“Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport” di Bruno Barba

MESE DELLO SPORT IBS.IT
Bruno Barba, Lei è autore del libro Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport edito da Einaudi: quale dimensione ha assunto, nella società contemporanea, lo sport?
Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport, Bruno BarbaUna dimensione importantissima e imprescindibile, talvolta trascurata, altre volte enfatizzata in senso negativo. Assume, lo sport, le caratteristiche di “fatto sociale totale” che interessa la politica e l’economia, interferisce con la stratificazione e l’integrazione sociale; anticipa cambiamenti, evoca mutazioni del sentire e dell’immaginario collettivo; si fa linguaggio, talvolta legge, suggerisce comportamenti etici, individuali e collettivi. Combatte, o dovrebbe farlo, malattie del nostro vivere quotidiano come il razzismo, l’omofobia, l’odio. Può assumersi anche un ruolo educativo, soprattutto per le generazioni più giovani. Nel bene e nel male, insomma, influenza tanto la società globale quanto quella locale.

In che modo lo sport consente di leggere dinamiche culturali più generali?
Tutti sembriamo aver assunto l’idea che lo sport sia “uno specchio della società”, lo ripetiamo noi italiani quando ci riferiamo al calcio. Ma non dobbiamo limitarci a recitare una sorta di mantra che serve per liquidare pigramente ogni valutazione. In realtà pronunciare espressioni del tipo “lo sport è malato”, “lo sport è violento”, “lo sport è soltanto business”; e ancora, “ridateci lo sport di una volta”, “lo sport discrimina”, “nello sport vincono i più ricchi” dimostra che certi meccanismi non sono stati ancora scoperti, o comunque studiati a fondo. Io penso invece che le dinamiche che interessano lo sport siano le stesse della nostra società. Ora ispirate, ora copiate, ora, a loro volta, modello per grandi trasformazioni. Anche se va detto che, sotto un altro aspetto, lo sport è “anche un mondo autoreferenziali, con leggi e dinamiche esclusive, del tutto proprie.

Quali pregiudizi hanno condizionato l’approccio antropologico all’attività sportiva?
Per tanto tempo si è pensato che lo sport facesse parte esclusivamente di un aspetto ludico della vita, in opposizione ai “nobili” mondi dell’economico, del sacro, del politico, che sono i campi di studio dell’Antropologia. E poi, assimilando lo sport all’attività esclusivamente fisica è stata dura sconfiggere il pregiudizio tra un corpo “contenitore di materia” e la mente, molto più degna di essere oggetto di studio. Eppure l’Antropologia studia linguaggi, miti, rituali, divinità, dinamiche identitarie: sotto questo aspetto si configura come un oggetto ideale di studi, una miniera ricchissima di spunti e di significati. E anche il corpo, con il passare degli anni, è stato rivalutato, come strumento di antropopoiesi, ovvero per la sua capacità di iscrivere codici e segnali.

Quando e come nasce l’antropologia dello sport?
Vi sono stati diversi punti di partenza che si muovevano da presupposti diversi. Se vogliamo proprio citare qualche data e qualche nome, potemmo riferirci al 1931 e a Raymond Firth, che pubblica sulla rivista “Oceania” l’articolo “A dart match in Tikopia”, in cui descrive una gara di lancio di freccette, che mette in relazione con l’organizzazione sociale e le credenze religiose degli abitanti dell’isola polinesiana; per la prima volta una certa forma di sport diventa protagonista della narrazione antropologica, illuminando sulle possibilità di decifrare il funzionamento di determinate relazioni sociali, persino appartenenti a società “altre” o primitive, come si diceva allora.

Nel 1959 venne pubblicato sulla rivista “American Anthropologist” un articolo firmato da John M. Roberts, Malcolm J. Arth e Robert R. Bush intitolato “Games in culture”, grazie al quale, partendo dalla definizione di gioco come “un’attività ricreativa caratterizzata da un’organizzazione, da una competizione, due o più contendenti, criteri per determinare il vincitore, e infine da regole concordate”, si definivano alcuni parametri di classificazione per definire ad esempio il grado di aggressività dei Mbundu o dei Navaho.

Ancora, nel 1973 Clifford Geertz in “Interpretazioni di culture”, nel capitolo “Il gioco profondo: note sul combattimento di galli a Bali”, ammanta di “densità” un fatto sociale apparentemente fine a se stesso e poco significativo. Che si voglia considerarlo sport o meno, il combattimento di galli di Bali – come la partita di calcio o di basket, la gara di atletica o di ciclismo – “traduce” la vita comune, rivela strutture e archetipi, svolge una funzione “interpretativa”, riflette a modo suo la concezione di violenza propria di un popolo, rappresenta un vero “libro aperto”, dal momento che, come dice Geertz, “la cultura di un popolo è un insieme di testi (…) che l’antropologo si sforza di leggere sopra le spalle di quelli a cui appartengono di diritto”. Questo capitolo di Geertz viene preso ad esempio e da modello da ogni antropologo che si avvicina al tema dello sport.

