I segnali discorsivi, Andrea SansòProf. Andrea Sansò, Lei è autore del libro I segnali discorsivi edito da Carocci: innanzitutto, cosa sono i segnali discorsivi?
I segnali discorsivi sono elementi onnipresenti nelle nostre conversazioni quotidiane. Quando, in un dialogo, ci capita di prendere la parola e di utilizzare un’espressione come senti, ma… stiamo utilizzando una sequenza di due segnali discorsivi. Il primo, senti, ci serve a richiamare l’attenzione dell’interlocutore. Il secondo, ma, è un elemento che in questo contesto non ha il valore avversativo che conosciamo dalla grammatica (come in non è bello, ma è simpatico), ma funziona come segnale di presa di turno. Quando ci capita di concludere un turno di parola con espressioni come no? o capito? stiamo, ancora una volta, utilizzando dei segnali discorsivi, che hanno questa volta la funzione di cedere il turno e di chiedere all’interlocutore una conferma a quanto abbiamo detto. Ancora: se interrompo qualcuno con espressioni come caspita o come no! sto utilizzando dei segnali discorsivi che hanno la funzione di rinforzo. Quando, durante una lezione, uno studente mi interrompe e, dopo aver risposto alla sua domanda, riprendo il filo del discorso, utilizzerò espressioni come bene, dunque, quindi, che mi servono a riprendere un argomento che avevo introdotto prima (in linguistica si utilizza un termine più specifico, che è topic: i segnali discorsivi bene, dunque e quindi hanno appunto, tecnicamente, la funzione di “ripresa di un topic“). Se sto parlando con qualcuno e all’improvviso mi viene in mente qualcosa che non ha molto a che fare con ciò di cui si sta parlando, posso introdurlo con espressioni come tra parentesi, o a proposito: si tratta di elementi che segnalano l’inizio di una digressione rispetto alla linea dialogica principale. Se ho espresso male un concetto e voglio correggermi, posso utilizzare espressioni come cioè, in altre parole, voglio dire, nel senso: si tratta dei riformulatori, una sottoclasse di segnali discorsivi.

Insomma, i segnali discorsivi sono tutte quelle espressioni che ci servono a strutturare il discorso. Nella letteratura specialistica, si dice che i segnali discorsivi hanno funzione procedurale, proprio perché indicano all’ascoltatore la “procedura” che questi deve mettere in atto per interpretare correttamente i segmenti di dialogo in cui sono presenti i segnali discorsivi. Quando noi parliamo, lo facciamo per trasmettere contenuti ai nostri interlocutori, per fare riferimento a oggetti e eventi nel mondo. Ma perché l’informazione e il contenuto siano trasmessi in maniera chiara ed efficace è necessario disporre di un armamentario di espressioni che ci servono a incanalare il flusso di informazioni, a segnalare ai nostri interlocutori che funzione ha, nell’economia generale del discorso, quello che abbiamo detto o che stiamo per dire. Queste espressioni sono appunto i segnali discorsivi.

Quali funzioni svolgono nell’economia generale del testo?
La funzione procedurale alla quale accennavo prima si articola in una serie piuttosto complessa di sotto-funzioni. Si dice normalmente che i segnali discorsivi svolgono funzioni interazionali, metatestuali e cognitive. Al di là dei tecnicismi, significa che i segnali discorsivi si utilizzano per marcare i punti salienti dell’interazione (presa del turno di parola, cessione del turno di parola, richiesta di accordo, richiesta di attenzione, ecc.), la strutturazione generale del dialogo (introduzione e ripresa di un topic, riformulazione, introduzione di una digressione, esemplificazione, ecc.), e i processi cognitivi che avvengono mentre si sta parlando (ad esempio l’inferenza).

Un aspetto piuttosto interessante è che un singolo segnale discorsivo può svolgere più funzioni a seconda del contesto in cui è utilizzato. Prendiamo il caso di allora: se dico allora, che mi racconti? sto utilizzando allora come segnale di presa di turno; se dico allora, tornando a noi lo sto utilizzando come segnale di ripresa di un topic. Immaginiamo infine il breve dialogo seguente:

A: nel 2017 o nel 2018?
B: nel 2018!
A: ah, due anni fa, allora

In questo caso, allora funziona come marcatore di un’inferenza, una funzione di tipo cognitivo.

