Identità culturale e violenza. Neuropsicologia delle lingue e delle religioni, Franco FabbroProf. Franco Fabbro, Lei è autore del libro Identità culturale e violenza. Neuropsicologia delle lingue e delle religioni edito da Bollati Boringhieri: cosa significa parlare di identità culturale oggi?
L’identità culturale ha a che vedere soprattutto con la lingua, con le tradizioni e i costumi, le feste, la musica, l’arte e la religione, di un gruppo più o meno vasto di individui. L’appartenenza a una comunità culturale non dipende da variabili genetiche, né territoriali. L’appartenenza a un popolo è una questione culturale, più propriamente neuro-culturale. Il nesso che collega una comunità a un territorio non è una questione necessariamente fondante, né originaria. Infatti, una comunità può spostarsi in luoghi diversi mantenendo l’identità culturale e linguistica.

Secondo questa prospettiva l’unico e più originale ‘territorio’ di un popolo si situa, come ho cercato di argomentare nel mio ultimo libro, a livello cerebrale e mentale. Infatti, le lingue e le culture scolpiscono il cervello e organizzano la mente con modalità differenti nei gruppi umani che parlano lingue diverse.

Per me l’identità culturale è una questione eminentemente pratica, si riferisce prima di tutto alla mia infanzia. Sono nato nella seconda metà degli anni cinquanta, in un piccolo paese distante meno di dieci chilometri da Udine. I miei genitori mi hanno insegnato a parlare e a pensare in friulano; una lingua amata da grandi poeti e scrittori come Pier Paolo Pasolini, Carlo Sgorlon e Pierluigi Cappello. Soltanto alle scuole elementari ho iniziato ha parlare in italiano e più tardi ho appreso la lingua inglese e quella francese. L’identità non si riferisce soltanto alla lingua, ma costituisce un modo di affrontare la vita del tutto peculiare. Nel mio caso riguarda il cibo, il lavoro, la dimensione religiosa, l’uso delle parole e le canzoni popolari.

Per quanto riguarda la violenza tra i gruppi umani, anche se è un aspetto sotto gli occhi di tutti, basti pensare alle guerre e ai genocidi commessi nello scorso secolo, essa rimane un fenomeno per larga parte sconosciuto, poiché non sufficientemente analizzato. In genere, gli aspetti più difficili da problematizzare sono quelli che sembrano ovvi. Soltanto negli ultimi decenni abbiamo iniziato a capire che la violenza tra i gruppi umani è intrinsecamente collegata ai processi di appropriazione delle tradizioni culturali (lingue, religioni, abitudini alimentari, ecc.) e alle strutture nervose che li sostengono.

Quali strumenti conoscitivi possono contribuire allo sviluppo di strategie di disinnesco dei potenziali dannosi nei processi identitari?
I processi identitari, collegati con l’appartenenza a una comunità linguistica e culturale, sono una caratteristica umana distintiva. Dopo l’invenzione della prima lingua umana, circa 100 mila anni fa, non è più possibile, per gli esseri umani non appartenere a un gruppo linguistico e a una identità culturale. Quest’ultima è definita dalle narrazioni che in esso si sviluppano, tra cui le più significative sono quelle che riguardano l’origine e il significato della vita, ovvero le narrazioni religiose.

Ogni essere umano cresce apprendendo la lingua e le tradizioni culturali e religiose del suo gruppo. Ciò è possibile perché il cervello presenta delle finestre di maggiore plasticità cerebrale durante l’età evolutiva. Dopo l’adolescenza è ancora possibile apprendere lingue e tradizioni culturali differenti dalle proprie ma tale appropriazione risulta più difficile e meno efficace.

Le caratteristiche evolutive e lo sviluppo del cervello sostengono la formazione di gruppi umani e la nascita delle istanze identitarie. Infatti, l’acquisizione di usi, costumi e soprattutto della prima lingua presentano periodi critici di appropriazione che si completano con la pubertà. Ciò significa che è possibile integrare in maniera completa un bambino in una comunità differente dalla sua, soltanto se viene adottato precocemente; dopo l’età critica rimarranno segni, più o meno indelebili, della sua alterità linguistica e culturale. Anche le credenze, culturali o religiose, apprese precocemente, sono molto difficili da mettere in discussione. Per questa ragione, a mio parere, si dovrebbe favorire al massimo la pratica e l’educazione precoce plurilingue e plurireligiosa.

Quali meccanismi neuropsicologici agiscono nelle prime età della vita in risposta ai marcatori culturali?
I traguardi più difficili da raggiungere nell’apprendimento della seconda lingua sono una pronuncia perfetta, senza accento straniero e una completa competenza grammaticale. Numerose ricerche sono state dedicate allo studio del fenomeno dell’accento straniero, in relazione all’età di appropriazione delle lingue straniere. È stato così confermato che i bambini immersi nelle lingue straniere prima degli otto anni riescono ad acquisire una pronuncia perfetta. Anche l’acquisizione della competenza grammaticale è collegata all’età di appropriazione. Soltanto i bambini immersi nelle lingue straniere prima degli otto anni di età acquisiscono una padronanza grammaticale completa.

