzate tecniche artistiche ed architettoniche che si erano andare accumulando nei decenni e che ora l’enorme tesoro sull’Acropoli consentiva di finanziare. Significava mostrare a tutti, alleati, sudditi e nemici, quanto gli Ateniesi erano ricchi e quanto la loro opulenza poteva realizzare. Sono concetti che la forma classica del Partenone esprime, ma che una retorica sagace trasfigura. Un messaggio di potere, a tratti al limite dell’arroganza, miracolosamente prende le forme di classica purezza e ordine olimpico.

Quali processi fecero sì che le quotazioni di statue e quadri greci si accrescessero in maniera esponenziale sotto il dominio romano?
Dai Romani, abili guerrieri e accorti amministratori, ma digiuni del gusto, della tradizione e delle raffinatezze delle città elleniche, l’oggetto artistico è ovviamente apprezzato per la sua bellezza e per il richiamo al mondo classico. Il gusto sostiene e accompagna i prezzi dell’arte. Sotto questa stella, si assiste a passioni e incomprensioni, perizia e ignoranza, razzie violente e desiderio di preservare le opere ad ogni costo. Da tutto ciò nascono il collezionismo, il commercio e il mercato dell’arte, il turismo culturale. Molto si perde, anche se non è poco ciò che sopravvive. Il denaro e la ricchezza prendono altre strade e altre forme, ma qualcosa resta. Si trova nei grandi e piccoli musei, nelle collezioni private e negli scavi, quelli del passato e quelli che ancora verranno. Ma è soprattutto nel nostro immaginario che l’arte antica evoca l’inconscia memoria di una ricchezza scintillante d’oro. Un bagliore che il Classicismo ha potentemente rimosso e che questo libro ha l’ambizione di contribuire a riportare alla luce.

Giovanni Marginesu è Professore di Storia Greca all’Università di Sassari. Dopo la laurea in Lettere Classiche a Sassari, ha svolto i suoi studi storici ed epigrafici all’Università di Pisa e presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene. È stato Visiting Scholar a Berkeley. Si occupa di storia economica e finanziaria di Atene. Ha scritto: Gortina di Creta (Atene, 2005); Gli Epistati dell’Acropoli (Atene-Paestum, 2010); Callia l’Ateniese (Stuttgart, 2016). Ha curato L’Economia delle technai in Grecia, Supplemento Annuario Scuola Archeologica italiana di Atene 2019. Guida un gruppo di ricerca sui costi dell’arte nel mondo greco.

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