I sentieri costituzionali della democrazia, Filippo PizzolatoProf. Filippo Pizzolato, Lei è autore del libro I sentieri costituzionali della democrazia edito da Carocci: è davvero in crisi la democrazia?
Non ricordo un tempo in cui non si sia parlato di crisi della democrazia. Da un lato, quindi, niente di nuovo. E tuttavia, da qualche anno, sono stati posti in discussione dei capisaldi delle liberal-democrazie che sembravano privi di alternativa: il divieto di mandato imperativo dei rappresentanti e la modalità di investitura elettiva della classe politica, ad esempio. Avanzano alternative che sono decisamente dirompenti: la democrazia digitale/telematica e perfino il sorteggio. In altri e peggiori casi, le alternative si pongono fuori dall’orizzonte valoriale democratico e propugnano l’illusorio affidamento nell’autorità di un leader, immaginando che questo sia – chissà perché – “buono” e capace di risolvere da solo le complessità del reale. Nel mio libro io sostengo che molte ricette avanzate vadano, paradossalmente, nella direzione di accentuare il fattore principale di crisi da cui è avvolta la democrazia rappresentativa e cioè la riduzione del popolo sovrano a una soggettività semplificata e singolare. Se infatti è vero che la rappresentanza tende a dare poco spazio all’espressione pluralistica e articolata dei cittadini, soprattutto per la crisi dei partiti, un’eventuale riforma nella direzione della presidenzializzazione accentuerebbe questo problema, poiché affiderebbe a un leader la determinazione di un inesistente volere popolare declinato al singolare. E la stessa democrazia telematica riduce, all’esito delle consultazioni, il volere dei cittadini a un’unica posizione, peraltro semplificata dall’oggetto dei quesiti posti al voto. Dobbiamo invece esplorare i sentieri tracciati dalla Costituzione, che sono liberatori e che aprono spazi effettivamente plurali di azione e di protagonismo.

La democrazia può fare a meno della Costituzione?
Spesso, anche da posizione autorevole, si identifica la democrazia con la decisione a maggioranza e, in questo modo, si legge nella Costituzione, in quanto limite per la maggioranza, un limite per la stessa democrazia. Ma non è affatto così. La costituzione è anzi una condizione fondamentale del gioco democratico. Perché mai infatti si dovrebbe decidere a maggioranza se non perché si parte da una sorta di atto di fede nella pari dignità di tutte le persone e cioè nell’eguaglianza? E come si fa a decidere a maggioranza in un modo che non sia ingannevole se coloro che votano non hanno potuto esercitare una serie di diritti (libertà personale, di manifestazione del pensiero, di riunione, di associazione in partiti, ecc…) che sono necessari alla stessa deliberazione? La costituzione mette al riparo dall’arbitrio della maggioranza il principio di uguaglianza e i diritti fondamentali dei cittadini che sono precondizioni del meccanismo elettorale da cui scaturisce la maggioranza stessa. E poi, se si guarda alla nostra Costituzione, si riconosce che il popolo è un soggetto intrinsecamente articolato e plurale, che nessuna maggioranza può esaurire in un volere solo. La Costituzione, già nei principi fondamentali, evidenzia le articolazioni in cui è ordinato il popolo e fissa il patto che rende possibile la coesistenza e la cooperazione tra queste espressioni plurali, affinché nessuna tra queste possa pretendere di esaurire su di sé il volere di tutto il popolo. Non a caso, il partito fascista è escluso, perché pretendeva di totalizzare il popolo. La costituzione non è allora un limite della democrazia, ma è una sua forma fondativa e fondamentale.

Che rapporto esiste tra democrazia, partecipazione e rappresentanza?
Il rapporto tra democrazia e rappresentanza è complesso: non è vero, come semplicisticamente viene ritenuto, che la rappresentanza sia un semplice espediente pratico reso necessario dall’impossibilità di radunare tutto il popolo in un unico tempo e in unico luogo. Nel libro, riprendendo autori classici e riletture contemporanee, cerco di mostrare quanto articolato e complesso sia il rapporto tra democrazia e rappresentanza, a partire da Hobbes per il quale la rappresentanza è un rimedio posto ai danni che la partecipazione del corpo sociale alla vita pubblica produrrebbe nella sfera statuale, immettendovi la conflittualità che lacera i rapporti interindividuali e pregiudicando l’unità. La rappresentanza, cioè, in Hobbes, precede la democrazia ed è un antidoto ai guasti – non all’impossibilità pratica – della partecipazione. Nella visione classica che si è poi affermata, la rappresentanza identifica il popolo, sicché si presume che vi sia una fusione tra il volere del popolo e quello dei suoi rappresentanti. La nostra Costituzione si muove lungo linee originali: essa continua a riconoscere la rappresentanza politica nazionale come un fondamentale canale di espressione del popolo sovrano, ma non ammette più l’identificazione tra popolo sovrano e Parlamento. Il popolo non ha un volere singolare che il Parlamento esprima. Diversi sono infatti i canali che la Costituzione predispone per l’espressione e l’azione dei cittadini: diverse sono già le sfere rappresentative, a differenti livelli territoriali (dal Comune alla Regione), cui si aggiungono, tutelati dalla Costituzione stessa, gli strumenti di cosiddetta democrazia diretta, le espressioni dell’autonomia sociale, lo spazio dei diritti ecc… La rappresentanza ha dunque un suo spazio, ma la democrazia sostanziale cui pensavano i costituenti è più ampia ed estesa e il popolo sovrano agisce nelle forme plurali, ciascuna delle quali con il proprio limite, della Costituzione.

