“I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift: riassunto trama

I viaggi di Gulliver, Jonathan Swift, riassunto, tramaI viaggi di Gulliver è un «romanzo satirico in prosa di Jonathan Swift (1667-1745), scritto dopo il 1720 ma probabilmente ideato qualche anno prima e pubblicato anonimo nel 1726, benché tutti sapessero che Swift ne era l’autore. L’opera è divisa in quattro parti (di cui la terza scritta per ultima) ed è narrata in prima persona dal protagonista.

Nella prima parte Lemuel Gulliver, medico di una nave mercantile, racconta del suo naufragio all’isola di Lilliput, dove gli abitanti sono alti sei pollici e ogni cosa è in rapporto di un pollice a un piede rispetto alle cose umane. Come in uno specchio che rimpicciolisce, Swift mette in scena nel mondo di Lilliput – negli intrighi della corte, nelle lotte intestine fra le diverse fazioni, nelle futili controversie ideologiche e nei ridicoli cerimoniali – il mondo cortigiano e politico (nonché ecclesiastico) che aveva frequentato al tempo della sua militanza nel partito Tory, specialmente quando, fra il 1710 e il 1714, era stato l’intellettuale di punta, quasi il portavoce ufficiale, del governo di Harley e Bolingbroke. E non c’è dubbio che nella figura di Gulliver, l'”uomo montagna” schiavizzato dai Lillipuziani, Swift rappresenti retrospettivamente se stesso: un gigante irretito da nani.

Nella seconda parte il cannocchiale si rovescia e Gulliver si ritrova su un’isola (Brobdingnag) popolata da uomini alti come campanili rispetto ai quali è lui, ora, un Lillipuziano. Lui che a Lilliput teneva sul palmo della mano il segretario per gli affari interni, diventa ora il balocco di una bimba di nove anni e viene esibito nelle fiere di paese come una pulce ammaestrata. In questa seconda parte l’obiettivo della satira si allarga. Presentato al re dei giganti e da lui interrogato sul paese da cui provenga, Gulliver, pieno di disprezzo per l’arretratezza economica e culturale di Brobdingnag e orgoglioso della propria superiorità, si lancia in un retorico panegirico delle istituzioni, dei costumi e soprattutto dei progressi scientifici realizzati dalla sua patria, esemplificandoli con l’invenzione della polvere da sparo e le tecniche della guerra moderna.

Gulliver non fa altro, qui, che ripetere gli argomenti usati, specie in Inghilterra, dai sostenitori dei Moderni nella “querelle” che li aveva opposti ai sostenitori degli Antichi. Argomenti che fanno inorridire il suo interlocutore, il quale, portavoce delle idee antimoderne di Swift, alla fine così sentenzia: “Per quanto ho inteso dalla tua relazione… non posso fare a meno di concludere che la maggioranza dei tuoi simili è la più perniciosa razza di vermiciattoli che la Natura abbia mai lasciato strisciare sulla superficie della terra”.

Il tema della contrapposizione fra cultura antica e cultura moderna è ripreso e sviluppato nella terza parte. La nave su cui Gulliver è imbarcato viene catturata dai pirati ed egli, lasciato andare alla deriva su una scialuppa, approda su una terra – sorta di Nuova Atlantide baconiana – governata da astronomi e matematici che risiedono su un’isola volante (Laputa) e sono presentati da Swift allo stesso modo in cui, nella Favola della botte, erano stati presentati gli “Eolisti”, cioè i Puritani. Non meno dello spiritualismo fanatico di questi ultimi, infatti, anche il razionalismo astratto degli scienziati di Laputa li ha resi folli. E altrettanto folli sono i progettisti dell’accademia di Lagado, impegnati in bislacche – e fallimentari – ricerche sperimentali (per es. estrarre raggi di sole dai cetrioli, trasformare il ghiaccio in polvere da sparo, gli escrementi in cibi ecc.) da cui dovrebbero derivare mirabolanti vantaggi economici per l’intero paese. A questa caricatura della Royal Society (dalle cui “Transactions” molti di quei progetti sono desunti) e del tipo di sapere scientifico da essa promosso si contrappone l’isola dei Maghi, che Gulliver visita successivamente e dove ottiene di evocare le ombre dei grandi uomini dell’antichità – statisti, condottieri, filosofi, poeti – i quali, rispondendo alle sue domande, gli fanno capire quanto il mondo e la cultura moderni siano regrediti anziché progrediti. Il viaggio si conclude nel paese degli Struldbrugg, una razza di uomini dotati di immortalità che si rivelano, però, contrariamente alle aspettative di Gulliver, i più infelici degli esseri in quanto soggetti a un processo infinito di invecchiamento del corpo e degrado della mente che non è alleviato nemmeno dalla speranza di poter un giorno morire.

Nella quarta e ultima parte, Gulliver giunge in un’isola abitata da una specie di cavalli saggi e virtuosi (gli Houyhnhnm), le cui doti di ragionevolezza e moralità contrastano con la bestialità degli Yahoo, sorta di scimmioni aggressivi e promiscui (e perciò tenuti in regime di schiavitù dai cavalli), nei quali, con disgusto e orrore, Gulliver non può non riconoscere tratti di somiglianza col genere umano. A lungo si è pensato che nella società ordinata e pacifica dei cavalli Swift intendesse rappresentare l’utopia di un mondo perfetto (e infatti, nella loro lingua, il nome “Houyhnhnm” significa “la perfezione della natura”): talmente perfetto da non potersi nemmeno immaginare che siano degli uomini a realizzarlo, bensì degli animali e più precisamente quei cavalli che nei manuali di filosofia scolastica del Seicento (su cui Swift aveva studiato) venivano usati come il prototipo dell’ente destituito di ragione in opposizione all’Uomo, “ens rationale”.

Negli ultimi decenni, tuttavia, grazie a un’analisi più attenta delle strategie satiriche swiftiane, questa interpretazione è stata cassata e sostituita da un’altra esattamente contraria. Il mondo dei (presunti) cavalli saggi non è una utopia ma una distopia. Essi incarnano l’arroganza del razionalismo moderno, con la sua fiducia di poter costruire un mondo perfetto sulla sola base della ragione e di una virtù naturale che, in quanto autosufficiente, non deve più nulla al Cristianesimo ed è sostanzialmente atea. D’altra parte, che i cavalli non siano quegli esseri miti e pacifici che dicono di essere è dimostrato dal loro comportamento nei confronti degli Yahoo, prima perseguitati e schiavizzati (e dunque ridotti a una condizione bestiale), poi condannati all’estinzione mediante castrazione. Ma che i cavalli non siano ciò che dicono di essere, che la loro società non rappresenti alcun modello di perfezione, è precisamente quanto sfugge agli occhi di Gulliver, il quale – da quel grullo che è (“Gulliver” deriva infatti da “gullible”, “credulone”, sicché la migliore traduzione del suo nome sarebbe Grulliver) – accetta in pieno l’immagine gratificante che i cavalli forniscono di sé e, una volta tornato in Inghilterra, rifiuta ogni contatto coi propri simili passando le giornate nella stalla a conversare con dei “giovani stalloni”, convinto in tal modo di trovarsi ancora nel paradiso perduto della sua utopia.

Egli stesso, dunque, diventa in questo momento il bersaglio primo della satira di Swift, che presentandolo come un folle fa di lui – a beneficio dei lettori che non si lascino ingannare dalle parole della sua “relazione” come egli si è lasciato ingannare da quelle degli Houyhnhnm – l’exemplum della follia dei tempi e dell’uomo moderni.»

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