Infine, anche se non è opera di un antropologo, una pietra miliare per gli studi sullo sport degli scienziati sociali va considerata l’opera “Dal rituale al record”, di Allen Guttmann, che esce nel 1978.

Su quali elementi si fonda lo studio antropologico dello sport?
Sui concetti di “fatto sociale totale” e di “densità”. Il primo, elaborato dal sociologo francese Marcel Mauss nel 1923, e maturato a seguito delle sue riflessioni sul dono, rimanda a quei fenomeni in grado di influenzare e determinare un insieme di fatti di natura analoga, capaci di connettersi a molti altri aspetti della vita di una comunità, assolvendo una serie di funzioni anche inaspettate, coinvolgendo gran parte delle dinamiche che riguardano una società. In altre parole, un fatto che raggruppa un insieme di vari tratti caratteristici di una cultura: la politica, la società, l’economia, la religione, la concezione dei media, il linguaggio, la moda, la maniera di pensare.

Ecco allora che lo sport non può che essere “un fatto sociale totale”: si specchia nelle culture di appartenenza, si riconosce in quanto prodotto di una data società, che condiziona fortemente, e dalla quale è condizionata a sua volta.

Il secondo concetto, quello della “densità”, deriva dal citato Clifford Geertz: un avvenimento sportivo – proprio come il combattimento dei galli a Bali – va “letto” attentamente, in profondità, tra le righe, con la consapevolezza peraltro che ogni descrizione è, di fatto, un’interpretazione. Una partita di calcio, insomma, non è “solo” una partita di calcio.

Che ruolo svolge lo sport nelle società contemporanee?
Un ruolo decisivo, direi: contribuisce a costruire o a decostruire le identità; può insegnare politica e geopolitica, storia e letteratura; potrebbe, anzi dovrebbe, offrire un contributo significativo all’educazione civica; può regalarci persino spunti filosofici: pensiamo alla poesia “If” di Kipling e al suo suggerimento di come trattare la vittoria e la sconfitta, nella vita come nello sport. E poi, certo, come si dice, è anche marketing, industria, indotto.

Di quali significati si carica lo sport nel mondo moderno?
Proprio il ruolo che svolge lo carica di responsabilità: i campioni diventano miti e poi modelli; le loro gesta, e oggi le loro parole, i loro post, sono seguiti da milioni di persone. Io però sottolineerei un fatto: sono i genitori in primis e poi la scuola a dover suggerire i comportamenti da tenere. Anche il campione è un essere imperfetto come ogni uomo e ogni donna, non dimentichiamocelo mai.

Vorrei aggiungere un’altra riflessione. Lo sport contribuisce a rendere esplicita la stoffa, il timbro umano di cui ognuno di noi è dotato. La performance è il momento della verità: tanto gli atleti quanto gli appassionati, gli osservatori, i commentatori, i giornalisti “svelano” la propria vera essenza. Chi dimostra di essere un antisportivo, di non rispettare certi valori, non può essere un buon cittadino. E, aggiungo, non può essere considerato una persona per bene.

Il calcio, in particolare, costituisce un “fatto sociale totale”: quali sono le ragioni della sua rilevanza sociale?
Il calcio in Italia, come in tanti altri paesi, ha contribuito a costruire l’identità nazionale; a muovere un indotto straordinario – stiamo parlando di un’attività tra le più importanti economicamente – ; a mobilitare, soprattutto una passione popolare unica ed esclusiva. Non dimentichiamo questo fattore: al di là dei fanatismi, delle esasperazioni, delle mistificazioni, il calcio è legato soprattutto al fascino irresistibile, universale ed eterno di quella palla che rotola. Una palla simbolo, feticcio, metafora, una sfera che rappresenta in fondo la verità, la vita, l’amore, e che cerchiamo di controllare, di trattare con riguardo ma che poi, capricciosa e volubile, ci sfugge sempre.

Bruno Barba (Alessandria, 1961) è ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Genova. Studia il meticciato culturale soprattutto in Brasile; l’altra sua area di ricerca è lo sport nei diversi significati antropologici. Tra le sue pubblicazioni: Un antropologo nel pallone (Meltemi 2007), Dio Negro, mondo meticcio (Seid 2013); Rio de Janeiro (Odoya 2015); Calciologia. Per un’antropologia del football (Mimesis 2016); Meticcio (Effequ 2018); 1958. L’altra volta che non andammo ai mondiali (Rogas 2018); Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport (Einaudi 2021).

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