Professor Pace, Lei è autore del libro Il carisma, la fede, la chiesa. Introduzione alla sociologia del cristianesimo pubblicato per i tipi di Carocci: quali problemi indaga la sociologia del cristianesimo?
Il carisma, la fede, la chiesa. Introduzione alla sociologia del cristianesimo Vincenzo PaceLa sociologia del cristianesimo nasce in Germania fra il 1910 e il 1920. I due principali autori, che ne hanno iniziato a definire i confini (l’oggetto specifico) e la metodologia (fra approccio storico e analisi sociologica), sono stati Max Weber (1864-1920) e Ernst Troeltsch (1865-1923). Due colleghi ma anche due amici che hanno molto condiviso nella loro vita: una per tutte, un viaggio in America nel 1905, dove Max Weber scopre con grande evidenza il nesso (non causale ma generativo dal punto di vista culturale e mentale) fra l’etica calvinista del e lo spirito del capitalismo. Sin dai loro studi, il tema centrale della sociologia del cristianesimo è la relazione fra carisma profetico (di Gesù), il movimento di discepoli che si crea e che lo riconosce, mettendolo anche alla prova e, soprattutto, i successivi conflitti che insorgono nella fase post-carismatica. In particolare, è ciò che si chiama il problema della successione o routinizzazione del carisma. Detto in altri termini, non essendo più presente la viva voce, la parola viva di Gesù, i suoi discepoli devono affrontare una serie di interrogativi del tipo: chi era veramente lui, che cosa ha veramente detto, come possiamo e dobbiamo fare per essere fedeli alla parola data (da Gesù) e, fine, chi siamo e come dobbiamo organizzarci per essere fedeli a quella parola e per trasmetterle fedelmente di generazione in generazione. La sociologia del cristianesimo, perciò, si concentra sul cristianesimo delle origini, quando si passa dalla parola viva alla parola data, da un comunità fluida riunita, affascinata e obbediente, attorno alla figura di Gesù, a quel processo sociale e storico, lungo e complesso, di costruzione di un sistema di credenza religiosa che siamo abituati a chiamare cristianesimo. Per sistema di credenza religiosa, s’intende, anche alla luce della teoria dei sistemi elaborata da Niklas Luhmann (fra il 1970 e il 1990), una forma di organizzazione specializzata nella produzione e nella comunicazione di significati religiosi da attribuire, tendenzialmente, a tutte le sfere della vita individuale e sociale. Se la figura di Gesù può essere studiato utilizzando la categoria del leader carismatico, che in linea generale si pone in tensione dialettica con un ambiente, dove esiste una religione dominante o una pluralità di modi di credere, il cristianesimo – che si formula più avanti grazie al lavoro compiuto da Paolo di Tarso – può essere, a sua volta, analizzato ricorrendo alle categorie proprie della sociologia dei movimenti sociali. Il cristianesimo come movimento collettivo per il cambiamento delle menti e dei cuori di larghi strati sociali della società del tempo di Gesù e del post-Gesù, evolve, attraverso conflitti della memoria religiosa e giochi di potere politico (sino al capolavoro di Costantino che trasforma una setta religiosa in religione ufficiale dell’impero: dalla croce alla spada), verso un modello organizzativo di tipo gerarchico – la Grande Chiesa – che s’impone su altre forme inizialmente più carismatiche e fluide.

Come mai il messaggio di Gesù, più di ogni altra religione, ha dato origine ad una miriade di diverse denominazioni: chiese, sette e movimenti?
Il fatto che dall’originaria parola viva di Gesù siano poi scaturiti diversi modelli organizzativi nella storia del cristianesimo (d’Oriente e d’Occidente), costituisce uno degli oggetti di ricerca più rilevanti, che Troeltsch ha sviluppato. Dallo stesso messaggio inziale prenderanno forme sia un tipo organizzativo come la setta, sia un altro che, invece, chiamiamo chiesa sia, infine, una rete di comunità di tipo mistico. Tutte e tre queste forme sono compresenti nella lunga storia del cristianesimo. A volte in aperto contrasto tra loro, altre volte il principio della setta riaffiora nella chiesa, da cui finiscono per staccarsi gruppi di credenti che apirano a ritornare alla comunità dei primi cristiani, insoddisfatti della burocratizzazione di una chiesa (è accaduto, ad esempio, nel XVIII secolo in seno alla Chiesa d’Inghilterra con il distacco di un gruppo che all’inizio è una setta e che solo più avanti si stabilizzerà e diventerà la Chiesa metodista). Ad ognuna corrisponde un modo particolare di interpretazione del messaggio cristiano; partendo da diversi approcci alla figura di Cristo, gruppi e comunità di credenti hanno cercato di definire modelli rituali e spirituali diversi, che, a loro volta, hanno finito in modo più o meno affine per sposare un modello organizzativo piuttosto che un altro. Se, ad esempio, del messaggio di Gesù, esalto in modo radicale il tema della fraternità, il modello spirituale che mi sembra più coerente è quello che tende a valorizzare la pratica dell’amore nei confronti del prossimo e, di conseguenza, immagino che più adeguata una forma di organizzazione che rispecchi lo spirito della comunità dei santi, di pari di fronte a Dio. Il modello organizzativo sarà allora assembleare, senza clero né autorità gerarchiche e il rito non sarà altro che un luogo dove tutti i fratelli si sentiranno liberi di parlare in nome della parola data da Gesù. Esempi di questo tipo si trovano sia fra le primissime comunità di seguaci di Gesù sia in alcuni movimenti pauperistici del XIII-XIV secolo sia, infine, nel mondo protestante, come ben illustrato dal caso dei Quakers (Quaccheri).

