“Il «Corriere della Sera». Biografia di un quotidiano” di Pierluigi Allotti e Raffaele Liucci

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Pierluigi Allotti e Raffaele Liucci, Voi siete autori del libro Il «Corriere della Sera». Biografia di un quotidiano edito dal Mulino: quale importanza ha rivestito, per la storia d’Italia, il quotidiano di via Solferino?
Il «Corriere della Sera». Biografia di un quotidiano, Pierluigi Allotti, Raffaele LiucciAll’inizio del Novecento, il «Corriere» diventa il più diffuso quotidiano italiano. Un primato che sarà messo in discussione soltanto alla fine degli anni Ottanta dalla «Repubblica» di Eugenio Scalfari. È evidente che in un secolo in cui la carta stampata conta ancora moltissimo, il palazzo di via Solferino abbia riflesso l’intera storia d’Italia. Fu da via Solferino che nel 1915 Luigi Albertini orchestrò una compagna interventista culminata nell’entrata in guerra dell’Italia (maggio 1915). Mentre nell’Italia Repubblicana diventare direttore del «Corriere» significava esercitare un potere e un’influenza superiori a quelli di un ministro. Quel palazzo era un organismo pulsante, con i muti corridoi, le sale spaziose, i sottopassi, le cripte segrete, le scale a chiocciola, tutti trasfigurati da Dino Buzzati nella Fortezza Bastiani del Deserto dei tartari. Conobbe minacce politiche, pressioni indicibili, arrembaggi finanziari, lotte intestine, ma anche orari notturni spossanti, tipografie ruggenti, certami sindacali, voci di dignità e fierezza, l’orgoglio di un mestiere artigiano.

A quali fonti ha attinto il Vostro documentatissimo studio?
Il «Corriere» è l’unico grande giornale che abbia un archivio storico ben conservato e accessibile agli studiosi. Abbiamo dunque in primo luogo utilizzato questo archivio monumentale. Però abbiamo visitato anche numerosi altri archivi collaterali, rivelatisi utilissimi per illuminare alcuni risvolti specifici della nostra storia. Per esempio, all’archivio di Stato di Milano abbiamo rintracciato i faldoni giudiziari relativi al processo per collaborazionismo e atti rilevanti a favore del fascismo cui furono sottoposti nel 1946 Aldo, Mario e Vittorio Crespi, proprietari del «Corriere». Saranno prosciolti in istruttoria.

Quando e come nasce il «Corriere della Sera»?
Il «Corriere» fece la sua apparizione a Milano il 5 marzo 1876 intorno alle 21. Era la prima domenica di Quaresima e come da tradizione quel giorno in città i giornali non uscivano. Fu dunque un lancio ad effetto, pensato dal fondatore e primo direttore del nuovo quotidiano, Eugenio Torelli Viollier, per dare visibilità alla sua creatura. Il nuovo foglio contava quattro pagine ed era venduto al prezzo di cinque centesimi. La sede era stata allestita in un locale angusto di poche stanze, presso la Galleria Vittorio Emanuele II, e in redazione con Torelli c’erano tre giornalisti pagati con uno stipendio esiguo: Raffaello Barbiera, Ettore Teodoro Buini e Giacomo Raimondi. Corrispondente da Roma era un amico del direttore, il napoletano Vincenzo Labanca, offertosi gratis. L’orientamento del nuovo foglio fu chiarito da Torelli in un editoriale di presentazione ai lettori: «Noi siamo conservatori. […] Siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi», precisò, promettendo che il «Corriere della Sera» non avrebbe mai rinunciato a esprimere la propria opinione, anche nel caso in cui questa fosse stata sgradita «a chi sta in alto o a chi sta in basso».

Chi era Eugenio Torelli Viollier?
Torelli era un giornalista napoletano di 34 anni (era nato il 26 marzo 1842). Ex garibaldino, aveva esordito nel giornalismo nel 1861 come redattore dell’«Indipendente», quotidiano partenopeo fondato l’anno precedente dal romanziere francese Alexandre Dumas (padre). Trasferitosi a Milano nel 1866, lavorò per un certo periodo al «Secolo», quotidiano fondato da Edoardo Sonzogno con criteri moderni, del quale Torelli apprezzava l’indipendenza ma non l’orientamento repubblicano. Anche il fondatore del «Corriere» aveva una concezione moderna del giornalismo, affine al modello anglosassone, imparziale e fattuale. Secondo Torelli, infatti, un giornale doveva studiare i problemi prima di discuterli; illustrare una posizione prima di sostenerla; esporre anziché parteggiare. E i giornalisti, affermava, dovevano servire esclusivamente il pubblico non tacendogli nulla: «Occultare una notizia perché danneggia i nostri amici politici, sorvolare sopra un fatto per non giovare al partito avversario, […] sono piccole disonestà, che indispettiscono il pubblico e che riescono a tutto danno dello spaccio del giornale. […] il giornalista è un testimone; egli deve dare al pubblico non soltanto le notizie del giorno, ma tutte le notizie del giorno, per quanto qualcuna possa increscergli».

