I soldi della Chiesa, Mimmo MuoloDott. Mimmo Muolo, Lei è autore del libro I soldi della Chiesa edito da Paoline: la Chiesa è ricca o povera?
Per rispondere correttamente a questa domanda, occorre innanzitutto chiarire i termini. Che cosa si intende per “Chiesa” e che cosa si intende per “povertà” e per “ricchezza”? La Chiesa infatti, nell’immaginario collettivo, viene fatta coincidere quasi esclusivamente con il Vaticano. Tutto è riconducibile al Papa, ai cardinali, a San Pietro: dalla chiesetta di montagna alla grande basilica di città. In realtà quello che noi chiamiamo comunemente Vaticano (e che comprende sia lo Stato della Città del Vaticano, sia la Santa Sede, entità giuridicamente distinte pur nella loro innegabile connessione operativa) è solo una parte della Chiesa, anche abbastanza piccola. La Chiesa cattolica infatti vive di molteplici articolazioni territoriali (Conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose maschili e femminili, gruppi, associazioni e movimenti) che sono indipendenti – economicamente parlando – le une dalle altre, pur essendo legate dal vincolo della comunione ecclesiale e gerarchica.Questa grande articolazione territoriale influisce non poco anche nella considerazione della ricchezza e della povertà. Se infatti prendiamo la Chiesa come un tutto indistinto, potrà anche apparirci come un enorme organismo dotato di una gran quantità beni e di risorse. Se invece approfondiamo la conoscenza e l’analisi, ci accorgeremo che gran parte dei beni (si pensi appunto agli edifici di culto) sono in realtà improduttivi, anzi consumano risorse per la loro manutenzione ordinaria e straordinaria (il caso di Notre Dame docet). Povertà e ricchezza vanno poi misurate in relazione agli scopi che le diverse articolazioni della Chiesa intendono perseguire. Spesso i bilanci si chiudono in rosso, perché le necessità sono tante. E al primo posto, nella stragrande maggioranza dei casi, ci sono le necessità dei poveri che vengono aiutati in tanti modi. Questo ho cercato di spiegare nel mio libro, andando oltre la corteccia superficiale dei luoghi comuni e delle fake news più o meno interessate.

Da dove nascono gli stereotipi sulle inusitate ricchezze della Chiesa?
Per certi versi nascono appunto da uno sguardo non sufficientemente corroborato dalle corrette informazioni. Molti osservatori parlano della Chiesa senza conoscerne la struttura, il diritto, le articolazioni, la storia, la molteplice attività. A volte però c’è la precisa volontà di colpirla, mettendone in luce eventuali discrepanze tra il dire e il fare, cioè tra il Vangelo predicato e la condotta seguita da alcuni suoi membri. Nel libro non si nega che talvolta queste discrepanze si siano manifestate, ma si cerca di documentare anche e soprattutto il bene spesso taciuto, per ignoranza o mala fede, dai media. Un bene che viene compiuto usando i soldi e le risorse a disposizione.

Da dove arrivano le risorse della Chiesa e come vengono impiegate?
La Chiesa cattolica vive principalmente di offerte, cioè della generosità dei fedeli a tutti i livelli. I bilanci delle parrocchie sono alimentati soprattutto dalle offerte che i fedeli fanno durante le messe o in occasione dell’amministrazione dei sacramenti. Le parrocchie a loro volta versano una parte delle loro offerte alla diocesi di appartenenza, e le diocesi – in forza di una precisa regola del Codice del Diritto Canonico – versano a loro volta un’offerta annua alla Santa Sede.

In alcuni casi esiste un patrimonio, frutto anch’esso di donazioni e legati di fedeli lungo i secoli, che viene amministrato da chi ne è proprietario (l’ente diocesi, l’ente parrocchia o altri enti ecclesiastici) e i cui proventi concorrono alle diverse necessità.

In Italia, poi, dal 1989-90 esistono due particolari forme di sostegno economico alla Chiesa. L’8xmille e le offerte deducibili per il sostentamento del clero. Nel primo caso si tratta di un vero e proprio referendum, che viene effettuato ogni anno al momento della dichiarazione dei redditi, sulla destinazione dell’8xmille della cifra complessiva dell’Irpef (di solito la Chiesa cattolica, per effetto delle scelte dei contribuenti, è destinataria di oltre l’80 per cento annuo di questa cifra). Le offerte deducibili invece differiscono dalle offerte normali perché possono essere dedotte dall’imponibile Irpef fino a una certa cifra (poco più di mille euro all’anno).

Può fornirci qualche numero?
Difficile dare numeri. Nel libro si fa riferimento alle cifre settore per settore. I numeri dell’8xmille sono pubblici e noti. Forse meno noto è il fatto che ogni anno nelle mense Caritas vengono distribuiti gratuitamente 6 milioni di pasti ai poveri. Oppure che l’impegno del volontariato cattolico (effettuato quindi gratis) ha un valore – se rapportato al normale costo del lavoro – di svariati milioni di euro all’anno. Ecco, nel considerare la Chiesa ricca o povera, penso bisogna tener conto di questi numeri “in uscita”, come l’altra faccia rispetto alle “entrate” da taluni considerate favolose. Lo stesso bilancio complessivo dello Stato della Città del Vaticano si aggira sui 20-30 milioni di euro all’anno: il costo di un calciatore mediamente bravo di Serie A, Ronaldo, tanto per fare un esempio, vale da solo cinque volte il bilancio del Vaticano.

