“I segni della fine. Storia di un predicatore nell’Italia del Rinascimento” di Michele Lodone

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Dott. Michele Lodone, Lei è autore del libro I segni della fine. Storia di un predicatore nell’Italia del Rinascimento edito da Viella: chi era Francesco da Montepulciano e come si sviluppò la sua attività di predicatore?
I segni della fine. Storia di un predicatore nell’Italia del Rinascimento, Michele LodoneÈ una domanda insieme semplice e molto difficile. Una risposta breve potrebbe essere: Francesco da Montepulciano era un frate francescano, nato nel 1476 e morto nel 1513. Agli studi sul Rinascimento e sulla storia delle idee apocalittiche è noto per le sue spaventose prediche apocalittiche tenute a Firenze alla fine del 1513, poco prima di morire.

Tuttavia dire che Francesco da Montepulciano era un predicatore apocalittico attivo a Firenze negli anni, densi di inquietudini profetiche, successivi all’influente predicazione di Girolamo Savonarola (salito sul rogo nel 1498), coglie solo una parte della verità. Pochi mesi prima di arrivare a Firenze, Francesco fu predicatore di pace in una città dilaniata dai conflitti civili come Assisi. Questa è una prova della grande capacità di quei professionisti della parola che erano i predicatori di adattarsi al contesto, agli orizzonti di attesa degli uditori. Sia ad Assisi sia a Firenze, in moltissimi ascoltarono le prediche di Francesco da Montepulciano, in generale con grande partecipazione emotiva. Un notaio, nella patria di san Francesco, ratificò inoltre le paci tra famiglie rivali promosse dal frate di Montepulciano.

Ma prima ancora che predicatore Francesco era stato un riformatore del proprio ordine. Frate minore conventuale in anni in cui la corrente riformatrice dell’ordine, l’Osservanza, aveva ormai preso il sopravvento su quella conventuale (ritenuta dagli osservanti ‘irriformabile’), Francesco si mise controcorrente. Cercò infatti di riformare i francescani conventuali, invitandoli a una vita di rigorosa povertà e ascetismo, secondo il modello eremitico, ma senza aderire all’Osservanza, ormai maggioritaria ed egemonica anche a livello ecclesiastico e politico. I Cappuccini, che pochi anni dopo la sua morte proposero una nuova e ‘definitiva’ riforma dell’Ordine francescano con l’intenzione di tornare all’originaria proposta cristiana di san Francesco, videro in frate Francesco da Montepulciano un profeta e un precursore.

Infine, oltre che frate francescano, predicatore apocalittico, pacificatore e riformatore, Francesco da Montepulciano fu anche un ‘servo di dio’, cioè quasi un beato. Molti anni dopo la sua morte, nel 1766, fu al centro infatti di un processo di beatificazione. Il processo si fermò dopo il primo grado, con esito positivo, ed era stato promosso da un’importante famiglia di Montepulciano, i Cervini. Questi avevano dato alla Chiesa un papa, Marcello II, e in Francesco da Montepulciano videro – a quanto pare inventando una genealogia storicamente improbabile – un antenato degno, per santità di vita, del futuro, austero papa, che restò sul soglio pontificio per appena 22 giorni, tra il 9 aprile e il 1° maggio 1555.

Di quale episodio si rese protagonista il frate il 18 dicembre 1513?
Di una predica che impressionò molto il pubblico. Siamo a Firenze, e nonostante la fredda giornata invernale, il popolo è accorso numeroso nella basilica francescana di Santa Croce. Francesco è lì per predicare durante l’Avvento, ed è conosciuto come frate carismatico, austero e vestito di sacco come un eremita. Al di là di questa aura carismatica, di lui i fiorentini sanno poco altro: che si chiama Francesco, e che è originario di Montepulciano (un paese oggi in provincia di Siena, ma allora soggetto a Firenze).

Francesco da Montepulciano annuncia allora una serie di sciagure che presto colpiranno Firenze e Roma ­– dove pochi mesi prima si è insediato il nuovo papa Leone X, ovvero il fiorentino Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Il frate profetizza che il re di Francia, tradizionale alleato dei fiorentini, sarà spazzato via da un malvagio imperatore e da un falso papa. Le città andranno a fuoco, le chiese saranno distrutte, falsi profeti inganneranno il popolo con finti miracoli. Due milioni di diavoli, scatenati dall’inferno, sconvolgeranno il mondo resuscitando i morti già seppelliti e compiendo altri prodigi terribili. Il sangue inonderà le strade, in uno scenario apocalittico di guerre civili e stragi fratricide.