In che modo il Corriere diventa il primo quotidiano d’Italia?
Come già accennato il «Corriere» scavalcò il «Secolo», affermandosi come primo quotidiano d’Italia, nei primi anni del Novecento sotto la guida di Luigi Albertini. Pupillo di Torelli (era stato assunto nel 1896 e subito nominato segretario di redazione), Albertini era asceso alla direzione nel maggio 1900, appena ventinovenne, subentrando a Domenico Oliva che aveva portato il giornale su posizioni reazionarie. Anch’egli ammiratore del giornalismo anglosassone (dopo la laurea aveva trascorso un periodo al «Times» di Londra per studiarne l’organizzazione), Albertini, affiancato dal fratello Alberto, modernizzò il giornale aumentandone la foliazione; ampliò l’organico assumendo giovani e capaci giornalisti, e nel 1904 – anno in cui la tiratura del «Corriere» superò le 100 mila copie giornaliere – spostò la sede in via Solferino, dove tutt’ora si trova. Liberale conservatore, devoto della Destra storica, Albertini fu un acerrimo avversario di Giolitti. Come Torelli riteneva che un grande giornale dovesse essere libero da vincoli e parlare schiettamente ad amici e nemici, senza distinzioni. Ma Il suo «Corriere», com’è stato evidenziato, fu in realtà un giornale-partito col quale il direttore conduceva le proprie battaglie politiche orientando l’opinione pubblica.

Come si sono articolati i rapporti con il regime fascista?
I rapporti tra il «Corriere» e il fascismo furono complessi. Luigi Albertini, come molti altri liberali accecati dall’antisocialismo, in un primo tempo si mostrò indulgente verso il fascismo e le violenze squadriste, ritenendo che il movimento di Mussolini potesse essere riportato nell’alveo dello Statuto. Solo dopo la marcia su Roma, nell’ottobre 1922, Luigi – che nel frattempo aveva lasciato la direzione al fratello Alberto, pur mantenendo il controllo sulla linea del giornale – divenne un irriducibile antifascista e come tale fu attaccato dal «Popolo d’Italia» e da altri fogli fascisti. I fratelli Albertini, comproprietari del giornale insieme ai Crespi, furono estromessi nel novembre 1925, quando fu avviata una graduale fascistizzazione del quotidiano di via Solferino. Nel giro di pochi anni si avvicendarono alla direzione Pietro Croci, Ugo Ojetti e Maffio Maffii, i quali accentuarono via via il carattere fascista del giornale. Quando nel settembre 1929 giunse in via Solferino Aldo Borelli (vi resterà fino al 25 luglio 1943), il «Corriere» aveva ormai indossato la camicia nera divenendo un organo di propaganda al servizio del regime. Nel 1938 il direttore applicherà con zelo le direttive del Minculpop, impartite per preparare il terreno alle leggi razziali adottate in autunno. Su richiesta di Dino Alfieri svolse anche un censimento per accertare che non vi fossero elementi di «razza» ebraica tra suoi i redattori e collaboratori, e proprio in quanto ebreo venne rimosso il direttore amministrativo, Claudio Soavi. Dopo l’8 settembre 1943 il «Corriere» repubblichino sarà diretto da Ermanno Amicucci, già direttore della «Gazzetta del Popolo» di Torino e segretario del Sindacato fascista dei giornalisti.

