“I tabù dell’educazione. Su ciò che la pedagogia non vuol vedere” di Paolo Mottana

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Prof. Paolo Mottana, Lei è autore del libro I tabù dell’educazione. Su ciò che la pedagogia non vuol vedere, edito da Mimesis: quali “tabù” allignano sulla cultura educativa contemporanea?
I tabù dell’educazione. Su ciò che la pedagogia non vuol vedere, Paolo MottanaCome ho scritto nel mio libro, la cultura educativa in genere e quella italiana in particolare, anche per l’impronta decisiva che la cultura cattolica ha impresso su di essa nel corso dei decenni, è una cultura molto conservativa e sostanzialmente protettiva nei confronti dei bambini e dei ragazzi e tende ad eufemizzare molte delle aree di esperienza che essi dovrebbero poter vivere con maggiore disinibizione.

In particolare trovo che nel nostro paese si sconti un grave ritardo sui temi della sessualità, dell’educazione nei contesti reali, delle esperienze di avventura, dell’elaborazione dell’aggressività e che, in genere, vi sia una tendenza a evitare o ad abbordare con un codice morale molto rigido temi che negli anni della crescita sono invece molto rilevanti, come quello delle droghe, dei fallimenti, della malattia e della morte.

Credo che sia ora che un’educazione sessuale articolata e non ridotta a campagne di prevenzione nei confronti dei possibili danni provocati dall’attività sessuale o a istruzioni di tipo igienico e psicologico, venga introdotta a tutti i livelli dell’educazione pubblica. Un’educazione sessuale soprattutto capace di far incontrare ai ragazzi i propri corpi, a conoscerli e a conoscere la cultura e le pratiche del piacere. Credo anche che occorra riportare bambini e ragazzi nel mondo reale, a vivere esperienze molteplici e differenziate in molti campi, dal servizio sociale al lavoro, all’espressione corporea e simbolica, alla transazione con la natura, alla cura e alla conoscenza del corpo. Ritengo che le arti marziali debbano essere maggiormente contemplate proprio per una più diretta elaborazione delle componenti aggressive presenti in quelle età e ad una loro consapevolezza. Infine occorre acculturare i ragazzi intorno al senso dell’uso delle sostanze stupefacenti e ad un approfondimento psicologico serio delle dipendenze, così come ad una sensibilizzazione sulla fisiologica necessità dell’incontro con il fallimento, il dolore e la perdita.

«I parchi gioco ultragommati dove gli scivoli durano un nanosecondo e le altalene hanno un raggio di oscillazione del 10%» rappresentano solo una delle innumerevoli incarnazioni di una conversione maternalistica dell’educazione: quali i rischi di una tale deriva?
La cosiddetta cultura della prevenzione e in generale l’enfasi portata in questi ultimi decenni sulla securizzazione (di impronta maternalistica) ha condotto a limitare enormemente il potenziale di esperienza di bambini e ragazzi, a confinarne l’esplorazione e la scoperta in ambiti sempre più artificiali e protetti, a castrarne il desiderio di avventura, con il quoziente di rischio che necessariamente comporta.

Questo li indebolisce, li impaurisce e limita molto il potenziale di curiosità, di scoperta e di esperienza di cui necessitano (non credo occorra ricordare Rousseau sotto questo profilo) e inoltre portano a una compressione psicologica che in parte può spiegare gli eccessi che, specie in età adolescenziale, molti di loro cercano proprio per abbattere i muri dentro i quali sono stati rinchiusi.

Più rischio, più avventura, più intensità non possono che renderli più consapevoli, più attenti, più capaci di gestire lo stress di una civiltà che paradossalmente in seguito chiede troppo e male sul versante della produttività e del successo.

Perché la sessualità del bambino fa problema?
La sessualità fa ancora molto problema nella cultura educativa e non solo. In generale. Quella del bambino, ancora sconosciuta dalla maggioranza e occultata dalla sacralizzazione cui esso è sottoposto, poi, appare ancora un vero e proprio tabù. Nonostante il nostro mondo, non molto diversamente da quelli che lo hanno preceduto, continui a sfruttare i bambini anche sotto il profilo sessuale in forme, luoghi e tempi ormai ben noti, nonostante il bambino continui ad essere vittima delle parafilie adulte, la sua specifica sessualità, con la sua fisiologia, le sue forme e i suoi diritti, appare ancora oggi molto oscurata.

