Il confine mediterraneo. L'Europa di fronte agli sbarchi dei migranti, Valerio De Cesaris, Emidio DiodatoProf. Valerio De Cesaris, Lei ha curato con Emidio Diodato l’edizione del libro Il confine mediterraneo. L’Europa di fronte agli sbarchi dei migranti pubblicato da Carocci: quali risposte ha adottato l’Unione Europea di fronte alla sfida migratoria nel Mediterraneo?
I governi degli Stati membri dell’Unione Europea considerano l’immigrazione una delle maggiori sfide di questo tempo e ne discutono continuamente, ma non riescono a mettersi d’accordo. Alcuni vorrebbero abolire il regolamento di Dublino, che penalizza i paesi frontalieri, mentre altri lo difendono; alcuni, come i paesi del gruppo di Visegrád, contestano i programmi di ricollocamento, rifiutando di accogliere i richiedenti asilo. Di fronte alle migrazioni via mare l’Europa è in difficoltà, sebbene il numero dei migranti che giunge attraverso il Mediterraneo mostri un fenomeno certamente consistente ma non al punto da mettere realmente in crisi un’area ricca e popolosa com’è l’Unione Europea. Quest’ultima avrebbe tutte le risorse e le possibilità di governare in maniera più efficace e anche più umana i flussi migratori. Mancano però unità d’intenti e politiche condivise.

Come ha affrontato l’Italia l’immigrazione via mare?
L’Italia, per la sua particolare collocazione geografica nel Mediterraneo, è il maggiore paese d’approdo per chi parte dalle coste nordafricane. Nel 2018, in realtà, la Spagna ha avuto più arrivi, ma solo perché l’Italia sta adottando politiche di chiusura molto nette e dunque le rotte migratorie si sono in parte spostate in direzione ovest (sull’altro versante mediterraneo, la rotta balcanica è pressoché chiusa dal 2016, dopo l’accordo UE-Turchia). I governi di Roma hanno sempre vissuto gli sbarchi come un’emergenza, fin dai primi anni Novanta quando giungevano sulle coste pugliesi i profughi albanesi. In quel tempo nacque l’allarme invasione, soprattutto di fronte alla vicenda della nave Vlora che l’8 agosto 1991 arrivò a Bari con 18.000 albanesi a bordo. Era il tempo in cui la guerra tra Serbia e Croazia infiammava la sponda orientale dell’Adriatico e in cui si stava dissolvendo l’Unione Sovietica, dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Europa dell’est. Si temeva l’arrivo di milioni di profughi in fuga da quelle terre in profonda crisi economica. L’allarme, dunque, è un vizio originario del dibattito pubblico sull’immigrazione in Italia. In anni più recenti, molti italiani hanno avuto l’impressione che l’Italia fosse lasciata sola, dai partner europei, di fronte a una sfida epocale com’è quella delle migrazioni. I numeri effettivamente sembrano confermare quella preoccupazione: nel 2014, su 216.054 migranti giunti nel vecchio continente via mare, il 78,5% (170.100 persone) è arrivato sulle coste italiane. Nel 2015 la situazione è stata diversa per il massiccio passaggio dalla Turchia alla Grecia, soprattutto di siriani: su ben 1.015.078 persone approdate in Europa, quelle arrivate in Italia sono state 153.842, il 15,2%. Già dall’anno seguente, come effetto dell’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia e della conseguente chiusura della rotta balcanica, l’Italia è tornata a essere il principale punto d’accesso all’Europa: su 362.753 arrivi, il 50% (181.436 persone), si è avuto in Italia. Nel 2017 la percentuale ha raggiunto il 69,3%, con 119.247 arrivi su un totale di 172.301. Nel 2018, come già osservato, giungono meno persone in Italia e un po’ più in Spagna, con la Grecia terza per numero di arrivi. Tuttavia, molti di coloro che sono arrivati in Italia negli ultimi anni avevano la speranza di raggiungere parenti e amici in altri paesi europei e alcuni sono riusciti a lasciare il paese passando le Alpi, nonostante il fatto che il regolamento di Dublino non consenta questi spostamenti. L’Italia, in realtà, non è affatto invasa dai migranti e a dispetto della retorica dell’invasione non ha avuto nell’ultimo decennio un aumento d’immigrazione, perché a fronte di maggiori sbarchi si è avuta una chiusura dei tradizionali canali d’ingresso legali, in particolare quelli per lavoro. Il numero complessivo degli immigrati in Italia è fermo da alcuni anni a circa 5 milioni, con una percentuale rispetto al totale della popolazione intorno all’8,3%, in linea con la media europea. La percezione della gente è però molto allarmata e spesso distorta, anche perché l’immigrazione è sempre più un tema da campagna elettorale e dunque viene ingigantita e drammatizzata. Anche i media offrono spesso una rappresentazione allarmistica e drammatizzata dei fenomeni migratori e ciò alimenta le paure degli italiani. L’attuale governo, per prestar fede alle promesse elettorali, ha operato una stretta sull’immigrazione. È però evidente che la questione migrazioni non possa essere affrontata con sole politiche di contrasto.