Il predicatore accompagna le parole con i gesti. Recita con voce ora spaventosa ora rassicurante, in modo da toccare tutte le corde emotive dell’uditorio. E gli ascoltatori non si limitano ad ascoltare: sono chiamati in causa direttamente, più volte, in una performance collettiva che vede, alla fine, il predicatore e il pubblico inginocchiati, in lacrime, invocare la misericordia divina.

Quali emozioni e reazioni suscitò nei fiorentini la predica?
Anzitutto il pianto, le lacrime di penitenza e il desiderio di lavare i propri peccati, di chiedere a Dio misericordia e di rinviare i suoi giusti castighi. Un cronista devoto come Giovanni Cambi ha colto in pieno l’obiettivo della predica di Francesco da Montepulciano: l’invito alla penitenza attraverso una sequenza di emozioni vissuta e ‘rappresentata’ dal pubblico insieme al predicatore. Una sorta di copione emotivo che andava dalla paura della tribolazione al pentimento e alla vergogna, dalla sofferenza descritta indulgendo sui particolari più terribili all’apertura finale alla speranza e al conforto.

Ma altri osservatori sono meno attenti o sensibili al significato della performance apocalittica del francescano. Il domenicano Vincenzo Mainardi (ammiratore e seguace del confratello Savonarola) si soffermò sull’aspetto fisico di Francesco, sul suo abito corto e malandato, sulla sua scarsa cultura e sulle espressioni irriguardose nei confronti delle autorità, limitandosi a un cenno all’invocazione finale di Francesco alla misericordia di Dio. Secondo Mainardi tutto questo era avvenuto nell’indifferenza generale, con l’eccezione di poche donne impressionate da un’eloquenza in realtà rozza e ridondante.

Le reazioni, insomma, furono molto diverse: spesso impaurite per le imminenti sciagure, talvolta aperte alla speranza in una futura riforma della Chiesa, o nella misericordia divina; ma in altri casi semplicemente diffidenti per una retorica considerata ‘demagogica’ e inutilmente allarmista.

Come commentò Niccolò Machiavelli le predizioni di Francesco da Montepulciano?
Machiavelli commentò i fatti in una lettera a Francesco Vettori, scritta il 19 dicembre (il giorno dopo la predica più spaventosa del frate). Machiavelli – che proprio in quelle settimane stava lavorando al Principe – non aveva ascoltato la predica, ma riferì all’amico Vettori, allora residente a Roma presso corte papale, quanto aveva saputo dei suoi contenuti e del suo stile profetico.

La lettera di Machiavelli è carica di ironia, in particolare, per le predizioni di Francesco da Montepulciano sulla rovina del re di Francia (in quel momento l’autore del Principe era convinto che la monarchia francese fosse la più solida d’Europa). Si sofferma anche, maliziosamente, sui particolari raccapriccianti e infernali delle sue profezie (particolari da cui il Machiavelli comico traeva divertita ispirazione). Ma non tutti i fiorentini condivisero il beffardo scetticismo di Machiavelli.

Che connessione esisteva tra il francescano e Girolamo Savonarola?
La predicazione di Girolamo Savonarola, soprattutto tra 1494 e 1498, aveva riscosso a Firenze un enorme successo, costringendo il papa e gli avversari politici del frate a correre ai ripari, sino a far processare e condannare a morte il frate con due suoi fedeli seguaci. Negli anni seguenti la sua morte, il suo fantasma continuò tuttavia ad aggirarsi per la città, mentre uno stuolo di predicatori itineranti attraversava l’Italia per invitare il popolo alla penitenza.

Francesco da Montepulciano non era il primo profeta a predicare a Firenze dopo la condanna di Savonarola, il 23 maggio 1498. Morto Savonarola, i fiorentini avevano ascoltato con preoccupazione o con fiducia le minacce di altri domenicani come Simone Cinozzi, che annunciava a Firenze il castigo divino per l’ingiusta condanna del frate; di profeti improvvisati come Martino, detto il pazzo di Brozzi, che per lo stesso motivo ripeteva che Dio avrebbe inviato un flagello su Roma e su Firenze; dell’orafo Pietro Bernardino, a capo di una setta radicale – detta degli ‘Unti’ – che viveva in povertà e si asteneva dai sacramenti, nell’attesa dell’imminente rinnovazione della Chiesa predetta dal profeta di San Marco.

Ma a differenza di questi e di altri personaggi, Francesco da Montepulciano non fece mai riferimento a Savonarola. Non solo: il suo discorso apocalittico e penitenziale, ricalcato sulla ‘piccola apocalisse’ pronunciata da Cristo nel capitolo 24 del Vangelo di Matteo, aveva ben poco in comune con la profezia di riforma del profeta di San Marco, che era un’applicazione politica, incentrata sul mito di Firenze come nuova Gerusalemme, della concezione di profezia propria della tradizione tomista. L’associazione tra Francesco da Montepulciano e Savonarola, proposta da diversi ascoltatori e copisti della predica, dipendeva più dall’orizzonte di attesa di questi che da un nesso diretto tra i due predicatori.