È ancora attuale il progetto di democrazia fondata sul lavoro posto alla base della nostra Costituzione?
È un progetto attualissimo e anzi, se fosse ben interpretato, risponderebbe proprio alla sensibilità e alle sollecitazioni che vengono dai cittadini oggi. Con democrazia fondata sul lavoro i costituenti intendevano infatti che la democrazia non si fonda su una rigida separazione tra sfera pubblica e sfera privata, rotta solo dall’esercizio occasionale e intermittente del diritto di voto, ma vive di una partecipazione feriale dei cittadini alla costruzione della convivenza. Il lavoro è infatti espressione sintetica che abbraccia ogni contributo che il cittadino può dare alla costruzione della società: nell’impegno professionale, nel tempo di cura e perfino nel tempo libero. Lo dice chiaramente l’art. 4 della Costituzione. E lo conferma l’art. 118 della Costituzione a proposito del principio di sussidiarietà, per il quale le istituzioni devono promuovere il contributo che i cittadini possono dare alla cura dell’interesse generale. La democrazia fondata sul lavoro è allora l’aspirazione a una integrazione più profonda tra forme e tempi della vita sociale e la Repubblica democratica. Se non è attuale questo riferimento, cosa lo è?

In che modo le autonomie locali e i luoghi della partecipazione civica possono contribuire a generare una nuova forma di cittadinanza?
Le autonomie locali sono, nella nostra Costituzione, uno dei luoghi fondamentali dell’integrazione tra sfera istituzionale e partecipazione dei cittadini. Basta guardare l’art. 5 nella sua profonda e inattuata potenzialità. A maggior ragione questo è vero oggi, anche se la battaglia autonomistica è stata abbandonata da quasi tutti i partiti (e bisognerebbe chiedersi perché…). Le autonomie sono la palestra e il vettore privilegiato della partecipazione. Io non credo, come molti sostengono, che la partecipazione dei cittadini sia evaporata. Essa ha piuttosto cambiato forme e aspetto. Una volta si trattava di una partecipazione fortemente strutturata attorno ad architetture ramificate e solide, iscritte in mondi vitali forniti di ideologie e di coerenti terminali partitici. Oggi la partecipazione è molto più destrutturata e fluida e soprattutto diffidente, al limite dell’ostilità, verso i partiti. Emerge ad esempio un fenomeno nuovo ed emblematico: il volontariato individuale, sconnesso cioè dall’appartenenza a organizzazioni stabili. I cittadini sono ancora disposti a farsi ingaggiare nella cura del bene comune, ma stando alla larga dai partiti. Chi può intercettare questa disponibilità dei cittadini alla cura concreta dei beni comuni se non gli enti locali? Proprio i Comuni sono il livello strategico su cui insistere per riattivare un circuito virtuoso di collaborazione tra cittadini e istituzioni.

Su quali basi è dunque possibile ravvivare la democrazia?
Occorrerebbe anzitutto smetterla con le attese messianiche di leader che risolvano, con una (la loro) decisionalità singolare e spiccia, la complessità del reale. Occorre abbandonare questo dannoso e pervicace costume di delega e riattivare i circuiti della collaborazione cittadini-istituzioni a cominciare dalle città, sorgente di democrazia e crogiuolo delle trasformazioni sociali. In molti casi questo sta già avvenendo. Si pensi ai regolamenti sui patti di collaborazioni adottati da moltissimi Comuni. O alle innovative forme di collaborazione istituite dai Comuni stessi (Bergamo, ad esempio, a cui ho personalmente collaborato) dopo il tramonto delle fallimentari circoscrizioni di decentramento amministrativo. In questi ambiti già si esprime una cittadinanza ricca e vitale, sempre meno coincidente con il recinto stretto dei titolari del diritto di voto e di una definizione legale dello status di cittadino, ancorato al criterio soffocante dello jus sanguinis. In questi ambiti, che sembrano interstiziali e marginali, già si esprimono anche molti giovani. Si deve cercare la partecipazione dove essa effettivamente c’è e smetterla con la posa nostalgica di un introvabile buon tempo antico; rimettere al centro della scena il margine e cioè le autonomie locali; e… riformare i partiti, obbligandoli a una struttura interna democratica, affinché i partit stessi tornino a fare i conti con la base.

Quale futuro per la democrazia?
Il libro è animato da un messaggio di speranza. La democrazia è vitale e i cittadini sono ancora e anzi, oggi forse ancor di più, disponibili alla cura concreta del bene comune. La partecipazione c’è e si muove a distanza di sicurezza dal potere e dai partiti. Le istituzioni devono incoraggiare questa partecipazione e non usarla o mortificarla con subdole promesse miracolistiche o richieste di deleghe. I cittadini sono più di quelli che la legge è disposta a riconoscere… E la partecipazione è più ricca di quella che soprattutto i partiti, ma le stesse istituzioni riescono a intercettare.

Filippo Pizzolato è professore ordinario di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Padova; insegna Dottrina dello Stato presso l’Università Cattolica di Milano. Nella sua città, Bergamo, è attivo nella formazione socio-politica dei giovani all’interno della Scuola We Care (http://www.scuolawecare.it/) che ha contribuito a fondare. Si è occupato di numerosi temi: sussidiarietà, principio di fraternità, autonomie locali, diritti sociali, rappresentanza politica, diritti dei consumatori.

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