Quale ruolo svolge Malta sul fronte migratorio?
Malta è un piccolo Stato insulare che ha circa 460.000 abitanti, non può essere paragonato a Italia, Grecia o Spagna nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. Spesso si dice che Malta non collabora, non accoglie, adotta esclusivamente politiche di chiusura. Ed è vero, perché le politiche di La Valletta tendono a evitare gli sbarchi sull’isola. Basti pensare che negli anni dei più consistenti arrivi in Europa, dal 2014 al 2017, Malta, pur essendo nel mezzo della rotta del Mediterraneo centrale, ha accolto numeri molto esigui di migranti arrivati con le barche: 568 nel 2014, 104 nel 2015, 25 nel 2016 e 23 nel 2017. L’anno in cui l’isola ha ricevuto più migranti via mare è stato il 2013, con 2.008 arrivi. Bisogna però considerare che l’isola ha una densità di popolazione di gran lunga superiore all’Italia e agli altri Stati europei, e anche che la percentuale degli immigrati sul totale della popolazione è più alta della media europea. Quando nel giugno del 2018 ci fu il caso della nave Aquarius, che aveva a bordo 629 migranti che l’Italia non ha voluto accogliere (e che sono stati infine accolti dalla Spagna), il governo italiano fece pressioni su quello di La Valletta affinché quest’ultimo se ne facesse carico. La risposta fu negativa e di nuovo in Italia si moltiplicarono le voci critiche verso Malta e la sua poca disponibilità a collaborare nella gestione delle migrazioni via mare. Va però detto che, in proporzione sulla popolazione totale del paese, 629 persone a Malta equivalgono a 78.000 in Italia. Nel corso degli anni, Malta ha vissuto una costante dipendenza dalle politiche italiane su questo tema e non ha nessun interesse a scontrarsi con Roma. Non è però realistico considerare Malta alla stregua degli altri paesi frontalieri, che hanno dimensioni territoriali e di popolazione ben maggiori.

Qual è l’influenza del gruppo di Visegrád sulla politica estera migratoria dell’Unione Europea?
Il gruppo di Visegrád, senza essere coeso su molte questioni e senza avere la reale possibilità d’indirizzare le politiche dell’Unione Europea, è divenuto agli occhi di molti il portabandiera di «un’altra Europa», sovranista e identitaria, alternativa a quella degli «eurocrati» di Bruxelles. Nell’idea che Visegrád possa offrire una visione alternativa d’Europa è centrale il tema immigrazione, perché il gruppo è decisamente impegnato in una campagna per la chiusura all’immigrazione e per la difesa dei confini (tema che viene associato alla difesa dell’identità dei popoli europei). L’influenza del gruppo di Visegrád è dunque culturale, prima di essere politica: è una visione d’Europa diversa da quella che nel secondo dopoguerra ha dato origine alla Comunità Europea e poi all’Unione. Si tratta di posizioni che si fanno largo anche in altri paesi e che ormai sono diventate un’alternativa reale all’Europa aperta e inclusiva delle origini. Al di là del peso effettivo dei quattro paesi di Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) all’interno dell’Unione, la vera questione è quanto la loro visione identitaria e sovranista si stia diffondendo nel continente, favorendo un collegamento tra tutte le forze politiche anti-immigrazione e, con sfumature diverse, anti-Bruxelles.

In che modo la Spagna è stata investita dal fenomeno migratorio?
La Spagna è un naturale paese d’approdo per la sua vicinanza con le coste africane. Ha sempre avuto numeri di arrivi ridotti, rispetto all’Italia, perché ha adottato politiche di fortificazione dei confini. Inoltre, per molto tempo, la Spagna non è stata considerata una meta definitiva dai migranti ma perlopiù un paese di transito per poi andare altrove in Europa. La collaborazione tra i governi di Madrid e di Rabat è stata orientata, su questi temi, al contrasto all’immigrazione verso la Spagna. Il governo marocchino ha accettato di buon grado di collaborare con quello spagnolo, mentre ha recentemente rifiutato di ospitare sul proprio territorio dei centri di permanenza per migranti che fanno richiesta di asilo politico in paesi europei. Non ha accettato, cioè, di divenire un “paese cuscinetto” e di siglare un accordo simile a quello del 2016 tra UE e Turchia. Anche perché un accordo di quel tipo avrebbe provocato attriti tra il paese e l’Unione Africana, all’interno della quale il Marocco è rientrato recentemente, dopo 33 anni in cui ne è stato escluso a causa della questione del Sahara Occidentale. È però evidente come per il Marocco il contrasto alle migrazioni verso la Spagna sia una moneta di scambio: fondi a aiuti economici in cambio di controllo delle coste e del confine con l’Algeria (dove passano molti migranti che cercano di entrare nelle enclavi spagnole di Ceuta e soprattutto di Melilla, più vicina al confine). Nel libro Il confine mediterraneo c’è un bel saggio di Angela Sagnella che spiega bene la particolarità del caso spagnolo, per il quale la collaborazione con il Marocco è decisiva.

