“Il cielo dei faraoni. I soffitti astronomici nell’Egitto del Nuovo Regno” di Lorenzo Guardiano

Prof. Lorenzo Guardiano, Lei è autore del libro Il Cielo dei Faraoni. I soffitti astronomici nell’Egitto del Nuovo Regno, edito da Milano University Press: come si articolava l’astronomia egiziana?
Il cielo dei faraoni. I soffitti astronomici nell'Egitto del Nuovo Regno, Lorenzo GuardianoL’immagine che il grande pubblico ha dell’astronomia egiziana è purtroppo falsata dai molti programmi televisivi che ipotizzano scenari misteriosi ed esoterici dietro i rilievi dei templi o l’architettura delle piramidi. In realtà, l’Egitto era essenzialmente una civiltà agricola e l’astronomia era una parte fondamentale di quel bagaglio di conoscenze indispensabili per far sì che la terra desse i suoi frutti. L’obiettivo principale dell’osservazione celeste era, naturalmente, la scansione del tempo. Oggi per noi è semplice conoscere in qualunque momento l’orario preciso o il giorno dell’anno in cui ci troviamo, grazie agli orologi e agli smartphone di cui siamo in possesso, ma in antichità l’unico metodo attendibile per misurare il tempo era il calcolo esatto del moto dei corpi celesti. Per questo l’astronomia egiziana aveva raggiunto un livello di precisione ragguardevole, che non deve affatto stupire semplicemente perché noi abbiamo irrimediabilmente perso quel contatto con gli astri che caratterizzava gli uomini dell’antichità da quando le luci elettriche hanno tragicamente spento i nostri cieli.

Fu solo alla fine dell’Antico Regno (2686-2125 a.C.), però, che l’astronomia si trasferì dai campi coltivati alla corte del sovrano e da scienza rudimentale divenne pensiero cosmologico. All’interno della piramide dell’ultimo faraone della Quinta Dinastia Unis (2375-2345 a.C.), a Saqqara, compare una serie di formule che intendono guidare il sovrano defunto nella strada verso un aldilà collocato in cielo. In queste formule, note come ‘Testi delle Piramidi’, alla dea del cielo, Nut, viene chiesto di spargersi sul defunto affinché l’anima del re sia collocata fra le stelle imperiture (ossia le stelle circumpolari, visibili in ogni periodo dell’anno nel cielo notturno) e abbia quindi vita eterna. Sebbene questi testi siano apparsi alla fine dell’epoca delle grandi piramidi, proprio le stelle circumpolari hanno determinato l’orientamento delle celebri piramidi di Giza della Quarta Dinastia (2613-2494 a.C.), il cui ingresso doveva guardare verso Nord e quindi verso le stelle imperiture (fra le quali è chiaramente identificabile nelle fonti l’Orsa Maggiore che gli Egizi chiamavano Meskhetyu) perché i loro raggi potessero entrare nelle tombe e illuminare le anime dei faraoni. Per questo motivo le tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino sono allineate lungo una diagonale, in modo che per ognuna di esse il Nord non fosse oscurato dalla mole della piramide del predecessore.

Al di là delle stelle circumpolari, il calcolo delle ore notturne era basato su un altro gruppo di stelle, a Sud dell’eclittica. Si tratta dei cosiddetti decani che, con la loro ‘levata eliaca’ (ossia la prima alba visibile dopo un periodo di invisibilità di circa settanta giorni) indicavano un’ora della notte per un periodo di dieci giorni (da cui il termine ‘decano’). Fra queste stelle le uniche chiaramente riconoscibili sono quelle di Orione (in egiziano Sah) e Sirio (in egiziano Sopdet). Il moto di questi astri era calcolato precisamente con una sorta di astrolabio, chiamato merkhet, in modo che potesse servire per l’orientamento delle costruzioni templari (sebbene fosse soprattutto il corso del Nilo a determinare l’allineamento delle fondazioni). Oltre alle stelle, gli Egizi conoscevano bene anche i pianeti visibili che dividevano in ‘inferiori’ (ossia quelli fra il sole e la Terra) e ‘superiori’ (fra la Terra e la fascia di Kuiper). I pianeti inferiori sono quindi Mercurio (‘Sobeg’, associato al dio Seth) e Venere (‘colui che attraversa’ o ‘dio del mattino’). I pianeti superiori sono associati al dio Horo e sono Marte (‘Horo dell’orizzonte’ o ‘Horo il rosso’), Giove (‘Horo che delimita le Due Terre’) e Saturno (‘Horo, il toro del cielo’).

