“I rapporti giuridici fra lo Stato e la Chiesa in Germania. Lineamenti di diritto ecclesiastico” di Lorenzo Trapassi e Andrea Francia

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Dott. Lorenzo Trapassi, Lei è autore con Andrea Francia del libro I rapporti giuridici fra lo Stato e la Chiesa in Germania. Lineamenti di diritto ecclesiastico, edito da Giappichelli: in che modo le relazioni tra realtà religiose e autorità politiche tedesche possono costituire un paradigma fecondo a livello internazionale?
I rapporti giuridici fra lo Stato e la Chiesa in Germania. Lineamenti di diritto ecclesiastico, Lorenzo Trapassi, Andrea FranciaGrazie per questa domanda, che tocca il centro del nostro libro, i cui contenuti – desidero precisarlo subito – non sono riconducibili alla mia Amministrazione, il Ministero degli Esteri, come pure questa intervista ha carattere personale. L’interazione fra confessioni religiose e autorità pubbliche in Germania rappresenta per almeno due motivi un modello virtuoso, che potrebbe servire da ispirazione anche in altri contesti del mondo contemporaneo. Da un lato, perché il modello tedesco assicura alle chiese cattolica ed evangelica parità di trattamento dinanzi alla legge sotto ogni punto di vista, dall’insegnamento religioso agli aspetti di natura finanziaria; naturalmente, analoga libertà è riconosciuta a tutte le altre fedi, così come in Germania è garantito il rispetto dei cittadini che non si riconoscano in alcun credo religioso. Dall’altro lato, il modello tedesco permette alle chiese di contribuire allo sviluppo della società e dell’economia del Paese, consentendo loro lo svolgimento di servizi di pubblica utilità come l’educazione dei giovani e la cura degli anziani, con ricadute positive per l’intera collettività, a prescindere dalle appartenenze religiose degli individui. Quello tedesco è dunque un modello di grande interesse, soprattutto in un’Unione Europea che il fenomeno migratorio sta rendendo sempre più un continente multietnico e multireligioso, alla ricerca quindi di soluzioni adatte alla convivenza di confessioni diverse negli Stati che, fino a poco tempo fa, si erano adattati da secoli a modelli monoconfessionali o, al massimo, biconfessionali come in Germania.

La Germania può dirsi un Paese laico?
È proprio partendo da una domanda così che ho pensato di scrivere questo libro, assieme all’amico e collega Andrea Francia, che desidero ringraziare per il nostro splendido lavoro di squadra. Conoscevo la Germania sin da quando ci andavo per studiare tedesco, quindi prima di prestare servizio all’Ambasciata d’Italia a Berlino – dove ho lavorato dal 2017 al 2020 – ma è soltanto vivendoci che mi sono fatto un’idea della laicità dello Stato in Germania.

Ma vengo al punto, ci tengo a non eludere una domanda così interessante: se per laico intendiamo uno Stato che non discrimini alcun credo religioso, certamente la Germania lo è. Ed è un Paese laico anche per lo stile di vita della società tedesca: ad esempio, è un Paese dove le comunità LGBTQ+ possono esprimersi più liberamente che altrove. Ma ciò non si significa che la Germania sia uno Stato indifferente al fenomeno religioso, tutt’altro: alla tutela della libertà di culto sono infatti dedicati diversi articoli della Costituzione, il Grundgesetz. Inoltre, la legislazione tedesca, sia a livello federale che locale, assicura il libero esercizio della fede dei cittadini in ogni forma, dall’educazione dei giovani alla tutela delle opere d’arte di proprietà ecclesiastica.

E poi, ci sono tanti segnali che ci fanno capire come in Germania sia ancora forte l’impronta religiosa nella società: avete mai provato a comprare qualcosa di domenica in una città tedesca? Troverete chiusi negozi e centri commerciali: la principale economia europea sembra ancora legata al rispetto del riposo domenicale osservato nell’Europa medievale. Senza dimenticare che in Germania tutte le cerimonie istituzionali – come quelle per commemorare la riunificazione del Paese, il 3 ottobre – sono aperte da un momento di preghiera ecumenico (Ökumenischer Gottesdienst) celebrato da ministri di culto cattolici e luterani nonché da rabbini. Insomma, le religioni si uniscono per pregare per il lavoro delle istituzioni laiche, considerate al servizio di tutta la collettività e quindi meritevoli di un sostegno tramite la preghiera. Lo abbiamo visto di recente ai telegiornali: lo scorso 26 ottobre, la solenne apertura del Bundestag, per la prima legislatura dopo le elezioni che hanno segnato la fine dell’era Merkel, è stata preceduta dalla preghiera ecumenica.