Quali peculiarità presentano i processi diacronici che portano alla loro nascita?
I processi di nascita dei segnali discorsivi sono processi piuttosto veloci, e lo studio della loro diacronia è reso complesso dal fatto che questi elementi sono più frequenti nella lingua parlata che nella lingua scritta. La conseguenza è che molto spesso non siamo in grado di capire esattamente come nascono e come si sviluppano. Ancora più interessante dei processi di nascita dei segnali discorsivi, che sicuramente appassionano più gli specialisti che i lettori colti, sono i processi di obsolescenza che colpiscono questi elementi. Negli anni ’80 esisteva un settimanale per giovani adolescenti che si chiamava “Cioè”. Il titolo della testata era un riferimento all’uso sovrabbondante di cioè nel parlato degli adolescenti di quegli anni, che lo usavano praticamente per tutto, spesso addirittura come puro e semplice riempitivo. Se ascoltiamo gli adolescenti di oggi, non troveremo così tanti casi di cioè nella loro lingua parlata: l’uso di cioè è andato declinando nel corso degli anni, e oggi gli adolescenti, con la stessa sovrabbondanza, utilizzano un altro segnale discorsivo, tipo.

Quale variabilità sugli assi di variazione sociolinguistica caratterizza i segnali discorsivi?
Essendo espressioni particolarmente frequenti nella lingua parlata, è facile che i segnali discorsivi diventino degli elementi tipici del modo di parlare di una certa classe di parlanti, individuata sui principali assi di variazione sociolinguistica. Partiamo dal caso più semplice e immediato: un parlante di origini meridionali per strutturare il discorso può utilizzare vabbuò, un parlante bergamasco e un parlante ligure per esprimere sorpresa possono utilizzare, rispettivamente, pota o belin. C’è, dunque, una forte variazione regionale nell’uso di questi elementi. Ma il luogo di origine del parlante non è l’unico asse di variazione. Ci sono, come abbiamo già sottolineato, segnali discorsivi tipici del parlato adolescenziale e meno frequenti nel parlato degli adulti (cioè in italiano, ma si pensi anche all’uso di like tra gli adolescenti inglesi), e segnali discorsivi che caratterizzano il parlato delle classi sociali più alte o di quelle più basse. Si può forse dire che – attraverso l’uso dei segnali discorsivi – un parlante si caratterizza (in modo più o meno consapevole) come appartenente a una specifica classe di parlanti. Un po’ come l’accento che abbiamo quando parliamo, che rivela molte cose di noi ai nostri interlocutori.

Quale importanza rivestono nelle situazioni di contatto tra lingue?
Nelle situazioni di contatto tra le lingue e, soprattutto, nelle situazioni di bilinguismo diseguale (in cui, cioè, le varietà in contatto non godono dello stesso prestigio), possono verificarsi due fenomeni, di segno opposto ma che rispondono, per certi versi, alla stessa logica. Può capitare, ad esempio, che i parlanti di una lingua minoritaria utilizzino i segnali discorsivi della varietà di maggior prestigio, come avviene ad esempio tra i parlanti di ladino fassano che utilizzano sistematicamente i segnali discorsivi dell’italiano. Oppure può capitare che della lingua minoritaria restino vitali solo i segnali discorsivi, mentre il resto della conversazione si svolge nella lingua dominante: è il caso di Gibilterra, dove i parlanti, specie i più giovani, utilizzano l’inglese nella conversazione ma ricorrono a segnali discorsivi castigliani come mira o sabes. Entrambi questi fenomeni mostrano però un fatto fondamentale, cioè che i segnali discorsivi rappresentano un sistema a sé stante rispetto al resto della grammatica, tanto è vero che è possibile utilizzare sistematicamente e regolarmente i segnali discorsivi di una varietà linguistica all’interno di una conversazione in una lingua diversa senza difficoltà e senza risultare bizzarri.

Andrea Sansò è professore associato di Linguistica all’Università degli Studi dell’Insubria (Como)

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