Quali vicende hanno segnato la trasmissione materiale del testo dell’unica predica di Francesco sopravvissuta?
Il testo della predica fu stampato sei volte nel corso del Cinquecento, e copiato in almeno una quindicina di manoscritti. Delle edizioni della predica restano copie in diverse biblioteche europee e statunitensi, mentre i codici sono conservati per lo più nelle biblioteche fiorentine. Nel libro queste stampe e questi codici sono rintracciati per la prima volta, e studiati con l’obiettivo di comprendere le scelte più o meno consapevoli di chi decise di trascrivere la predica, preservarla o metterla in circolazione.

Il testo del sermone fu letto da alcuni come un discorso profetico attuale, da altri (specialmente dopo la metà del Cinquecento) come un’operetta penitenziale senza tempo, da altri ancora come curiosa testimonianza di credenze del passato.

Le antologie o collezioni in cui è inserito mostrano che il testo era talvolta copiato insieme o associato ad altre profezie non solo di Savonarola, ma anche del beato Amadeo Menez da Silva, un francescano portoghese morto pochi anni prima, confessore del papa Sisto IV; di santa Brigida di Svezia, una importante visionaria vissuta nella seconda metà de Trecento; di Vicent Ferrer, un predicatore domenicano attivo negli ultimi anni del grande Scisma di Occidente, e noto soprattutto per le sue prediche sulla nascita dell’Anticristo. Ancora una volta, si tratta di associazioni significative più dell’orizzonte culturale dei lettori, che della cultura e delle intenzioni dell’autore.

Quali erano invece gli obiettivi e i riferimenti del discorso di Francesco da Montepulciano?
La sensibilità dei fiorentini per profezie e predizioni di ogni tipo precedeva in realtà Savonarola stesso, e aveva influito anche sulla sua vocazione profetica. È quasi ovvio che Francesco da Montepulciano, arrivato a Firenze, scegliesse dunque una linea apocalittica, per rispondere a tale sensibilità. Ma non è detto che le coordinate culturali del frate fossero identiche a quelle del suo pubblico. Per ricostruirle è necessario trovare riscontri testuali precisi, che abbiano il valore di prove.

I testi provano senza dubbio che la tradizione profetica cui Francesco attingeva era interna al suo Ordine, l’Ordine francescano. Durante gli studi, nel silenzio degli eremi o in qualche biblioteca conventuale Francesco aveva letto le opere di Angelo Clareno (c. 1255-1337), punto di riferimento degli ‘spirituali’ italiani; di Giovanni di Rupescissa (Jean de Roquetaillade, c. 1310-1366), vorace lettore, compilatore e divulgatore di profezie; forse anche del fantomatico eremita calabrese Telesforo da Cosenza, sotto il cui nome fu pubblicato nel 1386 un libro di profezie destinato a grande fortuna.

Non si trattava di una tradizione francescana ufficiale, ma di idee sviluppatesi ai margini dell’istituzione o in contrasto con essa, di profezie e credenze nate e sopravvissute all’ombra delle persecuzioni. La vita di Clareno è costellata di imprigionamenti, fughe e periodi di clandestinità. Rupescissa trascorse in carcere oltre vent’anni. L’autore che si firmò con lo pseudonimo di Telesforo (‘colui che annuncia la fine’), ritenne prudente nascondere la propria vera identità. Ma è da questi autori che Francesco da Montepulciano trasse la trama del proprio discorso, fondato su Matteo 24 e sull’imminenza di violenze e persecuzioni che avrebbero messo a dura prova anche gli eletti, ovvero i pochi giusti rimasti al mondo.

È da questi autori che il predicatore trasse anche i segni che annunciavano la grande tribolazione: in una profezia attribuita da Clareno a san Francesco egli poteva incontrare la figura di un papa non canonicamente eletto; in una riscrittura di Rupescissa (sotto forma di rivelazione di Cristo a san Francesco) poteva leggere di un malvagio imperatore discendente di Federico e della casa di Aragona, che avrebbe sconfitto e annientato il re di Francia.

Ed è possibile anche chiudere il cerchio: queste profezie francescane circolavano infatti anche a Firenze, dove nel XIV e ancora nel XV secolo era presente una comunità piuttosto larga di ‘fraticelli’, legati agli ideali rigoristi ed apocalittici dei cosiddetti spirituali francescani e presto condannati come eretici.

Michele Lodone è Marie Curie Global Fellow presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la University of Chicago. È autore di Invisibile come Dio. La vita e l’opera di Gabriele Biondo (Pisa, 2020).

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