Esistono diversi modi di imparare le lingue. La modalità più diffusa e più naturale consiste nell’acquisizione della lingua materna. Tutti gli esseri umani imparano la prima lingua direttamente dalla madre con modalità implicite (senza esserne consapevoli). Un modo meno naturale consiste nell’apprendimento consapevole delle parole e delle regole grammaticali. Si tratta di una forma di apprendimento basata sui sistemi della memoria esplicita. L’acquisizione ‘naturale’ delle lingue è possibile a ogni età; tuttavia i sistemi della memoria implicita presentano delle finestre temporali (periodi critici), superate le quali l’apprendimento è più difficoltoso e limitato. Per questa ragione l’appropriazione di una lingua dopo la pubertà è possibile, ma non completa, poiché tende a utilizzare in maniera più estesa i sistemi della memoria dichiarativa.

Come si articola la Sua proposta neuropedagogica?
La mia proposta neuropedagogica si basa sull’educazione plurilingue e plurireligiosa dei bambini, a partire dalla scuola dell’infanzia e della scuola primaria, fino ai ragazzi dell’Università. Infatti, nonostante la profusione di proclami a favore dell’insegnamento precoce delle lingue, numerosi paesi europei, tra cui l’Italia, non sembrano essere interessati all’educazione plurilingue. Numerosi studi di neurolinguistica suggeriscono l’utilità dell’apprendimento precoce delle lingue. L’età ideale è quella della scuola dell’Infanzia e della scuola primaria. L’apprendimento non deve essere di tipo esplicito (grammaticale), ma di tipo implicito, attraverso metodi d’immersione, cioè mentre vengono svolte altre attività come, ad esempio, il gioco, la socializzazione o lo studio di alcune materie disciplinari, come la storia o l’aritmetica. L’appropriazione precoce delle lingue dipende da periodi critici che riguardano in particolare l’acquisizione fonologica e morfosintattica. Bambini immersi in una seconda lingua prima dei sette anni sono in grado di apprendere numerose lingue con facilità e senza difetti di pronuncia o errori grammaticali. Ciò dipende dal fatto che i sistemi della memoria implicita coinvolti nell’acquisizione delle lingue sono ancora sufficientemente plastici.

Oltre all’educazione plurilingue, a mio parere, è necessario muoverci verso un insegnamento teorico-pratico di tutte le maggiori tradizioni religiose. Non si tratta di sviluppare conoscenze su argomenti che fino a trent’anni fa potevano sembrare esotici, ma cercare di operare di fronte a questioni reali, poiché numerosi bambini della scuola primaria provengono da famiglie che aderiscono alle religioni cristiane, all’Islam, ai testimoni di Geova, oppure all’induismo o al buddhismo. Inoltre, l’insegnamento della storia e delle pratiche religiose dovrebbe essere obbligatorio e organizzato da insegnanti che hanno conseguito una laurea statale, dopo un percorso di studi adeguati. Dovranno essere così costituiti dei corsi di laurea in Scienze Religiose e Teologia, in tutte le università statali. Oltre alle conoscenze teorico-dottrinali sarà utile avvicinare i bambini alle diverse pratiche religiose. Lo strumento per ridurre la separazione integralista e la violenza, non è l’indottrinamento scientifico o religioso e neppure l’abolizione delle religioni, ma la conoscenza e il rispetto reciproco che la scuola, di ogni ordine e grado, dovrà promuovere.

L’abitudine ad agire guidati da automatismi, la tendenza ad aderire a ideologie e credenze mitiche, la propensione al pensiero dogmatico sembrano rappresentare modalità di default nel funzionamento della mente. Si tratta di modalità di pensiero pervasive, deresponsabilizzanti e veloci, perché costano poca fatica.  Il pensiero critico, l’educazione al dialogo costruttivo, l’educazione alla conoscenza scientifica, filosofica, letteraria e artistica, invece, costano fatica. Per questi motivi, accanto all’educazione plurilingue e plurireligiosa, è necessario favorire anche l’educazione alla conoscenza scientifica e al pensiero critico, ponendo particolare attenzione ai problemi sollevati dalla dilagante utilizzazione di tecnologie disumanizzanti (come le tecnologie di controllo sociale e mentale sviluppate attraverso le così dette reti di informazione). Questi sono gli obiettivi prioritari di una scuola e di un’università libera. L’obiettivo primario dell’educazione scolastica non è formare dei professionisti, ma educare alla conoscenza, alla tolleranza e al pensiero critico.