“Il caso e la società. Il ruolo del caso nei fenomeni umani e sociali” di Simone Sarti

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Il caso e la società. Il ruolo del caso nei fenomeni umani e sociali, Simone SartiProf. Simone Sarti, Lei è autore del libro Il caso e la società. Il ruolo del caso nei fenomeni umani e sociali edito da UTET: il divenire dei fenomeni sociali è inevitabilmente imperscrutabile, soggetto a indeterminazione e aleatorietà?
Il meccanicismo ottocentesco, di cui il matematico Laplace era uno strenuo sostenitore, riteneva che, conosciute le condizioni generanti un effetto, si sarebbe potuta chiarire ogni conseguenza. Secondo questa idea, l’origine di ogni evento probabilistico sarebbe da imputarsi esclusivamente alla nostra ignoranza delle condizioni che lo generano: l’indeterminazione del futuro solo una nebbia, pronta a dissolversi una volta comprese le “vere” cause dei fenomeni.

Il Novecento ha però contraddetto questa speranza, tradendola ampiamente.

Il Secolo breve, come l’ha definito lo storico Eric Hobsbawm, con le sue scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche, ha certamente visto un miglioramento del benessere dell’umanità, in termini demografici e socio-economici, ma ha anche palesato al contempo le sue vulnerabilità, tra cui, le più evidenti, i conflitti mondiali, l’omicidio di massa, lo spettro della guerra termonucleare, l’inquinamento ambientale e non ultima la persistenza delle disuguaglianze sociali. La cieca fiducia in un futuro certamente prospero e pacifico è stata compromessa, forse per sempre. Gli stessi avanzamenti nelle scienze, tra cui il Principio di indeterminazione, la teoria dei sistemi complessi, il falsificazionismo, e altro ancora, hanno ampiamente sconfessato un approccio deterministico all’indagine dei fenomeni naturali, tradendo quel senso di linearità della storia e di ineluttabile progresso proprio dell’epoca positivista. Allo stato delle nostre attuali conoscenze sappiamo che l’incertezza e la probabilità fanno parte dei fenomeni naturali, e non rappresentano uno sconveniente velo d’ignoranza, che prima o poi sarebbe stato rimosso, come pensava anche Voltaire. Ma se ciò è vero per le leggi della natura, allora questa indeterminazione può non riflettersi anche sulle società umane?

Per quanti sforzi facciamo e per quanto sia migliorata la comprensione del mondo che ci circonda appare evidente che la nostra capacità di prevedere quello che accadrà alle nostre società, da qui a pochi anni, appare estremamente problematico.

Se parliamo di fenomeni sociali, i modelli predittivi sono decisamente deboli, tanto che pochi si arrischiano a presentarli: abbiamo proiezioni demografiche, stime di indicatori economici a medio termine, ma queste traiettorie rappresentano scenari possibili, più che tendenze probabili.

Crisi economiche, conflitti, ma anche fenomeni minori, come trend politici o di opinione, appaiono fenomeni ancor più imprevedibili tanto che, quando si verificano dei cambiamenti sociali più o meno importanti (la vittoria elettorale di un partito, l’esplosione di un conflitto, l’affermazione sul mercato di un nuovo prodotto, la diffusione di una nuova tecnologia, una moda giovanile, il successo di una blogger, eccetera), la loro spiegazione avviene solitamente a posteriori. Questo modo di approcciare i fenomeni sociali, con spiegazioni ex-post, forse più di ogni altra cosa, dimostra l’impossibilità di intercettarne l’indeterminazione.

Il libro ha come scopo l’esplorazione dei limiti della conoscenza dei fenomeni sociali imposti dall’imprevedibilità degli eventi. Proprio la consapevolezza di questi limiti deve responsabilizzarci rispetto a quali sono i nostri margini di libertà. Per fare un esempio molto attuale, non possiamo sapere con precisione come procederà il riscaldamento globale nei prossimi decenni, tuttavia possiamo ragionevolmente prevedere che potrebbero innescarsi cambiamenti climatici drammatici (in parte già succede) con conseguenti disastri ambientali e catastrofi umanitarie. Possiamo quindi solo prevedere, paradossalmente, che il riscaldamento globale potrebbe provocare qualcosa di imprevedibile.