In cosa consiste il concetto di «diritto costituzionale della religione» che già da diversi anni si sta affermando nell’ordinamento tedesco?
Si tratta del complesso di regole che assicurano in primo luogo la libertà di credo religioso, ivi compresa la scelta di chi non intende aderire a nessuna confessione e in secondo luogo l’interazione fra le confessioni religiose e i pubblici poteri. Un tessuto normativo complesso che trova il suo fondamento a livello costituzionale e che permette alle chiese e ai Länder di stipulare accordi su materie di rilevanza locale e di competenza dei Länder stessi. Più in generale, il diritto costituzionale della religione è destinato a crescere per importanza in tutti gli Stati dell’Unione Europea, di pari passo con l’integrazione di comunità di cittadini di origine straniera portatori di religioni diverse da quelle dei Paesi verso i quali emigrano. Direi anzi che è proprio questo piano normativo uno degli elementi determinanti per assicurare non soltanto la mera tolleranza dei culti diversi da quelli tradizionalmente professati nei Paesi europei, ma per fare un passo in più verso l’efficace integrazione dei migranti.

Quali accordi hanno regolato i rapporti fra la Santa Sede e lo stato tedesco fino alla seconda guerra mondiale?
La stagione dei rapporti fra Chiesa cattolica e Stato tedesco fra la fine dell’800 e la prima metà del Novecento fu particolarmente travagliata. Dalla proclamazione del Secondo Impero di Bismarck (1871) fino alla Grande Guerra, la Santa Sede ha dovuto infatti fare i conti con una classe dirigente tedesca anticattolica e ostile all’esercizio della libertà religiosa. Paradossalmente a facilitare le relazioni tra la Santa Sede e il mondo germanico è stata la Grande guerra: la Germania, sconfitta e isolata, aveva bisogno di migliorare la propria proiezione internazionale e un’opzione diplomatica vantaggiosa apparve il dialogo con la Santa Sede, un soggetto internazionale che aveva incessantemente agito per una soluzione pacifica del conflitto. Grazie alla Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) e alla sua apertura alla libertà delle confessioni religiose, nonché all’opera diplomatica dell’allora Nunzio Eugenio Pacelli – poi eletto Papa Pio XII – la Santa Sede stipulò una serie di Concordati con gli Stati tedeschi. Pertanto, dopo i Concordati con la Baviera (1924), la Prussia (1929) e il Baden (1932), la strada per un Concordato a livello nazionale era spianata: l’accordo arrivò nel 1933 e fu uno dei primi atti internazionali del governo guidato da Adolf Hitler. Possiamo considerare il Concordato del 1933 – ancora vigente – come un lascito della pagina più buia della storia tedesca.

Come si articola l’attività pattizia tra le Chiese e i Länder?
Questo ambito costituisce uno degli aspetti più interessanti del rapporto fra la Santa Sede e l’ordinamento tedesco e, allo stesso tempo, un fattore differenziale rispetto al modello italiano, dominato dall’unico Concordato fra lo Stato e la Santa Sede. In Germania, vista la natura federale del Paese e l’ampia attribuzione di competenze ai Länder, sono molte le materie che le Chiese cattolica ed evangelica sono chiamate a disciplinare con accordi bilaterali. Solo nel caso della Chiesa cattolica, sono ben 49 gli accordi conclusi a livello di Land dal 1949, anno di nascita della Repubblica federale tedesca in materie di competenza dei Länder e di grande interesse pubblico, come la gestione di scuole, università e personale docente oppure nel campo dell’edilizia cimiteriale, della conservazione dei monumenti e dei beni culturali ecclesiastici.

Come si è evoluta la legislazione tedesca relativamente alla separazione fra Stato e Chiesa in materia matrimoniale?
Quella del matrimonio è una delle materie in cui si nota di più la separazione fra lo Stato e la Chiesa. L’avvento della riforma luterana ruppe il monopolio detenuto dalla chiesa cattolica sulla celebrazione dei matrimoni: dopo Lutero ogni chiesa riformata e ogni principato esistente in territorio tedesco poté legiferare in materia matrimoniale. Ne derivò quindi una netta separazione fra la celebrazione religiosa del matrimonio e la sua stipula dinanzi alle autorità laiche, con la conseguente necessità di procedere a due separate cerimonie per quanti intendessero sposarsi anche dinanzi ai ministri di culto cattolici o evangelici. Vi è di più: fino al 2009 la legislazione tedesca proibiva che il matrimonio religioso venisse celebrato prima di quello civile, stabilendo così una sorta di preferenza per la celebrazione laica delle nozze. Oggi questa proibizione è caduta, ma resta comunque in Germania la prassi di celebrare due cerimonie distinte, dinanzi al ministro di culto e dinanzi all’ufficiale di stato civile.