Tra i luoghi comuni che allignano sul tema delle ricchezze vaticane, s’inserisce anche la vicenda dello IOR: cosa può dirci per fare chiarezza?
Nella storia dello Ior sono stati commessi probabilmente degli errori. La vicenda di monsignor Marcinkus, che anche io affronto per sommi capi nel libro, ne è una dimostrazione. Quello che però molti non sanno (e che alcuni – anche autori di libri sull’argomento – probabilmente non vogliono vedere) è il percorso di progressiva trasparenza che lo Ior ha intrapreso nel dopo-Marcinkus, già dai tempi di Giovanni Paolo II. Un percorso, che pur con alterne vicende, è proseguito anche sotto i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco. Anzi, proprio papa Bergoglio ha dettato di recente norme sempre più stringenti per eliminare le ultime zone d’ombra dell’Istituto, presso il quale sono stati chiusi negli anni 1600 conti di chi non aveva diritto a tenerli. Oggi lo Ior pubblica i suoi bilanci (consultabili anche via Internet), se li fa certificare dai migliori specialisti del settore a livello mondiale, ed è sotto il diretto controllo dell’Aif (Autorità di informazione finanziaria, come ne esistono in tutti i Paesi “virtuosi” del mondo, Italia compresa). Questa Authority ha proprio il compito di vigilare che le norme di Moneyval (l’organismo comunitario Ue che presiede alla trasparenza) siano rispettate. È un percorso in divenire, che merita attenzione e rispetto, anche da parte dei media, molti dei quali invece sembrano rimasti ancorati al vecchio schema dello Ior ritenuto ricettacolo di chissà quali traffici e riciclaggi.

Quale funzione hanno i beni materiali nella Chiesa?
Nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco scrive che il “denaro deve servire, non governare”. Penso che questa frase fotografi icasticamente la risposta al quesito. Nella Chiesa i beni materiali sono mezzi per perseguire i fini istituzionali: l’annuncio del Vangelo, l’esercizio del culto, la carità. E come tali vengono usati. Il cristianesimo del resto è la fede in un Dio incarnato nello Storia. La Chiesa vive nel mondo. Non può fare a meno di usare i beni materiali. Quelli che propongono una povertà assoluta non tengono conto di questo. Lo stesso Gesù con i suoi Apostoli aveva una cassa comune, disponeva di un gruppo di persone che noi oggi chiameremmo “finanziatori”, si fermava a mangiare alla tavola di amici e conoscenti, vestiva in maniera dignitosa per l’epoca. Ma nessuno, penso, possa dire che Gesù fosse ricco. Anzi, di sé dice esplicitamente di non avere neanche un posto dove posare il capo. La Chiesa cattolica è fedele al suo Maestro e Signore quando dispone dei beni come strumenti per la sua azione di evangelizzazione e di carità, senza trattenere nulla per sé.

La povertà della Chiesa è uno dei temi ricorrenti del pontificato di Papa Francesco: come la interpreta il pontefice?
La risposta è già in parte contenuta nelle considerazioni svolte per la domanda precedente. Aggiungo qui una delle frasi simbolo del Pontificato: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”. Il Papa la sta certamente realizzando. Ma anche su questo bisogna intendersi. Egli dispone di beni, come ognuno dei suoi predecessori, ma a partire dal suo vestiario, ha fatto della semplicità e della sobrietà la propria bussola. Pochi sanno che il Papa non ha uno stipendio. Ogni offerta che riceve, ogni bene della Città del Vaticano, ogni attività che si svolge nel piccolo Stato e che produce reddito (si prendano ad esempio i Musei Vaticani) ha come fine ultimo, al netto delle spese di funzionamento della struttura, la carità. Mi dicevano alcuni collaboratori del Papa che spesso è proprio lui a chiamarli chiedendo assegni da far pervenire a comunità del terzo mondo, a gruppi di volontariato che si occupano dei poveri e degli emarginati in Italia, a strutture di recupero per questa o quella dipendenza. A tutti sempre il Papa raccomanda di usare i beni e il denaro con distacco del cuore. Ed è questo il “segreto” della autentica povertà evangelica. Il distacco del cuore. Si possono avere milioni di euro ed essere poveri nell’animo, se il cuore è distaccato da essi. Al contrario si può disporre anche solo di pochi spiccioli ed essere ricchi, se tutta la nostra vita ruota intorno a quegli spiccioli. Dove è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore, dice il Vangelo. Il cuore della Chiesa cattolica oggi è più che mai accanto a Gesù povero e ai poveri che ne sono per sua stessa parola l’incarnazione (“ogni cosa che avrete fatto a questi piccoli l’avrete fatta a me”). Questo insegna il cristianesimo rispetto all’uso dei beni e del denaro. Questo sta testimoniando papa Francesco con la sua vita. Quello che per esempio ha fatto per i clochard che vivono intorno a San Pietro: docce, barbiere, dormitorio, pasti caldi, distribuzione di coperte in inverno, cure mediche gratuite, ma anche la visita alla Cappella Sistina e l’ingresso a spettacoli artistici e sportivi, ne è la più autentica dimostrazione.

Mimmo Muolo, vaticanista e vicecapo della redazione romana del quotidiano Avvenire, ha seguito per il suo giornale i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e ora quello di Francesco. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, tra le quali: Generazione Gmg. La storia della Giornata mondiale della Gioventù (2011), Le feste scippate. Riscoprire il senso cristiano delle festività(2012), Il Papa del coraggio. Un profilo di Benedetto XVI (2017) e il romanzo Messaggio in bottiglia (2009). È anche autore di drammi teatrali: Bene comune e Il Papa e il Poeta. Percorso nella poesia di Giovanni Paolo II, rappresentati più volte in tutta Italia. Con Paoline ha pubblicato Don Ernest Simoni. Dai lavori forzati all’incontro con Francesco (2018) e L’enciclica dei gesti di papa Francesco (2017).