“Il corpo di Garibaldi. Reliquie laiche e taumaturgia politica nell’Italia dell’Ottocento” di Dino Mengozzi

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Prof. Dino Mengozzi, Lei è autore del libro Il corpo di Garibaldi. Reliquie laiche e taumaturgia politica nell’Italia dell’Ottocento, edito da FrancoAngeli: quale “aura sacrale” si formò nell’Ottocento intorno alla figura di Giuseppe Garibaldi?
Il corpo di Garibaldi. Reliquie laiche e taumaturgia politica nell’Italia dell’Ottocento, Dino MengozziNon esageriamo per nulla dicendo che Garibaldi fu trattato come un santo, naturalmente un santo laico. Il fervore religioso che circondò la sua figura non aveva nulla di meno dell’alone di santità dei martiri-eroi della Chiesa cattolica. Tale “aura sacrale” si formò alla confluenza di diverse circostanze, ma soprattutto aspettative: intendo alludere all’aspettativa del leader che guidasse il movimento nazionale italiano. Tale “attesa” prende forma man mano che arrivano fra i patrioti italiani le notizie sulle gesta garibaldine dal Sudamerica. Nel 1847 il suo nome compare apertamente anche su giornali italiani. Quel giovane intraprendente pare incarnare finalmente la smentita di quell’accusa ingiuriosa, che grava sulla coscienza, secondo la quale “gli italiani non si battono”. La figura dell’eroe rientra in quella catena simbolica che comprende la capacità di battersi per una fede, fino al “sacrificio di sé”, cioè al “martirio”, se necessario. Non dimentichiamo che il linguaggio pubblico, in questi anni, è ancora essenzialmente religioso e la politica che va costruendo una propria semantica non può che risentirne.

Come nacquero e si svilupparono il carisma e la fama di Garibaldi?
Mi verrebbe da rispondere con un paradosso e cioè che per fare un leader ci vuole una volontà di leadership, da cui discende il carisma come capacità di creare seguaci. È il caso di Garibaldi, che certo è dotato di carisma ma su questa qualità applica poi la sua capacità di costruzione della leadership. Anche Pisacane aveva qualità simili, ma rifiutò di coltivarle. Garibaldi invece ebbe l’intuito e l’abilità di definire l’icona di sé (solo si pensi alla camicia rossa e al poncho, il viso con barba e capelli lunghi) oltre che teorizzare di essere un’epifania della Provvidenza, mandato a unificare l’Italia. In questo quadro Garibaldi asseconda il culto della propria persona mediante l’uso di reliquie profane (ciocche di capelli, gocce di sangue, fotografie ritratto firmate, perfino bottoni dei suoi pantaloni). Tutti oggetti ritenuti sacri, “emanazioni” della sua “presenza” e capaci di proteggere chi li possieda.

Quali qualità taumaturgiche furono attribuite al corpo dell’eroe risorgimentale?
Il “miracolo” consustanziale al taumaturgo è la guida, che permette di vincere. E se si vince, non si muore, in battaglia: questo il sottinteso. Ma prima ancora Garibaldi è un segnale, una chiamata, capace di trasformare una persona semplice in volontario della libertà. In questo senso Garibaldi rappresenta la vitalità dell’ideologia patriottica, che converte, trascina e salda il gruppo. Non ci sono disertori quando lui è presente. Abbiamo a che fare con una mitologia, naturalmente, ma che nutre una fede.

Che ruolo svolsero le reliquie garibaldine nella costruzione del suo mito e in che modo esse si inserivano in un sistema di scambi retto dall’economia del dono?
Come le reliquie dei santi, le reliquie garibaldine non si comprano: sono frutto di doni, rientrano nell’economia del dono. Dunque, sono creatrici di socialità, tengono uniti i garibaldini e i simpatizzanti al loro capo. Testimoniano fedeltà e sono strumenti di promozione sociale. Fatalmente spicca alla pubblica attenzione chi ne abbia, specie se le ha ricevute da lui, Garibaldi. L’economia del dono è un sistema di relazioni e una lezione politica. Il più delle volte segue una trafila. L’inizio sta nell’organizzazione di una raccolta di denaro per acquistare un dono per Garibaldi, in segno di riconoscenza. Una delegazione si incaricherà poi di portare il dono nelle sue mani, a Caprera, e in cambio riceverà una sua reliquia, il più delle volte il suo ritratto fotografico firmato. Il dono, in questo sistema relazionale, è una lezione politica: la gratitudine per chi vive poveramente su un’isola deserta, perché incorruttibile. L’allusione negativa è per l’Italia ingrata, specie per Casa Savoia, che da lui ha ricevuto un regno, e non lo ha adeguatamente ripagato. E con lui, tutti i suoi garibaldini, eroi scomunicati e spesso mal visti.

Quale lettura offre il Suo lavoro dell’ultima scena disegnata da Garibaldi per la propria morte?
Mi pare che finalmente sia stata chiarita l’ultima scena disegnata da Garibaldi per la propria dipartita, secondo un’abile regia. Questo passaggio, scritto sui suoi testamenti (alcuni pubblicati per la prima volta in appendice al volume), andava semplicemente preso sul serio, dopo che per centocinquant’anni era stato ritenuto una bizzarria. In verità, è un atto del tutto coerente con il taumaturgo e il credente nella sacralità delle reliquie politiche.

Garibaldi voleva che il suo corpo morto fosse messo su una pira di legni aromatici di Caprera e lasciato consumare dal fuoco, finché ridotto in cenere fosse a disposizione dei suoi seguaci. La catasta di legna che aveva fatto mettere insieme dalla governante, in un luogo ben riparato dell’isola, aveva questo scopo: fornire abbondanti reliquie del suo corpo. Per troppo amore, invece, i garibaldini più intimi, non ubbidirono alle sue volontà e ne imbalsamarono il corpo. E così se lo fecero sequestrare dai Savoia. Messo sotto un masso è stato facile vigilarlo fino all’altro ieri. Fosse stato ridotto in cenere, come lui voleva, il suo corpo sarebbe stato moltiplicato e dunque sepolto dai suoi fedelissimi su tutto il territorio italiano, dando al garibaldinismo un vantaggio cerimoniale incomparabile, su ogni altro concorrente alla gloria nazionale.

In quale tradizione si inserisce il processo di sacralizzazione del corpo dell’eroe risorgimentale?
Direi che la sacralizzazione dell’eroe risorgimentale va vista nella continuità della storia d’Italia, dove il cattolicesimo ha impregnato in profondità le sensibilità collettive. L’“invenzione” della politica, dei suoi gesti, cerimoniali, simboli, della sua ricerca del sacro come base legittimante, non poteva che risentire di questa impregnazione religiosa di lunga durata. Capi carismatici suscitatori di aspettative miracolistiche ne avremo ancora, come si sa. Però, a differenza di Garibaldi, non saranno capaci di portare in dote agli italiani un “regno”, fosse pure il regno delle fate.

Dino Mengozzi è professore ordinario di Storia contemporanea e Storia sociale nell’Università di Urbino Carlo Bo. Si è occupato di sensibilità collettive connesse alla corporeità, di cui testimoniano i volumi Corpi posseduti. Martiri ed eroi dal Risorgimento a Pinocchio, Lacaita 2012 e Lenin e Oriani. Il “corpo sacro” del leader nelle religioni politiche del Novecento, Il Ponte Vecchio, 2021.

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