Per il calcolo dei giorni, invece, gli Egiziani avevano due calendari: uno basato sulla luna, utilizzato soprattutto per la scansione delle festività sacre, e uno basato sul sole che divideva l’anno in tre stagioni di quattro mesi ciascuna. Ogni mese contava trenta giorni e alla fine vi erano cinque giorni, detti ‘epagomeni’ (ossia aggiunti) per arrivare al numero di 365.

Come si vede, ciò che mancò completamente per tutta l’era faraonica è la convinzione che gli astri potessero influenzare il destino umano, ossia l’astrologia. L’oroscopo raggiunse l’Egitto solo nel periodo tolemaico (332-30 a.C.), dopo la conquista di Alessandro il Macedone, insieme agli zodiaci importati da Babilonia per il tramite greco.

Che ruolo svolgevano i soffitti astronomici e quale significato aveva l’intero programma decorativo dei soffitti?
I primi testi realmente astronomici comparvero sui coperchi di alcuni sarcofagi databili fra l’Undicesima e la Dodicesima Dinastia (2125-1773 a.C.). Si tratta di efemeridi stellari dette ‘orologi stellari diagonali’ poiché in esse i decani si spostano seguendo delle diagonali fra le diverse decadi in cui era suddiviso l’anno. Un papiro menziona un soffitto astronomico databile all’inizio del secondo millennio a.C., che però non è arrivato fino a noi. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, fu un astronomo del Nuovo Regno, vissuto sotto Hatshepsut (1473-1458 a.C.), a trasporre le efemeridi dei sarcofagi all’interno di rappresentazioni celesti più complesse nel primo soffitto astronomico della storia, nella sua tomba a Deir el-Bahari.

Durante la sua lunga storia, l’astronomia egiziana rimase legata a due aspetti principali: la gestazione e la nascita del sole dalla dea del cielo Nut e il suo passaggio nell’aldilà. Il cielo era immaginato come una donna nuda, Nut appunto, con il corpo a formare un arco (immagine probabilmente suggerita dal braccio esterno della Via Lattea). La testa di questa donna era la costellazione dei Gemelli mentre i suoi genitali erano la Croce del Nord. Quando la costellazione dei Gemelli spariva subito dopo il sole al tramonto dell’equinozio di primavera, gli Egizi avevano l’impressione che Nut stesse ingoiando il dio Ra. Invece, quando la Croce del Nord sorgeva poco prima dell’alba del sole al solstizio invernale, essi immaginavano che Nut stesse partorendo il dio. Fra questi due eventi trascorrevano nove mesi in cui gli Egizi riconobbero il periodo di una gestazione. Questi eventi ciclici (tramonto-morte/concepimento e alba-nascita) si ripetevano simbolicamente tutti i giorni dell’anno suggerendo il senso dell’eternità agli stessi faraoni che, a immagine del sole, nascevano e morivano per regnare in eterno sull’Egitto. L’altro tema era rappresentato dal passaggio del sole attraverso una serie di porte sorvegliate da un guardiano e i suoi assistenti. Tali porte rappresentano la prima suddivisione della notte in segmenti uguali (le ore). Gli Egizi vedevano le costellazioni sorgere sull’orizzonte orientale e riconoscevano nell’orizzonte la porta, nella stella più brillante di ogni costellazione il guardiano e nelle altre stelle i suoi assistenti. Come il sole doveva tramontare per effondere i suoi doni alle anime dei defunti, allo stesso modo il faraone doveva morire per svolgere il suo ruolo di garante della giustizia cosmica.

Per questa intima connessione con la regalità furono quasi esclusivamente i sovrani, a partire da Seti I (1294-1279 a.C.), a contribuire allo sviluppo dei soffitti astronomici inserendoli nei programmi decorativi delle loro tombe e dei loro templi. Per tutto il Nuovo Regno (1550-1069 a.C.), dunque, l’astronomia e la regalità andarono di pari passo e i componimenti dei soffitti divennero sempre più complessi unendo i due temi di cui si è parlato (il ‘Libro della Notte’, ad esempio, ambienta il passaggio del sole attraverso le porte dell’aldilà proprio sotto il corpo della dea del cielo Nut che è intenta a ingoiare il sole all’alba per partorirlo al tramonto).

Quali sono i più significativi esempi di soffitti astronomici?
I soffitti astronomici sono essenzialmente di tre tipi: puramente astronomici, cosmologici e misti. I soffitti del primo tipo contengono delle rappresentazioni celesti suddivise in due emisferi con i principali astri del cielo notturno e costituiscono la logica evoluzione degli antichi orologi stellari diagonali. I soffitti cosmologici contengono una serie di componimenti, spesso caratterizzati dalla presenza della figura di Nut e incentrati soprattutto sul percorso del sole nel cielo. Questi componimenti, che nel mio libro ho suddiviso in ‘Libri del Cielo’ e ‘Componimenti solari e stellari’, sono dei veri e propri atlanti di cosmologia faraonica e derivano in ultima analisi dalla letteratura funeraria precedente (‘Testi delle Piramidi’, ‘Testi dei Sarcofagi’ e ‘Libro dei Morti’). I soffitti dell’ultimo tipo uniscono invece raffigurazioni astronomiche e cosmologiche in modi sempre diversi.