Prendere consapevolezza della componente aleatoria dei fenomeni sociali (e naturali) costituisce uno strumento di conoscenza, e non una rassegnazione al fato. Vorrei essere chiaro su questo.

Quale ruolo ha svolto il caso nell’evoluzione umana?
Nel libro vi sono diversi esempi nella storia umana e nella storia sociale, o nella scienza e nella tecnologia, come nella politica, in cui fattori aleatori hanno provocato cambiamenti o innovazioni che hanno inciso in modo importante sugli eventi successivi.

Fattori imprevedibili, o imponderabili dal punto di vista dei protagonisti che li hanno vissuti, hanno generato conseguenze che hanno drammaticamente cambiato l’ordine sociale esistente, e in un processo di path dependence hanno spinto l’evoluzione delle società umane o di intere popolazioni in una direzione fallimentare piuttosto che su un percorso di prosperità (o viceversa).

Senza dilungarmi, la scoperta delle Americhe oppure alcuni grandi conflitti passati e recenti sono stati condizionati da fattori aleatori. Così come alcune innovazioni scientifiche derivano da contingenze fortunose, come ad esempio la scoperta degli antibiotici da parte di Alexander Fleming.

L’ascesa al potere di Adolf Hitler, alla quale dedico alcune pagine, e che viene ripresa da diversi punti di vista in momenti diversi del libro, rappresenta, a mio parere, un ottimo spunto di argomentazione per legare il caso alla società. La nascita del nazismo mostra come contingenze idiografiche aleatorie di un singolo individuo si siano incardinate in un contesto sociale caotico e inestricabile, amplificandone la magnitudo e innescando stravolgimenti sociali di enorme portata.

Che nesso esiste tra caso e caos? In che modo il caos condiziona il divenire dei fenomeni sociali?
Credo che, in fondo, queste domande inquadrino lo stesso aspetto, quindi do una risposta congiunta.

La maggior parte di noi, intendendo con “noi” gli abitanti del mondo industrializzato, ha una percezione dell’esistenza come un percorso sostanzialmente ordinato e in qualche modo programmabile. Possiamo realizzare progetti di vita più o meno ambiziosi ma, tutto sommato, in buona misura, questi progetti hanno un esito prevedibile. Le possibilità di “successo”, usando un termine piuttosto vago, ma evocativo, sono proporzionali alle risorse di cui ogni individuo dispone e che riesce a mettere in gioco: condizioni del contesto, risorse familiari, culturali e socio-economiche, talento innato e capacità maturate attraverso impegno e addestramento. La percezione di un mondo ordinato ci permette di pianificare, entro una certa misura, i nostri corsi di vita: studiare, cercare un partner, trovare un’occupazione, cambiare residenza, eccetera. Questa è una percezione che abbiamo poiché viviamo in società tendenzialmente ordinate, nelle quali le identità sociali sono stabili, integrate e bene adattate, e i contesti che ci circondano sufficientemente solidi. Ciò non esclude fenomeni di marginalità sociale, disoccupazione di lunga durata e situazioni di grave deprivazione e povertà. Tuttavia questi svantaggi insistono su una parte minoritaria della popolazione che, giocoforza, partecipa in modo meno incisivo alle narrazioni che formano la comune visione del mondo.

Questa condizione di relativa prevedibilità dei destini sociali deriva sia da una percezione generazionale, una finestra temporale fortunata nella quale viviamo, sia dalla necessità tautologica delle istituzioni sociali di riprodursi. In altre parole se la società appare ordinata e le nostre esistenze lineari è perché stiamo attraversando un periodo di sostanziale equilibrio sistemico, in cui le istituzioni sullo sfondo sono strutture, certamente imperfette, ma ben sedimentate e robuste: dal sistema educativo al mercato dal lavoro, dalla sanità al sistema giudiziario, dal governo politico alle amministrazioni locali.