Ma anche in questo caso, in cui sembrerebbe netta la separazione fra autorità civile e sfera religiosa, resta in Germania una traccia di un passato in cui tale distinzione non c’era: anche se dal 1991 la legislazione tedesca ha soppresso l’obbligo della moglie di adottare il cognome del marito, molte donne seguono ancora l’uso di farsi chiamare col cognome del coniuge. Il caso più celebre è quello della Cancelliera: la Dottoressa Angela Merkel è nata Angela Kasner e Merkel è il cognome del suo primo marito, dal quale ha divorziato molti anni fa, eppure tutti la conosciamo così.

Come è regolata in Germania l’esposizione del crocifisso negli edifici pubblici?
Ecco un altro tema sul quale si dibatte spesso, non soltanto in Italia, quando ci si chiede se il crocifisso vada rimosso dalle pareti degli edifici pubblici in quanto lesivo della laicità delle istituzioni ovvero debba rimanervi in nome dei valori che esso rappresenta – in primis la fraternità fra gli esseri umani – i quali in buona parte plasmano ancora l’Europa sotto il profilo etico. Va detto subito che in Germania non esiste una normativa di rango federale che prevede l’esposizione del crocifisso nei locali appartenenti alle amministrazioni federali, con la conseguenza che questi ne sono sprovvisti. Ma, ancora una volta, è l’assetto federale del Paese a costituire una peculiarità del modello tedesco dei rapporti fra Stato e Chiese. Siccome sono i Länder a organizzare in autonomia gli edifici scolastici e le aule di giustizia, è alle legislazioni degli stessi Länder che dobbiamo fare ricorso per verificare se e in che misura il crocifisso sia ammesso. Di fatto, è il solo Land cattolico per eccellenza, la Baviera, a prevedere la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole e dei tribunali, pur con una giurisprudenza che, in caso di contenzioso circa la permanenza di tale simbolo religioso, è orientata nel senso della sua rimozione in nome della libertà di religione negativa, ossia la libertà di chi usufruisce delle aule stesse di non essere assoggettato all’esposizione di un simbolo di un credo religioso nel quale non si riconosce.

In che modo lo Stato tedesco sostiene le confessioni religiose?
La Germania, Stato laico ma, lo abbiamo visto, niente affatto indifferente alle religioni, è generosa nell’assegnare risorse finanziarie alle confessioni. Sono infatti diverse le fonti di finanziamento, sia federale sia da parte dei Länder, che sostengono le Chiese nello svolgimento dei servizi di pubblica utilità che esse assicurano in settori delicati come l’educazione dei giovani, la salute e la cura degli anziani, i servizi sociali, il sostegno ai migranti e alle persone con disabilità, nonché la cura pastorale dei detenuti o dei membri delle forze armate. Naturalmente non mancano di tanto in tanto polemiche politiche circa l’ammontare di questi finanziamenti, ma in linea generale prevale la consapevolezza che le Chiese stanno svolgendo servizi essenziali e a beneficio di tutti i cittadini, credenti e non, con il conseguente interesse della collettività a destinare a tali attività risorse pubbliche, sempre nel rispetto dei principi di neutralità e di parità che debbono caratterizzare sempre l’interazione dello Stato con le Chiese. Inoltre, il modello tedesco dei rapporti fra Stato e Chiese si distingue ancora una volta rispetto ad altri per via della “tassa ecclesiastica” (Kirchensteuer), uno strumento fiscale che ricorda molto la decima dell’epoca feudale. Si tratta di un’aliquota che lo Stato applica sull’imposta sul reddito dei cittadini e che le chiese percepiscono direttamente sulla base dell’appartenenza religiosa dichiarata dai contribuenti. Molto più denaro che l’8 per 1000 italiano quindi e, anche in questo caso, malgrado polemiche e diatribe, il sistema sembra funzionare per via dell’elevata trasparenza che caratterizza l’impiego di tali risorse da parte delle Chiese.

Lorenzo Trapassi è Consigliere di Legazione e Funzionario Vicario dell’Unità per la formazione della Direzione Generale per le Risorse e l’Innovazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

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