“Il comunismo italiano nella storia del Novecento” a cura di Silvio Pons

Il comunismo italiano nella storia del Novecento, Silvio PonsViella pubblica, curati da Silvio Pons, Ordinario di Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e Presidente della Fondazione Gramsci, col titolo Il comunismo italiano nella storia del Novecento, gli Atti del convegno tenutosi a Roma nel novembre del 2020, nel centenario della fondazione del Pci, senza tuttavia «alcuna intenzione celebrativa.» Il convegno si proponeva, invece, «di contribuire criticamente alla comprensione storica di un soggetto collettivo e di una forza politica e sociale molto influente nella storia italiana del secolo scorso, che ha lasciato eredità e memorie controverse ma innegabilmente significative dopo la sua dissoluzione.» I saggi raccolti nel volume intendono così «ricostruire i nessi del comunismo italiano con la storia nazionale e internazionale».

Il contenuto del libro «si estende dalla storia politica alla storia di genere, sociale, territoriale, culturale, economica. Al tempo stesso, è ben presente il confronto con la storiografia internazionale che studia oggi il comunismo nella prospettiva della storia transnazionale e globale.» La storia del comunismo italiano vi è «analizzata e discussa intrecciando i temi centrali che ne hanno formato le specificità della cultura politica, le idee di modernità, le maggiori o minori capacità di adeguamento al cambiamento sociale, le presenze e le influenze nazionali e internazionali».

Il volume «ricostruisce gli aspetti principali della storia del comunismo italiano lungo l’intero arco della sua esistenza, dal 1921 al 1991. […] I diversi saggi analizzano contraddizioni e conflitti politici, generazionali e personali, difficili scelte esistenziali, etiche del sacrificio e della militanza, generati sin dalle origini nei contesti estremi, mobilitanti e violenti della Rivoluzione russa e del “biennio rosso”, del fascismo e dell’esilio, dell’antifascismo e dello stalinismo. Le analisi che gravitano attorno alla grande rottura segnata dalla Seconda guerra mondiale e dalle Resistenze antifasciste nella storia italiana ed europea mostrano tutta l’ambivalenza della presenza comunista, dal momento che la nuova dimensione del partito di massa e la legittimazione istituzionale acquisita con la Costituente dovevano coesistere con l’impatto avuto sulle nuove fratture della società nazionale nel dopoguerra e sulla instaurazione di due blocchi politici e sociali antagonisti. La parte più consistente del volume è dedicata al comunismo italiano quale componente della Repubblica democratica e attore nel mondo della Guerra fredda. Sono trattati nei loro più variegati aspetti temi quali i legami con Mosca e le reti transnazionali costruite in Europa e nel Terzo Mondo, i miti e i simboli dell’internazionalismo, i linguaggi e le strategie interne e internazionali della Guerra fredda, l’integrazione sociale e di massa, le risposte al miracolo economico, alle trasformazioni della società e alle migrazioni, il governo locale e la “democrazia bloccata” nazionale, i rapporti con la cultura di massa e con il marxismo, il confronto e lo scontro con i movimenti e con i nuovi fenomeni di politicizzazione sviluppatisi dopo il Sessantotto, il graduale tramonto del nesso con il campo socialista, l’esperienza della “solidarietà nazionale” e la risposta al terrorismo, le visioni e le strategie europeiste, i fattori di crisi collegati al duplice declino del comunismo internazionale e della “Repubblica dei partiti”, la dissoluzione avvenuta al momento della fine della Guerra fredda e del collasso del comunismo in Europa e in Russia.»

Di particolare rilievo, l’analisi svolta da Carlo Spagnolo che evidenzia «una peculiarità nella storia del Pci», ovverosia il partito di massa: come, cioè, «sia stato possibile che in Italia si sia prodotto il più grande partito comunista d’Occidente, che è stato anche il più grande partito della storia italiana e uno dei più grandi e radicati dell’intera storia europea. […] Come una delle tante stelle la cui luce resta visibile oltre l’estinzione, la memoria del partito ancora brilla per gli osservatori ma non deve per questo trarre in inganno l’astronomo. Una compiuta storia del Pci, di quel che ha significato nell’Italia repubblicana e delle ombre che proietta ancora oggi, imporrebbe un deciso spostamento dell’analisi dalle dinamiche dei gruppi dirigenti alle funzioni e ai bisogni di quel pezzo di società italiana che al Pci ha guardato, come speranza o come pericolo.»

Tuttavia, come rileva Paolo Capuzzo, tra gli anni Settanta e Ottanta, in concomitanza con la fase di «massima espansione della sua forza elettorale», il Pci si trovò a fare i conti con un quadro mondiale di crisi del «modello di sviluppo che aveva assicurato una duratura fase di crescita economica in Occidente a partire dai primi anni Cinquanta. Il capitalismo globale uscì dalla crisi negli anni Ottanta con rinnovato slancio grazie all’introduzione delle tecnologie digitali, a un forte impulso alla globalizzazione finanziaria, a nuove strategie di marketing che rivoluzionarono il mondo dei consumi attraverso l’espansione del mercato dei media e della pubblicità.» Nel contesto italiano, il Pci, «benché maggiore partito di opposizione, assunse l’immagine e la funzione di un pilastro dello status quo, sia come difensore dell’ordine democratico minacciato dalla sfida del terrorismo, sia come garante di un sistema di protezione sociale del quale non mancò tuttavia di denunciare i limiti clientelari e statalisti.»

«L’esplosione del mercato della pubblicità e una nuova sfera mediatica ampliata dall’esplosione della televisione privata furono i principali veicoli di una sconfitta culturale che segnò una chiara direzione benché non si traducesse in immediate conseguenze politiche. Fino alla fine degli anni Ottanta, infatti, nel cuore dell’Occidente vi poteva ancora essere un partito che si chiamava comunista e che riusciva a raccogliere dieci milioni di voti. In una società nella quale il baricentro del confronto egemonico stava mutando di segno, più che un tracollo si verificò un lento, ma inarrestabile declino; ne è riprova il sostanziale fallimento del craxismo che, pur disponendo di risorse politiche, economiche e simboliche ben maggiori della sua reale consistenza elettorale, non fu mai in grado di insidiare il primato elettorale del Pci e contendergli la leadership nella sinistra italiana.»

Declino destinato a concludersi, all’indomani del crollo del Muro di Berlino, con la svolta della Bolognina (12 novembre 1989). «Tuttavia, la storia del Pci non si conclude con un’implosione, ma getta radici nell’assetto emerso dalla crisi del 1992-94. La sua fine palesa tendenze destinate a reiterarsi e a contrapporsi nelle vicende della sinistra italiana. […] La relativa attualità della fine del comunismo italiano non ne ha però aiutato la storicizzazione. […] Al tempo stesso, la storiografia ha affrontato il tornante conclusivo della parabola comunista prevalentemente come l’esito scontato della fine di un mondo, enfatizzando l’anacronismo di questa cultura politica e l’inadeguatezza della transizione. Il canone dell’«atrofia del comunismo italiano», […] restituisce questa chiave di lettura che considera l’ultimo Pci un tassello poco significativo dell’implosione del sistema dei partiti.»

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