Quale ruolo svolse il quotidiano nel secondo dopoguerra e durante gli anni di piombo?
All’indomani del 25 aprile 1945, divenne direttore del «Corriere» l’ultrasettantenne Mario Borsa, vicino al Partito d’Azione e a Ferruccio Parri. Abbiamo intitolato Lo straniero il capitolo a lui dedicato. Anglofilo e liberaldemocratico, Borsa era stato infatti corrispondente da Londra per «il Secolo» (1898-1910) e da Milano per il «Times» (1919-1940). Nel 1925, l’anno delle «leggi fascistissime» e del consolidamento della dittatura, aveva pubblicato a gennaio il pamphlet Libertà di stampa, coraggiosa denuncia dei provvedimenti liberticidi di Mussolini che avevano ridotto la carta stampata a un’orchestra di suonatori della grancassa del regime. Borsa amava definirsi «esclusivamente giornalista». Dall’esperienza inglese ricavò «la ferma convinzione che la stampa, essendo un servizio sociale, quantunque rimanesse un’impresa economica e avesse quindi finalità lucrative, dovesse rispondere a vincoli di moralità altissimi». Fu uno dei rari giornalisti italiani a dotarsi sin dall’inizio di tutti gli strumenti necessari per esercitare questo mestiere, mentre molti suoi illustri colleghi erano in verità dei letterati mancati. Ma la letteratura, ammonirà nella sua autobiografia, «è la peste del giornalismo»: «Una pessima letteratura, per giunta: manierata, arzigogolata, imbellettata, gonfia, mantecata, intollerabile per ogni galantuomo che abbia la sana abitudine di dir pane al pane e vino al vino».
La stagione di Borsa al «Corriere» durerà poco. Nell’agosto del 1946 i fratelli Crespi, scampati all’epurazione e ritornati proprietari, lo sostituiranno con il più conservatore Guglielmo Emanuel. Da quel momento sino agli anni Settanta il «Corriere» adotterà una linea centrista e filogovernativa, con qualche pallida apertura al centro-sinistra, soprattutto ad opera del direttore Giovanni Spadolini (1968-1972). Sarà Piero Ottone (1972-1977) ad imprimere al giornale una linea più aperta alle «istanze» della società, ma questo provocò la scissione di Indro Montanelli, che nel 1974 andrà a dirigere un nuovo quotidiano, «il Giornale».

In che modo le lotte di potere dell’Italia repubblicana hanno attraversato il Corriere?
Soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando cominciò ad affacciarsi l’ipotesi che la famiglia Crespi volesse sbarazzarsi del «Corriere» perché i conti economici non erano più in ordine, il quotidiano di via Solferino diventò il magnete per gli appetiti di tutti i maggiori partiti. In questo frangente si introdusse la loggia massonica P2 di Licio Gelli, che approfittando della debolezza finanziaria del nuovo proprietario – la famiglia Rizzoli – giunse di fatto a controllare il quotidiano milanese. Dopo l’esplosione dello scandalo (primavera 1981) e le conseguenti dimissioni del direttore Franco Di Bella, il «Corriere» finirà in «amministrazione controllata», riuscendo a salvarsi solo grazie a un’opera di risanamento «lacrime e sangue».

Quali, tra gli oltre trenta direttori della testata, hanno maggiormente segnato la storia del Corriere?
Nel primo cinquantennio di vista, il quotidiano milanese ha avuto di fatto solo due direttori: Eugenio Torelli e Luigi Albertini. Un altro direttore importante è stato Aldo Borelli, che guidò il Corriere» sotto il fascismo. Trattandosi di un giornalista funzionario, totalmente allineato al regime, non può comunque essere paragonato a Torelli e Albertini. Nel secondo dopoguerra, i direttori più innovativi (e per questo anche controversi) furono Mario Borsa e Piero Ottone. Un altro discorso ancora merita Paolo Mieli (1992-1997 e 2004-2009). Soprattutto nel suo primo mandato, Mieli introdusse uno stile vivace e frizzante, svecchiando il giornale. C’è chi, a questo proposito, ha parlato di «mielismo».

Pierluigi Allotti insegna Storia del giornalismo alla Sapienza Università di Roma. Ha pubblicato: Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (1922-1948) (Carocci, 2012); Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell’Italia contemporanea (Carocci, 2017); Andare per stadi (il Mulino, 2018) e La libertà di stampa (il Mulino, 2020).
Raffaele Liucci, storico dell’età contemporanea, collabora con il supplemento culturale del «Sole 24 Ore». Tra i suoi libri:
Spettatori di un naufragio. Gli intellettuali italiani nella seconda guerra mondiale (Einaudi, 2011), una biografia di Indro Montanelli insieme a Sandro Gerbi (Hoepli, 2014); Leo Longanesi. Un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica (Carocci, 2016).

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