“Il Capitano di Bastur” di Claudio Alvigini

Il Capitano di Bastur, Claudio AlviginiLetteratura fantastica; due parole semplici che però alludono a mondi infiniti e tra loro diversissimi. Il Capitano di Bastur di Claudio Alvigini è un romanzo che fa certamente parte della letteratura fantastica. Ma quale è il valore di questo romanzo e quando è che la letteratura fantastica alla quale certamente esso appartiene, acquisisce valore?

Se ne potrebbe discutere a lungo; noi riteniamo, assumendoci naturalmente tutta la responsabilità di ciò che diremo, che un’opera della cosiddetta letteratura fantastica ha valore quando il lettore, pur essendo assolutamente evidente e chiaro che le pagine che ha davanti sono pura invenzione senza nessun riferimento alla realtà presente o storica, come dire, se ne dimentica e legge o divora le pagine con la stessa avidità con cui leggerebbe un appassionante thriller. Insomma la letteratura fantastica ha valore quando il lettore si appassiona agli eventi narrati come se fossero non solo reali e concreti, ma come se addirittura lo riguardassero direttamente, smuovendo i suoi sentimenti e coinvolgendolo pur narrando vicende mai accadute.

Il capitano di Bastur, fa questo, “acchiappa” il lettore e lo stringe a sé fino quasi a soffocarlo, non lo molla neppure per un momento costringendolo a calarsi nel mondo fantastico e incredibile che con apparente leggerezza e grande maestria Alvigini descrive e presenta. Ma leggiamo la quarta di copertina che ci sembra il miglior modo per muovere i primi passi nel grande e variopinto mondo di questo orginalissimo romanzo:

«Altissime, insuperabili montagne di liscia pietra cingono d’ogni lato il paesino di K. e la Valle delle Montagne Chiuse in cui esso si trova. Al di là di esse non c’è mondo né vita. È questo ciò che ha sempre sentito ripetere Basin, un ragazzino la cui storia sarà al centro delle vicende narrate. Chiuso dal padre nella casa di Cardelio, sommo maestro delle “Lettere d’eleganza”, lo vedremo impegnato nel lungo, disorientante e ipnotico cammino per divenirne il successore. Nel paesino c’è un’unica osteria. E si mormora che lì, ogni notte, si riuniscano certi misteriosi vegliardi dall’incredibile, ottima salute. E che proprio di questo ogni notte fantastichino: spazi senza fine al di là degli insormontabili bastioni. Si dice anche che a volte, seduti attorno al grande camino, pronuncino in un soffio il nome, proibitissimo, delle mitiche Terre Rosse e quello, addirittura blasfemo, del Capitano di Bastur …»

Personaggi incredibili, luoghi e avvenimenti semplici e però straordinari si snodano davanti ai nostri occhi, in un susseguirsi di brevi e avvincenti capitoli dai titoli suggestivi in un’atmosfera dalla quale non si vorrebbe più uscire e può accadere che, come è accaduto a chi queste note redige, avvicinandosi alla fine, si legga meno ogni giorno per il dispiacere, il “dolore” quasi, che le pagine stiano ormai per esaurirsi.

Il capitano di Bastur
  • Alvigini, Claudio (Autore)

Ad aleggiare su tutto c’è poi la storia del Nulla, dei maestri delle “Lettere d’eleganza” che tale “arte” insegnano, la descrizione di questa sfuggente, temibile e terribile entità. Descrivere il nulla! Una sfida che lascia senza fiato e alla quale Alvigini non si sottrae con un lessico che si fa tanto più semplice e concreto quanto più sfumata e vaga si fa la materia della narrazione. Leggiamo, per esempio dalla pag. 46, dove si racconta ciò che accade a Lasapo, alter ego di Basin e suo coetaneo e fedelissimo amico…

