Il colibrì, Sandro Veronesi, trama, recensioneI colibrì sono uccelletti minuti che hanno la capacità di poter restare quasi immobili a mezz’aria grazie al rapidissimo battito delle ali. “Colibrì” è anche il soprannome di Marco Carrera, protagonista dell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, intitolato appunto Il colibrì. Tale soprannome, datogli da bambino per una carenza dell’ormone della crescita che lo aveva mantenuto piccolo, seppure bello e aggraziato, negli anni finisce per avere un altro significato. Come gli scrive Luisa Lattes, la donna amata, “tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro.”

Del colibrì sembrano sentirsi il frullare delle ali e le prodezze di volo in tutto il libro di Veronesi: nella sua scrittura veloce, nei dialoghi scoppiettanti (e spesso sapientemente interrotti: “Come le ripeto, si tratta di un errore mio, del quale non posso che scusarmi ancora una volta, ma da quando sua moglie ha smesso di venire da me mi sono trovato a interrogarmi su—“), nel saltellare da un anno all’altro, incurante delle rigidità della cronologia, e nei balzi narrativi dalla lettera all’email al racconto in terza persona, alla poesia.

L’incipit è incalzante e spassoso: Marco Carrera, oculista – e questo suo mestiere così banale ce lo fa subito amare, così vicino nella sua normalità –, riceve la visita imprevista dello psicanalista della moglie, “calvo e barbuto” come nella migliore tradizione psicanalitica, venuto a sconvolgere la sua vita con una notizia inaspettata: “Mi dispiace dirglielo ma il suo matrimonio è finito da un pezzo, dottor Carrera. E di figlio ce ne sarà un altro, tra poco, ma non sarà suo”. E così, tratti in inganno dalla vivacità delle prime pagine, si sarebbe indotti a portare il romanzo in spiaggia, convinti di poterlo quietamente leggere sotto un ombrellone tra un bagno in mare e l’altro. Se non fosse che, proseguendo nella lettura, si comprende che non è una vita allegra e scanzonata quella in cui Veronesi ci fa tuffare.

Marco Carrera, con un padre ingegnere e una madre architetta snob che tradisce il padre in modo sistematico, cresce nella borghesia fiorentina. Ha un fratello, Giacomo, che ama anche lui Luisa, e una sorella, Irene “che non lo voleva mai con sé, come non voleva nessuno, del resto, perlomeno tra i membri della famiglia, ragion per cui a diciott’anni in quella famiglia era già diventata una croce da portare”. E la morte precoce della sorella sarà il primo dei dolori devastanti della vita di Marco. Una vita costellata di difficoltà, dal matrimonio con Marina pieno di falsità e tradimenti, all’amore mai consumato con Luisa, a cui rimane legato per anni soprattutto attraverso un fitto scambio epistolare, fino alla morte dell’amata figlia Adele. Ogni pagina, anche quelle più serene che raccontano la giovinezza di Marco, sono intrise di nostalgia, dell’idea che le cose spesso vadano in modo diverso da come si sarebbe desiderato, del rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

In mezzo alle tempeste e agli affanni della sua esistenza, Marco cerca di trovare un punto fermo, di mantenersi immobile. In una lettera a Luisa scrive: “Penso a te. Quanti traslochi hai fatto? Quanti lavori hai cambiato? Quanti amori, mariti, compagni, figli, aborti, case in campagna, case al mare, abitudini, fittonate, dolori, piaceri si sono avvicendati nella tua vita? Solo fermandosi a quel che so io, Luisa, che ovviamente non è che una parte, si parla di numeri assurdi. Quanta energia hai speso per tutto ciò? Tantissima.” E continua, “Tutti i cambiamenti che ho conosciuto io, Luisa, sono stati in peggio.”

Dice Veronesi che questo è il primo personaggio dei suoi romanzi a non avere nulla in comune con lui, fautore dell’“avanzare piano” e non certo dell’immobilità. Eppure, in ciascuno di noi, almeno in qualche momento della vita, si è nascosto un Marco Carrera, un tentativo disperato e faticosissimo di opporsi al cambiamento, di fare in modo che tutto rimanga com’è. Così come a tutti è capitato di sentirsi come Adele Carrera che, da bambina, aveva comunicato a suo padre di avere “un filo [che] partiva dalla sua schiena per andare a finire nella parete più vicina, sempre. Per qualche ragione nessuno lo vedeva, e quindi lei era costretta a stare sempre attaccata al muro, per evitare che la gente ci inciampasse o ci rimanesse intrappolata.” Un filo che ci costringe a non allontanarci mai troppo dalle strade già battute e dalle nostre certezze, facendo attenzione che nessuno intorno a noi inciampi.

Solo alla fine del romanzo Veronesi concede uno spiraglio. Scrive Marco a Luisa “Io ora ho una missione da compiere, che dà senso a tutto quello che ho avuto e non ho avuto, compresa te: allevare l’uomo nuovo, e l’uomo nuovo è la bambina di otto anni che dorme sotto questo tetto”. Si tratta della figlia di Adele, la piccola Miraijin. Una sorta di prodigio, una bambina splendida che “incanta le maestre” e “fa sempre la cosa giusta” e che vediamo crescere e diventare bellissima intelligentissima e impegnatissima. Tutto un po’ troppo superlativo per il povero lettore, a cui sarebbe bastato, per tirare un sospiro di sollievo, lo stupore un poco interdetto di Marco di fronte alle gioie inaspettate che gli ultimi anni della sua vita gli portano: “Ormai la vita era andata com’era andata, non gli sarebbe mai passato per la testa di migliorarla proprio alla fine.”

Silvia Maina