Si tratta di legittimare la corporeità dei bambini, nella quale piacere, gioco e scoperta del piacere fanno un tutt’uno. Evitando di colpevolizzarli ogni qual volta si lasciano istintivamente andare a comportamenti che per loro sono puramente naturali ma che agli occhi di un adulto moralista possono apparire disdicevoli (sempre ovviamente compatibilmente e modi e luoghi), sia apprestando un’educazione alla sessualità che, come ho spiegato nel libro, non deve tanto nominare la sessualità ma creare occasioni all’altezza dei bambini perché essi possano conoscere ed esplorare il proprio corpo come quello degli altri bambini in libertà, nel gioco, giungendo a vivere il piacere come qualcosa di bello senza timore di essere corretti o giudicati.

Quale approccio pedagogico alle questioni di genere?
Le questioni di genere oggi sono un argomento scottante e delicato. Personalmente ritengo che si tratti di tutelare il diritto di bambini e bambine di esplorare l’intero campo dell’esperienza senza che vi sia un intento di plasmarne troppo presto il codice di genere. Trovo giusto che bambini e bambine condividano il più a lungo possibile gli stessi sport, le stesse attività, le stesse regole di comportamento senza che vi sia alcuna interferenza per indirizzarne l’identità di genere. Detto questo, trovo anche rischioso il volerne neutralizzare completamente l’appartenenza potenziale. Un’educazione completamente androgina produce androgini anche sotto il profilo psicologico laddove i corpi (e quindi anche le menti), nella loro fisionomia e nella loro fisiologia, chiedono anche di essere coltivati nelle loro specificità. Per esempio la sessualità femminile è diversa da quella maschile, così come il corpo della donna e quello dell’uomo sono diversi. Queste differenze, che, specie in fase adolescenziale si fanno sentire, vanno non negate ma attentamente sorvegliate e riconosciute affinché il soggetto, maschio o femmina che sia, possa poi decidere che farne e come viverle, individuandosi all’interno della cornice di genere che sente più propria ma anche consapevole che la sua psiche e la sua sessualità sono inscritte in una specifica forma corporea.

Quali accortezze sono necessarie nel parlare ai bambini?
I bambini sono plasmati in maniera spesso indelebile da tutte le impronte che gli adulti lasciano su di loro specie nei primi anni di vita. Queste impronte sono fatte di tante cose: atteggiamenti, sentimenti, comunicazioni. Non v’è dubbio che questi sono linguaggi cui i bambini sono particolarmente sensibili perché è in base ad essi che si orientano nel mondo delle relazioni (per esempio è ovvio che un bambino che ha bisogno dell’affetto dei genitori cercherà di intuire cosa a loro fa piacere e cosa meno sulla base dei segni che loro gli inviano).

Da ciò deriva che quando si comunica con i bambini occorra una certa attenzione, occorre vigilare soprattutto sui segnali di disconferma che troppo spesso si lanciano loro anche solo per distrazione o superficialità. Ovviamente il linguaggio anche orale che si usa con essi diventerà il loro, almeno fin tanto che la loro esperienza non si allargherà a un più vasto ambito di frequentazioni. Personalmente tuttavia non temo tanto la parola quanto le espressioni, gli atteggiamenti, le comunicazioni implicite, i giudizi, le correzioni. È su queste che occorre porre grande attenzione affinché nel bambino non si crei eccessiva paura del giudizio, timore di sbagliare (sbagliare è fondamentale per crescere), evitamento di condotte che sono prezioso patrimonio della sua esperienza di vita. E comunque, come ho scritto anche nel libro, i bambini non hanno bisogno di tante parole, i bambini desiderano gesti di affetto, di supporto e di incoraggiamento.

Perché è necessaria un’educazione alla morte?
Nel nostro tempo la morte e la vecchiaia sono sempre più evitate e deprivate della loro cultura. Tutto ciò che non contribuisce a far crescere, a migliorare i tassi di profitto e di produttività, a incrementare il PIL, è scarto. Va estromesso dalla esperienza quotidiana dei produttori, periferizzato e occultato. I vecchi sono confinati negli istituti geriatrici, la morte non avviene più in casa ma in camere asettiche in cui spesso non si fanno neppure più entrare i bambini.