I soffitti più antichi sono puramente astronomici e derivano dal soffitto di Senenmut, cui Seti I si ispirò per la sua meravigliosa tomba nella Valle dei Re. Lo stesso Seti I, tuttavia, inaugurò il primo soffitto cosmologico per un monumento lontano della Valle dei Re, l’Osireion di Abido, che doveva servire come cenotafio del dio Osiride. Solo con Ramesse VI (1143-1136 a.C.) e i suoi successori si ebbero dei soffitti misti che sarebbero stati alla base delle complesse rappresentazioni dei templi tolemaici. La tomba di Ramesse VI nella Valle dei Re è molto interessante perché è interamente percorsa da soffitti astronomici (ne conta ben nove in un percorso di quasi 100 metri!). Le sue volte sono fra le più belle di tutto l’Egitto e vantano la rappresentazione della dea Nut, del sole, delle stelle e delle altre entità astronomiche in giallo su fondo blu scuro. Qualunque turista, appena entrato nella tomba, non può fare a meno di rimanere impressionato dal cielo di pietra che corre sopra la sua testa immergendosi nelle profondità della Valle.

Il volume contiene, per la prima volta, la trascrizione geroglifica, la traslitterazione fonetica e la traduzione italiana di tutti i testi presenti nei soffitti astronomici del Nuovo Regno: cosa rivela l’esame di tali componimenti?
Sebbene alcuni soffitti fossero noti alla comunità scientifica, come ad esempio quelli di Senenmut o Seti I, mancava uno studio che li raccogliesse tutti in un’edizione critica commentata. Ho deciso di limitare il mio sguardo al Nuovo Regno per due motivi: il primo è che nel Nuovo Regno i soffitti astronomici presentano un legame strettissimo con la regalità che li rende particolarmente interessanti, il secondo è che i soffitti del Nuovo Regno costituiscono la summa dell’astronomia e della cosmologia faraonica. In essi è condensato il sapere di oltre un millennio di osservazioni e speculazioni egizie che, successivamente, si sarebbero fuse con il pensiero greco e babilonese importato dai sovrani macedoni, successori di Alessandro, creando un modello di cosmo ibrido, che si discosta dalla tradizione ed è influenzato dall’astrologia.

Il mio studio ha perseguito in particolare due obiettivi: il riconoscimento di un motivo comune nei diversi programmi decorativi dei monumenti che ospitano soffitti astronomici (che è stato rintracciato soprattutto nella ricerca dell’eternità attraverso l’evidenziazione di una ciclicità ripetuta fra giorno e notte, evocati in modo simbolico attraverso dei complessi stratagemmi) e l’individuazione del significato che i soffitti avevano per i faraoni che li fecero realizzare. In questo senso, è significativo che le principali innovazioni siano avvenute in momenti successivi a delle crisi politiche o dinastiche. Lo stesso inventore dei soffitti astronomici, Senenmut, era il principale artefice dell’ideologia regale di Hatshepsut, regina usurpatrice di un trono che spettava al giovane Thutmosi III. Seti I, primo faraone ad aver fatto realizzare dei soffitti astronomici, doveva fornire, invece, una risposta decisa alle riforme di Akhenaton (1352-1336 a.C.), sentite dal popolo come eretiche, ristabilendo una teologia ufficiale che si rifacesse alla tradizionale preminenza di Ra e Osiri (protagonisti dei componimenti cosmologici). Ramesse VI, autore di moltissime innovazioni e proprietario del monumento col più alto numero di soffitti astronomici del Nuovo Regno, doveva affermare la sua legittimità al trono dopo la crisi dinastica avvenuta in seguito alla morte prematura del nipote Ramesse V, che non aveva lasciato eredi. Ogniqualvolta un sovrano del Nuovo Regno sentiva l’esigenza di dare legittimità al proprio dominio si richiamava a quello stretto legame con il sole proprio dei faraoni dell’Antico Regno, epoca in cui l’autorità del re era avvertita come immune da ogni minaccia.

Lorenzo Guardiano, dottore di ricerca in Egittologia, è professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano e membro della missione italo-egiziana di scavo e salvaguardia archeologica EIMAWA ad Assuan (Egitto)

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