«Era accaduto un giorno a Lasapo di giungere da Cardelio con molto anticipo. Non trovando nessuno nella cucina si era spinto, non senza timori, al piano superiore per chiedere l’autorizzazione a compiere le solite operazioni. Proprio in quel momento il Maestro era intento alle Scritture d’Eleganza. Dalla soglia il ragazzo era rimasto immobile a contemplare la scena. Qualcosa gli diceva di stare in guardia come se in ciò di cui era involontario spettatore fosse contenuta una minaccia, quasi un pericolo di lesione fisica. Un alone luminescente di vuota immobilità circondava Cardelio e si allargava fino ai piedi di Lasapo, quasi volesse comprenderlo nel suo sfumato perimetro. Il vecchio, come privo di peso, sembrava sempre sul punto di sollevarsi nell’aria al di sopra del leggio. Lasapo fu preso da vertigine, vacillò, temette d’essere aspirato all’interno di quel trasparente imbuto di vetro…»

O ancora, pag 55:

«“Guarda la mano!”, diceva il maestro e il giovane fissava la mano sforzandosi di cogliere in essa un qualunque movimento. “Osserva l’occhio!” E Basin osservava l’occhio di Cardelio che era acqua ed era vetro e pareva giacere nel segno. Durante queste prime e un po’ paurose esercitazioni anche lui ebbe l’impressione che il corpo di Cardelio fosse sempre sul punto di volar via.»

L’originalità di questo sorprendente romanzo sta, in primis, nel non dare riferimenti che tranquillizzino il lettore permettendogli di identificare un tempo, dei luoghi, avvenimenti o personaggi che gli consentano di dare contorni netti al materiale narrato (si capisce solo che siamo nel passato, ma anche qui un passato non precisamente definito). E questa è stata la difficoltà affrontata e l’abilità dimostrata dall’autore: tenere tutto in quel clima di magica sospensione che fa la magia e la malia del racconto e che è propria delle grandi saghe e che ci rimanda a capolavori assoluti e indimenticabili. Ma qui, al di là di pur seducenti rimandi e accostamenti (che pure sono stati fatti) ci preme sottolineare ancora una volta la “novità” di questa narrazione e l’italiano semplice e pulitissimo che ce la consegna.

Non resta dunque che la lettura per verificare quanto fin qui scritto, non resta che immergersi nella polifonia dei variopinti e fantastici nomi di personaggi e luoghi, entrare nella Valle delle Montagne Chiuse, nel paesino di K., nell’osteria…

L’Autore

Claudio Alvigini, nato in Svizzera, ha vissuto a Palermo, Pozzuoli e Roma. A Pozzuoli, in Accademia e giovanissimo, inizia la sua carriera aeronautica che proseguirà a Roma come pilota civile di Alitalia È stato per lunghi anni comandante di Boeing 747 “jumbo”. Trascorre l’adolescenza a Palermo e a quegli anni risalgono le sue prime prove letterarie. Vive oggi a Lisbona. Ha pubblicato: L’inconcepibile esercizio dapprima, 1997, nella rivista di psichiatria “Il sogno della farfalla” e poi, con lo stesso titolo e in forma rivista di saggio sul volo per l’editore Macabor nel 2019; le raccolte di poesie: Visita in città, Nuove Edizioni Romane, 1998; La casa col terrazzo, Edizioni La camera verde Roma 2002; Ulàn Batòr Edizioni Helicon, Arezzo 2005; Trafficante di colori Edizioni LietoColle, Como 2007; Il principio di non contraddizione, Manni editore, Lecce 2012. Ha vinto numerosi premi letterari, fra i quali il David di Michelangelo a Carrara nel 2005; il premio Alpi Apuane poesia ineditA 2007, il “Fiorino d’oro” al premio Firenze 2008 con il racconto “Cinque missioni”; il premio letterario internazionale Merano Europa 2013, X edizione, poesia edita. Il Capitano di Bastur, 2018 edizioni Macabor, romanzo qui presentato, ha vinto la VI edizione del premio internazionale “Città di Como” nel 2019.

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