“Il barone rampante” di Italo Calvino: riassunto trama

Il barone rampante di Italo Calvino è il secondo romanzo della trilogia “I nostri antenati”, a cui appartengono anche “Il visconte dimezzato” e “Il cavaliere inesistente”. I tre romanzi, modellati sull’ “Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto, sono un’allegoria fantastica sull’uomo contemporaneo; in particolare Calvino sostiene di aver voluto proporre nel “Barone” il tema “d’isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo”.

Pubblicato per la prima volta nel 1957 dall’Einaudi, Il barone rampante è ambientato nel Settecento e narra la storia, raccontata Biagio, fratello del protagonista, di Cosimo Piovasco di Rondò, giovane rampollo di una ricca famiglia ligure.

“Fu il 15 di giugno 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi”. Inizia così il romanzo: il ragazzo, all’età di dodici anni, dopo aver litigato con i genitori che volevano imporgli di mangiare un piatto di lumache, si arrampica su un albero e decide di non scendervi mai più per tutto il resto della vita. “Cosimo salì fino alla forcella di un grosso ramo dove poteva star comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, a braccia incrociate con le mani sotto le ascelle, la testa insaccata nelle spalle, il tricorno calcato sulla fronte.” Il padre lo minaccia, “Ti farò vedere io appena scendi!”, ma Cosimo non desiste: “- E io non scenderò più! -. E mantenne la parola.”

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Il barone rampante
  • Calvino, Italo (Autore)

Sull’albero conduce un’esistenza da una parte assolutamente normale: si innamora di una ragazzina, Viola, adotta il bassotto di Viola, Ottimo Massimo, e stringe amicizia con alcuni degli abitanti dei paesi vicini, compreso il bandito Gian de Brughi. Nello stesso tempo gli eventi che gli accadono hanno una componente fiabesca: Cosimo sventa un attacco di pirati arabi, aiuta degli esuli spagnoli che vivono anch’essi sugli alberi, partecipa agli eventi della Rivoluzione francese e ha persino un colloquio con Napoleone.

“Non fu un incontro alla buona […] Si scelse un bell’albero; lo volevano di quercia, ma quello meglio esposto era di noce, e allora truccarono il noce con un po’ di fogliame di quercia, ci misero dei nastri con il tricolore francese e il tricolore lombardo. […] Mio fratello lo fecero appollaiare lassù, vestito da festa ma col caratteristico berretto di pel di gatto e uno scoiattolo in spalla.”

I due si scambiano poche battute, il colloquio è quantomai deludente, e alla fine Napoleone esclama “Se io non era l’Imperator Napoleone, avria voluto ben essere il cittadino Cosimo Rondò!”, e si dilegua.

Spostandosi da un albero all’altro, Cosimo continua anche a partecipare alla vita famigliare, riuscendo ad assistere i suoi genitori in punto di morte; Cosimo resta a vegliarli dall’albero, “con una lucernetta appesa a un ramo, perché lo vedesse anche nel buio”.

Riesce inoltre a vivere le sue storie d’amore, la più importante delle quali è quella con Viola, l’amica di infanzia. Allontanatasi per un certo periodo da Ombrosa, per frequentare il collegio, Viola vi fa infine ritorno e ha quindi inizio un’intensa storia d’amore con il Barone. I due amanti sono però sempre in bilico tra l’amore travolgente i litigi furibondi, Viola passa spesso repentinamente dalla dolcezza all’ira e questo continuo altalenare tra gioia e sofferenza spinge il Barone alla follia “- Viola, sono disperato! – gridava quando lei scompariva di colpo, e si buttava riverso nel vuoto, a testa in giù, tenendosi con le gambe a un ramo e tempestandosi di pugni capo e viso. Oppure si metteva a spezzar rami con furia distruttrice”. Quando Viola alla fine lo lascia definitivamente, Cosimo scivola poco per volta nella pazzia vera e propria. “Da allora cominciò a correre la voce: – Il Barone è ammattito! – e i benpensanti soggiungevano: – Come può ammattire uno che è stato matto sempre? –”. Ma Cosimo diventa davvero più folle, inizia a parlare idiomi incomprensibili, si agghinda con penne da indiano e compone libretti e massime oscure, che poi stampa lui stesso: “Alle volte gli scoiattoli si prendevano una lettera dell’alfabeto e se la portavano nella loro tana credendo fosse da mangiare, come capitò con la lettera Q, che per quella forma rotonda e peduncolata fu presa per un frutto, e Cosimo dovette incominciare certi articoli Cuando e Cuantunque”.

Certo, Cosimo è in apparenza il più pazzo della sua famiglia, che, rintanandosi sugli alberi, ha scelto di fuggire da un’esistenza normale. Tuttavia non è certo l’unico che abbia cercato in qualche modo di fuggire dalla vita: la madre, la Generalessa Corradina di Rondò, trascorre il suo tempo ricamando scene di guerra, il padre, il Barone Arminio Piovasco di Rondò, ignora la famiglia e si occupa solo degli alberi genealogici, la sorella Battista, obbligata vivere da monaca in casa, si sfoga cucinando paté di topo, zampe di cavallette e codini di porco arrostiti come fossero ciambelle. Infine lo zio, il Cavalier Enea Silvio Carrega, si dedica all’apicoltura, all’idraulica, alla rabdomanzia e “una volta Cosimo lo scoperse in un prato che faceva piroette protendendo una verga forcuta”.

Il barone rampante si conclude con Cosimo che, ormai anziano, si aggrappa alla cima penzolante di una mongolfiera di passaggio e sparisce all’orizzonte, rispettando fino all’ultimo la propria promessa di non scendere mai a terra. “Nella tomba di famiglia c’è una stele che lo ricorda con scritto: Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra – Salì in cielo”.

Il romanzo di Calvino è piacevolmente spiazzante, poiché mentre da un lato descrive così in dettaglio i luoghi da renderli verosimili (a volte ci si dimentica che tutto trae origine dal presupposto assurdo di poter condurre un’intera e normale esistenza su un albero), dall’altro la realtà del protagonista è del tutto fantastica e surreale, assurdi sono i suoi incontri, i suoi famigliari, le sue reazioni. “Io invidiavo Cosimo che viveva i suoi giorni e le sue notti alla macchia, nascosto in chissà quali boschi”, dice a un certo punto Biagio, rimasto invischiato nelle noie della vita famigliare. Un’invidia che penso tutti possano provare ogni tanto.

Silvia Maina

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