Quali politiche migratorie sono state adottate dall’Unione Africana?
Innanzitutto, va detto che la percezione degli europei è molto eurocentrica, tanti hanno l’idea che le migrazioni internazionali riguardino prima di tutto l’Europa. In realtà l’Africa è molto coinvolta dalle migrazioni e in numeri assoluti le migrazioni sud-sud sono più consistenti di quelle sud-nord. Basti pensare che solo il 12% di chi si muove dalla regione subsahariana giunge in Europa. Dunque, l’Unione Africana (UA) discute molto di questioni migratorie (ha prodotto ben 500 documenti ufficiali sul tema) ma non è affatto appiattita sulle posizioni dell’Unione Europea o sulle questioni che in un’ottica europea sono considerate prioritarie. Relativamente a queste ultime, i paesi africani non vogliono sottrarsi a un confronto e al tentativo di trovare forme di collaborazione, ma l’obiettivo della UA è di instaurare con la UE un partenariato tra pari. Cosa che l’Europa non ha ancora realmente accettato, provando, invece, a siglare accordi con singoli Stati africani, offrendo aiuti economici in cambio del contrasto alle migrazioni. Le posizioni tra le due organizzazioni sono ancora oggi molto distanti. Indubbiamente le migrazioni sono una questione africana, ben al di là del fenomeno dei viaggi irregolari via mare verso l’Europa. Resta un interrogativo drammatico il fatto che nessun capo di Stato africano si sia recato a Lampedusa a rendere omaggio ai migranti africani morti nel Mediterraneo.

In che modo i corridoi umanitari possono rappresentare un modello per la gestione dei flussi migratori in Europa?
I corridoi umanitari sono una best practice che mostra come sia possibile coniugare accoglienza e sicurezza. Nel libro Il confine mediterraneo ne parla Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio che ha ideato il programma e lo ha strutturato in collaborazione con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Le persone che beneficiano dei corridoi umanitari sono in condizioni di vulnerabilità, in gran parte si tratta di famiglie. Circa il 40% di coloro che sono finora giunti in Italia con questo programma è costituito da bambini e adolescenti. Perlopiù siriani, ma anche rifugiati dal Corno d’Africa. Ci sono alcuni punti di forza del programma che ne fanno un modello per la gestione dei flussi migratori. Innanzitutto, il fatto che esso rappresenti un’alternativa ai viaggi pericolosissimi in mare, in cui molti muoiono. Poi il fatto che i paesi che accolgono ricevono in anticipo i nomi dei potenziali beneficiari e attuano una prima verifica di sicurezza, quindi chi arriva è conosciuto alle autorità italiane. Poi il sistema d’accoglienza, che è basato sulla collaborazione tra soggetti diversi della società civile e su un’accoglienza diffusa sul territorio, fatta essenzialmente per nuclei familiari. In Italia, coloro che sono arrivati sino a oggi sono in oltre novanta comuni, accolti da privati, associazioni, parrocchie, case famiglia, istituti religiosi. È una mobilitazione di solidarietà da parte di tanta gente. Per diventare un modello europeo è necessario che il programma sia implementato su più ampia scala. Il fatto che oltre l’Italia altri paesi europei, come Francia e Belgio, abbiano sottoscritto dei protocolli d’intesa con la Comunità di Sant’Egidio per attivare i corridoi umanitari è comunque un segnale incoraggiante. Del resto, la chiusura dell’Europa all’immigrazione non è solo problematica dal punto di vista umanitario, perché spesso si chiudono le porte in faccia a persone davvero bisognose di un approdo in paesi sicuri, ma è controproducente. Stretta tra invecchiamento delle sue popolazioni e bassa natalità, l’Unione Europea ha bisogno degli immigrati. Quel che occorre è soprattutto mettere da parte le rappresentazioni propagandistiche e allarmistiche dell’immigrazione, che è invece un fenomeno del tutto normale e governabile. I corridoi umanitari mostrano la fattibilità di un’accoglienza semplice ma efficace, fatta dalla gente, attraverso un progetto sostenuto dallo Stato e attuato con la collaborazione di soggetti diversi. Coloro che arrivano studiano subito l’italiano, i bambini sono inseriti immediatamente a scuola, tutti vengono aiutati a inserirsi nella società e a studiare o trovare lavoro. Tanti arrivano da giovani e saranno presto nuovi italiani. È nell’interesse di tutti aiutarli a vivere bene in Italia.