“Il bottone di Puškin” di Serena Vitale

Il bottone di Puškin, Serena VitaleIl bottone di Puškin
di Serena Vitale
Adelphi

«Danzas e d’Archiac cercarono il luogo più adatto per il duello. Lo trovarono a circa trecento metri dalla strada, dopo tre argentee betulle solitarie, in una piccola macchia di pini riparata dal vento e dallo sguardo dei vetturini, di occasionali passanti. Il padrino chiese a Puškin se fosse soddisfatto della scelta. «Mi è del tutto indifferente,» gli rispose «cercate soltanto di fare più in fretta.» La neve era alta, vi si sprofondava fino “alle ginocchia; aiutati da Georges d’Anthès, i due padrini dovettero schiacciarla per creare una superficie praticabile larga neanche un metro e lunga i venti passi necessari. Seduto su un cumulo di neve, il poeta osservava i preparativi senza intervenire, con un’espressione di assoluta indifferenza. Interruppe il silenzio solo per chiedere in tono impaziente: «E allora, avete finito?» Avevano finito. Misurati i passi, d’Archiac e Danzas si tolsero i cappotti e li gettarono sulla neve: le barriere. Caricarono le pistole, le consegnarono ai due rivali che si posero ognuno a cinque passi dalla propria barriera. Danzas agitò il cappello. I duellanti avanzarono. Puškin si era già fermato davanti alla barriera, leggermente girato di fianco, e stava prendendo la mira, a d’Anthès mancava ancora un passo per raggiungere il cappotto del suo secondo, quando riecheggiò, cristallino nell’aria cava per il gelo, uno sparo. Fu Puškin a cadere. E dopo un istante disse: «Credo di avere la coscia in pezzi.» I padrini corsero verso di lui, anche d’Anthès si mosse per raggiungerlo. Giacendo sulla neve, Puškin li fermò: «Aspettate! Ho abbastanza forza per tirare il mio colpo.» D’Anthès attese immobile dietro la barriera, leggermente girato di fianco, la mano destra sul petto. Aspettò che Danzas consegnasse a Puškin una seconda pistola; la canna della prima, caduta in terra, si era riempita di neve. Sollevandosi da terra sul braccio sinistro, Puškin prese la mira, sparò, vide d’Anthès barcollare e cadere. «Bravo!» gridò a se stesso gettando in aria la pistola. «È morto?» chiese poi a d’Archiac. «No, ma è ferito al braccio e al petto». «È strano, avrei creduto che mi avrebbe fatto piacere ucciderlo, ma sento che non è così.» D’Archiac volle dire parole di pace ma Puškin non gliene diede il tempo: «Del resto è indifferente, se tutti e due ci rimetteremo bisognerà ricominciare.» La neve si arrossava sotto la pelliccia d’orso. Per due volte il poeta perse brevemente i sensi. I padrini stabilirono che il duello non poteva continuare. Sollevato il ferito, constatarono che era impossibile portarlo fino alla strada: non riusciva a tenersi in piedi, perdeva sangue a fiotti. Corsero allora a chiamare i vetturini e con il loro aiuto abbatterono un piccolo steccato per permettere alle slitte di avvicinarsi. Adagiarono il ferito sul sedile. I pattini della slitta affondavano nella neve inciampando nelle asperità del terreno; ad ogni scossone Puškin aveva una smorfia di dolore. Sulla strada li attendeva la carrozza previdentemente mandata a Cërnaja Rečka dal barone Heeckeren. I due francesi proposero che venisse usata per riportare a casa Puškin. Danzas accettò; senza dire all’amico a chi appartenesse la vettura, lo aiutò a salirvi e prese posto accanto a lui. Dando un ultimo sguardo al rivale che si allontanava, Puškin disse: «Tra noi due non è ancora finita».

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Il bottone di Puskin
  • Vitale, Serena (Autore)

(Sotto la pelliccia Puškin indossava la marsina nuova, un gilet scuro, camicia, pantaloni neri. Ma come era vestito quel giorno d’Anthès? Non è un particolare di poco conto, come si potrebbe credere. Žukovskij scrisse: «A far cadere in terra d’Anthès fu solo una forte contusione: la pallottola perforò le parti carnose del braccio destro con cui si copriva il petto e da ciò indebolita andò a colpire il bottone con cui i pantaloni si reggevano a una delle bretelle.» E Sophie Karamzina: «La pallottola gli ha attraversato il braccio, soltanto la carne, e si è fermata all’altezza dello stomaco – un bottone dell’abito lo ha salvato, ha riportato soltanto una leggera contusione al petto.» Lo stesso salvifico bottone venne ricordato da Vjazemskij, Danzas, perfino dagli ambasciatori di Prussia e di Sassonia. Per noi è chiaro come il sole: con quel piccolo cerchio di metallo, improvvisato scudo, Fortuna sbarrò la strada al piombo di Puškin; da sempre amica di Georges d’Anthès, quel giorno la bizzosa dea era anche irritata con il poeta russo che tornando a casa per cambiarsi aveva trasgredito uno dei suoi comandamenti minori. […])»

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