Come si è sviluppato il sistema di credenza cristiano?
Un sistema di credenza cristiano, dunque, di per sé non esiste, ma esistono tante variazioni sul tema della parola originaria di Gesù, interpretata e reinterpretata in modi diversi e, spesso, antagonisti nel corso della storia. Sarà il caso della Riforma: Lutero arriva a decapitare il modello organizzativo della Chiesa Cattolica Romana, attraverso un percorso che al tempo stesso reinterpreta il tema della salvezza per fede (sola fide) arrivando a smontare il ruolo di mediazione salvifica della chiesa (minuscolo: nel senso di un’istituzione che organizza la salvezza, che media fra terra e cielo) e non ha più bisogno di postulare al vertice un’autorità suprema che certifichi e garantisca i mezzi per salvarsi: ogni credente può arrivarci affidandosi alla scrittura (sola Scriptura), che reca le tracce della parola viva di Gesù. I vari sistemi di credenza che il cristianesimo ha conosciuto dall’antichità fino ai nostri giorni (con la formazione di tante nuove chiese pentecostali o carismatiche in Africa, Asia, America Latina e Nord America) hanno avuto tutti il problema di definire i confini simbolici del credere e del praticare una fede. Le differenze che sono sorte fra uno o l’altro – a volte riguardanti solo una data del calendario sacro o il tipo di sostanze materiali che si utilizzano nel rito dell’Eucarestia (se pane vero o pane non lievitato, se vino o acqua e così via) – sono il risultato di un processo di auto-riflessione che ogni sistema sviluppa nel tempo e a contatto con le tante e varie culture con cui esso cerca di misurarsi per con-vincere e diventare pensiero condiviso di massa, riflesso condizionato della mente collettiva di interi popoli nel passaggio delle generazioni. Definire i confini simbolici significa fare un’operazione di classificazione fra credenze: fra quelle ritenute fondamentali rispetto ad altre considerate tollerate e tollerabili (che sovente sono le tracce di concezioni preesistenti che sono dominate da una nuova, tracce che quest’ultima ritiene di aver cancellato e che, invece, riaffiorano di tanto in tanto, soprattutto quando “il doganiere diventa più permissivo” e, infine, tutte quelle che invece, sono “fuori del recinto sacro”, appartengono ad altri sistemi. Tale operazione ha permesso e permette ai sistemi di credenza cristiana di adattarsi meglio a culture mentalmente e linguisticamente distanti dal cristianesimo europeo, ad esempio. Così come ha permesso e permette ai sistemi di credenza che adottano il modello organizzativo del tipo chiesa di sviluppare una particolare cultura organizzativa, che è ben riassunta dall’espressione latina della complexio oppositorum che, ad esempio, consente di offrire doppi e o triple morali sociali al ricco e al povero, al laico, al monaco o al prete.

Nel Suo testo Ella tratta di androcentrismo del cristianesimo: cosa intende?
Nel modello originario della chiesa (sia in ambiente latino, sia in ambiente greco: Chiesa Romana e Chiesa d’Oriente o Ortodossa) il potere (e il sapere) di definire i confini simbolici del credere e del praticare la fede sono stati monopolizzati dagli uomini, relegando le donne ad una funzione ancillare e subordinata. Si possono, perciò, oggi fare bei discorsi sulla figura di Maria e di altre eminenti donne nelle narrazioni evangeliche, ma non c’è dubbio che la struttura del potere è stata plasmata secondo il punto di vista maschile. Bisognerà attendere gli effetti di lunga portata della Riforma perché nel cristianesimo si possa riaprire la porta dell’interpretazione del messaggio di Gesù per smantellare gradualmente l’andro-centrismo dominante nelle maggiori chiese cristiane e iniziare a riconoscere pari opportunità alle donne per parlare di teologia, amministrare i sacramenti, esercitare il servizio di pastori, diventare vescovi e così via.

In relazione all’economia della salvezza, che differenze vi sono tra cristianesimo e altre religioni?
Rispetto ad altre religioni, che si presentano come vie di salvezza, dunque in prevalenza rispetto sia all’ebraismo sia l’islam (meno con il sistema induista e le diverse vie del Dharma buddista, giacché in questi due sistemi manca una nozione di salvezza simile a quella che è stata elaborata in ambiente cristiano), il cristianesimo in alcune sue espressioni organizzative (soprattutto nella forma del cattolicesimo romano) ha preteso di essere l’unica via di salvezza (salus extra ecclesiam non est)1, riflesso di un pensiero proprio di un’organizzazione che concepisce la verità come espressione dell’autorità suprema che governa la chiesa. In tal senso, la Chiesa di Roma sino al Concilio Vaticano II ha fatto molto fatica a riconoscere che anche altri soggetti (cristiani e non) potessero offrire vie diverse per arrivare al vero. Sarà solo con il documento conciliare Nostra Aetate (1965), che il cattolicesimo si aprirà al dialogo con l’ebraismo e con l’islam (premessa per altri interlocutori, come gli esponenti del buddismo tibetano o le correnti moderne dell’induismo più illuminato e ecumenico). A partire, da tali riconoscimenti si farà strada una teologia (cattolica) del pluralismo religioso (con monaci o esponenti del clero cattolico in dialogo con monaci zen o maestri del pensiero yoga), ridimensionando di conseguenza l’idea che l’unica via di salvezza passi solo per Roma.

1 Frase attribuita a Cipriano, vescovo della chiesa di Cartagine nel III secolo. Nel Catechismo del Concilio di Trento, il concetto è espresso così: “Quanti vogliono conseguire la salvezza eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da chi per non voler perire entrò nell’arca di Noé”. In altri termini: solo nella Chiesa è offerta l’autentica via di salvezza.