Tuttavia, e la Covid-19 ne rappresenta una scomoda prova, l’ordine sociale e la predicibilità rappresentano solo condizioni transitorie. Come tutti i sistemi complessi, le società sono caratterizzate da fasi di equilibrio più o meno durature nelle quali le strutture sociali si replicano nel tempo concedendo gli strumenti agli individui per riprodursi biologicamente e/o culturalmente e realizzare le proprie ambizioni, o almeno per tentare di farlo. Ma questi periodi di “costruzione” sono intrinsecamente alternati a fasi di transizione, nelle quali fattori endogeni o esogeni concorrono a cambiare le carte in tavola. Questi periodi richiedono adattamenti a livello istituzionale che possono funzionare o meno, ma che intensificano il ruolo del caso nelle condotte di vita individuali. In altre parole, quando le strutture sociali non riescono ad adattarsi a crisi che derivano da istanze interne (rivendicazioni, estremismi, malcontento, eccetera) o da fattori esterni (epidemie, catastrofi naturali, conflitti, eccetera) esse possono entrare in una fase caotica (o, più propriamente, sul margine del caos) dove anche piccole variazioni, di fatto imprevedibili nelle conseguenze, possono generare grandi trasformazioni nel sistema, fino a raggiungere nuove fasi di equilibrio (oppure, nel peggiore dei casi, possono anche condurre allo sfaldamento stesso della società).

La società è dunque una grande lotteria?
L’idea della società come una lotteria appartiene al filosofo John Rawls ed è un’immagine mentale che funziona piuttosto bene.

D’altronde le nostre identità, intendendo quello che siamo da un punto di vista bio-culturale, corpi intrisi di cultura, dipendono in modo così fondamentale da fattori a noi preesistenti che davvero la metafora della lotteria appare calzante.

Le nostre identità si formano in gran parte durante i processi di socializzazione primaria e nel corso della nostra formazione educativa, entrambi contesti sui quali il nostro potere decisionale appare assai scarso e dove non solo l’insieme delle risorse a disposizione, e quindi delle concrete opzioni percorribili, ma anche l’insieme delle aspettative e quindi delle stesse ambizioni che nutriamo per il futuro, sono fortemente segnate dal nostro intorno relazionale. Senza poi contare il ruolo della genetica (e della “fortuna” di ricombinazioni cromosomiche vantaggiose) nel maturare talenti innati in una qualche attività.

Questa idea della dea bendata che assegna ciecamente premi e ricompense, o stigma e penuria, rischia però di apparire ingenuamente fatalistica e del tutto aleatoria. Infatti, proprio per quanto argomentato nella risposta precedente, le società umane sono in qualche modo ordinate e prevedibili, tendono spontaneamente a riprodursi. Gli assetti sociali, l’eterogeneità nella distribuzione delle risorse materiali e immateriali tende a riverberarsi nel tempo.

Così, se gli individui non hanno la stessa probabilità di vincere la lotteria, questo differenziale di “fortuna” nel giocarvi tende a trasmettersi attraverso le generazioni. Si parla a proposito di mobilità sociale (o meglio, per convesso, di immobilità) e più in generale di riproduzione delle disuguaglianze sociali. La distribuzione dei premi e delle ricompense, del prestigio e dei beni materiali, risente di condizioni socio-economiche prestabilite. Quindi, molto banalmente, alcuni possiedono più chance di altri di avere “successo” della vita.

La lotteria non è uguale per tutti. Non lo è nei premi, non lo è nella chance di vincere, e non lo è neanche nella disposizione stessa che gli individui hanno a parteciparvi. Molte variabili concorrono a definire la lotteria, ma in gran parte queste variabili dipendono solo marginalmente dalla nostra volontà. Essa rimane un gioco probabilistico, ma un gioco in cui vittorie e perdite si distribuiscono asimmetricamente, ricorrendo le prime e le seconde più frequentemente in alcuni strati di popolazione piuttosto che in altri.

Simone Sarti è professore associato presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Metodologia della Ricerca Sociale e Società e Mutamento Sociale. Ha pubblicato su riviste scientifiche nazionali e internazionali sui temi della stratificazione sociale, delle disuguaglianze di salute e del cambiamento sociale. Tra i suoi interessi di ricerca attuali vi sono l’evoluzione socio-culturale e le disuguaglianze sociali. Sostiene con forza l’interdisciplinarità e il dialogo tra i diversi campi del sapere.

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