In generale la nostra civiltà è refrattaria in maniera sempre più evidente a tutto ciò che simboleggia con la morte, e cioè la malattia, il vuoto, il silenzio, i sentimenti di malinconia, il dolore, il lutto. Sotto questo profilo una parte fondamentale dell’essere umani rischia di essere sempre più invivibile. Va tutto bene finché si funziona perfettamente, finché si è dei bravi contributori della ricchezza e se ne godono i frutti sul mercato e nelle grandi arene del consumo. Ma quando si comincia a stare male (e accade a tutti, prima o poi) le cose ci fanno complicate. Si arriva addirittura a provare vergogna per i propri malesseri e per i propri lutti, come per i propri fallimenti. Le persone difettose, secondo i nostri galatei, devono subito essere rimesse in funzione e mal si sopporta chi purtroppo cronicizza i suoi mali. La depressione però dilaga e forse questo è anche conseguenza proprio del disconoscimento della legittimità ad essere a volte addolorati e tristi, introversi e bisognosi di pause, di silenzio e di quiete.

Occorre riabilitare queste dimensioni della nostra esperienza assolutamente fondamentali, che ci forniscono senso del limite, di cui abbiamo un disperato bisogno, che ostacolano quella maniacalità diffusa per il successo, per la positività ad ogni costo, anche quando è palesemente forzata e costa enormemente al nostro apparato psichico.

Siamo esseri limitati, caduchi e anche nei crepuscoli c’è una particolare bellezza che non sappiamo più riconoscere. Nella vita c’è un inizio e una fine, una giovinezza e una vecchiaia, come nella natura ci sono il giorno e la notte, una notte che porta riposo e refrigerio in un mondo così assediato dal mito della luce e del fare.

Insegniamo ai nostri bambini anche il piacere del non fare, della noia, dello stare accanto ai vecchi, insegniamolo soprattutto agli adolescenti, mentre stanno apprestandosi a capire come muoversi nel mondo. Dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi, tardi per questa razza umana schizofrenica che non sa più venerare ciò che la rende più vicina ai ritmi della natura, alla scansione del tempo, alla necessità di darsi dei limiti prima di fare definitivamente a pezzi quei delicati equilibri che ci hanno permesso di esistere sulla terra almeno fino ad oggi.

Paolo Mottana è professore ordinario di Filosofia dell’educazione e pedagogia immaginale presso l’Università di Milano Bicocca. Ha insegnato Filosofia immaginale e didattica artistica all’Accademia di Brera e da anni si occupa dei rapporti tra immaginario, filosofia e educazione. Ha fondato il Gruppo di ricerca immaginale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Milano Bicocca e presiede l’Associazione Istituto di Ricerche Immaginali e Simboliche (IRIS). Scrive un blog nel suo sito www.paolomottana.it nel quale sviluppa una politica culturale all’insegna dell’affermazione vitale dei soggetti in formazione e in conflitto con le pratiche di disciplinamento diffuse nelle agenzie educative istituzionali. Tra le sue pubblicazioni: Formazione e affetti (Armando, 1993); Miti d’oggi nell’educazione. E opportune contromisure (Angeli 2000); La visione smeraldina. Introduzione alla pedagogia immaginale (Mimesis, 2004); L’arte che non muore. L’immaginale contemporaneo (Mimesis, 2010); Eros, Dioniso e altri bambini. Scorribande pedagogiche (Angeli, 2010); Piccolo manuale di controeducazione, (Mimesis, 2012); Cattivi maestri. La controeducazione di René Schérer, Raoul Vaneigem, Hakim Bey, (Castelvecchi 2014), La gaia educazione, (Mimesis, 2015); Elogio delle voluttà. Per una gaia educazione sessuale, (Mimesis, 2019); Cauda pavonis. Trasmutazioni attraverso l’arte simbolica, (Mimesis, 2020); Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso (con G.Campagnoli, Terra Nuova, 2020).

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