I romanzi distopici più belli di sempre

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Illuminanti, geniali, spesso inquietanti: i romanzi distopici non sono solo fughe di fantasia verso mondi inventati, ma anche avvertimenti su come il nostro mondo potrebbe diventare in un futuro in cui i lati peggiori dell’umanità non venissero adeguatamente controllati.

In un elenco dei più intriganti romanzi distopici non possono mancare i due capolavori di George Orwell, La fattoria degli animali e 1984.

Ne La fattoria degli animali gli animali di Manor Farm organizzano una rivolta contro gli umani, ma la loro libertà dura solo un breve istante prima che si instauri una nuova tirannia. Dopotutto, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri”. In 1984 invece il protagonista, Winston Smith, vive in una versione della Gran Bretagna diventata stato totalitario: la sorveglianza del Grande Fratello, che può monitorare tramite un teleschermo ogni istante delle vite dei cittadini, è costante e ineludibile.

Anche in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, ambientato in un lontano futuro, i protagonisti vivono in uno stato totalitario in cui i libri vengono bruciati, perché “un libro è una pistola carica”, e la parola scritta e il pensiero critico sono banditi, in modo da poter meglio controllare le masse.

Il racconto dell’ancella, di Margaret Atwood, ci porta alla fine del ventesimo secolo, in un mondo devastato da guerre e inquinamento in cui si è insediata una teocrazia totalitaria che ha in breve tempo asservito completamente le donne agli uomini, impiegandole al solo scopo di procreare. Nonostante siano trascorsi pochi anni da quando la teocrazia si è insediata, nessuno sembra più ricordare il mondo com’era prima: “La normalità […] significa ciò cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po’ di tempo lo sarà. Diventerà normale.”

La riproduzione è completamente snaturata anche ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley: ci troviamo nell’2540 d.C. e i cittadini, geneticamente modificati, spensierati e ben nutriti, vivono solo in quanto ingranaggio di una società schiava della produzione e del consumo. Al contrario di quanto accade in Fahrenheit 451, qui non serve ricorrere a tortura e intimidazione per soggiogare le persone, perché “uno Stato totalitario davvero efficiente è quello in cui l’onnipotente potere esecutivo dei capi politici e il loro corpo manageriale controllano una popolazione di schiavi che non devono essere costretti ad esserlo con la forza perché amano la loro schiavitù”.

Anche in Arancia meccanica di Anthony Burgess il futuro è da incubo e l’adolescente Alex imperversa con la sua banda di amici compiendo furti, stupri e omicidi fino a quando le autorità non lo catturano e tentano di rimetterlo in riga attraverso una serie di terapie. Ma i metodi di correzione imposti ad Alex sono come minimo discutibili e fanno riflettere su quali siano le tecniche che la società impiega nel cercare di manipolare gli individui.

Droghe psichedeliche, computer simili a divinità e ingegneria genetica sono gli ingredienti di Tutti a Zanzibar, romanzo fantascientifico distopico scritto da John Brunner. Il tema centrale è la sovrappopolazione (“Un rompicacciaballe ha testè calcolato che, assegnando ad ogni femmina, maschio e pupetto uno spazio di trenta per sessanta centimetri, potremmo star piantati tutti quanti sui milleseicentocinquantotto chilometri quadrati di superficie dell’isola di Zanzibar”) e i dilemmi etici e le conseguenze psicologiche da essa generati.

Il silenzio di Don DeLillo si concentra invece su un’altra minaccia che potrebbe incombere sul mondo moderno. A causa di un improvviso blackout, tutta la tecnologia digitale scompare all’improvviso, così come ogni tipo di schermo, dal computer, al televisore al cellulare. Come reagirebbe l’umanità a una situazione simile, un’umanità ormai talmente assuefatta agli schermi da non provare “più meraviglia, più curiosità, il senso dell’orientamento gravemente compromesso”?

Nel romanzo La strada, uno dei più celebri di Cormac McCarthy, l’ambientazione è una terra post-apocalittica e devastata. Due sopravvissuti, padre e figlio, vagano con i loro pochi averi senza alcuna speranza apparente se non quella di rifugiarsi nei ricordi del mondo prima dell’apocalisse nucleare. “Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.”

Anche nel capolavoro di Philip K. Dick, Il cacciatore di androidi, i lettori vengono catapultati in un mondo post-apocalittico in cui le condizioni sulla terra sono state rese invivibili. Qui vivono androidi, creature artificiali quasi completamente simili agli umani: ma in che cosa consiste la differenza tra gli androidi e gli uomini. Che cos’è, in sostanza, che ci rende umani? La medesima domanda è il fulcro del più recente romanzo del premio Nobel Kazuo Ishiguro, Klara e il sole. In una versione degli Stati Uniti distopica i progressi scientifici sono sempre più consistenti e sempre più controversi. I genitori possono decidere che i propri figli siano sottoposti a un trattamento di modificazione genetica chiamato “lifting” che permette di aumentare prospettive accademiche e prestigio sociale. Il trattamento è rischioso, ma i bambini che non vi sono sottoposti sono ostracizzati dalla società.

Perché leggere romanzi distopici, quindi? Perché farsi invischiare in mondi futuri tetri, in cui le persone sono costrette a confrontarsi con realtà devastanti, governi totalitari, pandemie, cambiamenti climatici o uso insensato della tecnologia?

Come confessa Margaret Atwood a proposito della sua scoperta de La fattoria degli animali all’età di nove anni, “l’intera esperienza [di lettura] è stata profondamente inquietante, ma sarò per sempre grata a Orwell per avermi avvisata in anticipo dei pericoli a cui da allora ho cercato di prestare attenzione”. Perché è questo che i migliori romanzi distopici fanno: metterci in guardia. Oltre che, naturalmente, intrattenerci e divertirci

Silvia Maina

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