I promessi sposi di Alessandro Manzoni: una soap opera letteraria ambientata nel XVII secolo

I promessi sposi di Alessandro Manzoni è il romanzo storico più famoso e più letto tra quelli scritti in lingua italiana. È il manifesto rappresentativo del romanticismo italiano, nonché paradigma della cultura popolare, perché è stato concepito dall’autore per raggiungere la massa, avendo come protagonisti individui di ceto medio-basso e affrontando insegnamenti morali legati alla teologia cristiana per la quale le sorti dell’umanità gravitano tutte in seno alla Divina Provvidenza.
Ha dato, inoltre, un importantissimo contributo alla creazione di un italiano unitario e venne introdotto nelle scuole come testo di studio già nell’Ottocento.

Il romanzo vuole essere la testimonianza storica di com’era la vita nell’area lombarda, nei primi del seicento, sotto il dominio di un pessimo governo spagnolo, che fu causa di tremende ingiustizie sociali scaturite da una profonda ignoranza da parte del popolo e dai signori feudatari.

L’opera si apre con una ricca descrizione del territorio di Lecco, in cui vivono i protagonisti della storia, e introduce subito uno dei personaggi principali della commedia, il curato Don Abbondio. Il Manzoni ce lo descrive come figura pigra e codarda, che ha scelto la via della fede non per vocazione ma per assicurarsi un tetto sopra la testa e la pancia piena tutte le sere, paragonandolo a un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi in ferro. Si entra immediatamente nel vivo della vicenda nel momento in cui il nostro antieroe s’imbatte in due bravi dalle losche intenzioni, che gli intimano di annullare il matrimonio di Renzo e Lucia se voleva salva la pelle. I due sono mandati da Don Rodrigo, il signorotto del paese che aveva messo gli occhi sulla promessa sposa.

«Or bene, gli disse il bravo all’orecchio, ma in tono solenne di comando, questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.»

L’indomani, Renzo si reca dal curato – ancora provato dagli incubi – che gli annuncia questo cambio di programma, ma Renzo capisce subito che c’è sotto qualcos’altro e si reca da Perpetua, la serva del curato, che conferma il suo sospetto. Dopo aver rinviato gli invitati Lucia confessa a Renzo le pressioni di Don Rodrigo e Agnese, la madre di Lucia, suggerisce al giovane di consultare l’avvocato Azzeccagarbugli.

«All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle»

Per non mettersi contro Don Rodrigo, l’avvocato finge di fraintendere e scambia il giovane Renzo per il malfattore che vuole impedire le nozze e lo caccia dal suo studio. I due promessi dunque, chiedono l’intervento di padre Cristoforo, che parte in pellegrinaggio verso la tenuta del signorotto, ma una volta lì non riesce a smuoverlo di un millimetro. Un vecchio servo confessa al frate che il signorotto ha intenzione di rapire Lucia e, una volta riferito questo messaggio ai due sposi, Agnese propone un matrimonio clandestino.

È il momento della notte degli imbrogli, in cui tre azioni contemporanee si intrecciano: il tentativo di matrimonio clandestino di Renzo e Lucia, il tentativo di rapimento della giovane ordito da Don Rodrigo e il piano per far fuggire i protagonisti organizzato da padre Cristoforo. I due protagonisti, assieme ai testimoni Tonio e Gervaso, si presentano con una scusa a casa di Don Abbondio ma questo, capito l’inganno, dà l’allarme svegliando l’intero paese, costringendo i protagonisti alla ritirata. Eseguono la fuga ideata da padre Cristoforo e partono per Monza e Lucia, a bordo della barca che li trasporta al di là del lago, quasi trasognante, dà l’addio ai suoi monti.

«Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!…»

La monaca Gertrude ospita Agnese e Lucia, mentre Renzo, su ordine di padre Cristoforo, va a Milano per incontrare padre Bonaventura. Don Rodrigo viene a sapere che Lucia è a Monza, mentre Renzo giunge a Milano, ma si accorge subito che la città è in agitazione. La carestia è purtroppo una realtà più che concreta e il governo spagnolo non sa come gestire il disagio. Quando aumenta il prezzo del pane, il milanese giustamente si ribella e Renzo, incuriosito da tutto quel manifestare, segue la folla. Il popolo assedia la casa del Vicario, Renzo prova a placare l’animo dei più feroci che lo vorrebbero inchiodare al portone, ma arriva in soccorso il Cancelliere Ferrer che porta in salvo il Vicario. Renzo viene trascinato in una locanda e uno sbirro in borghese lo fa ubriacare, poi lo arrestano e lo portano in prigione. La folla lo riconosce e minaccia gli sbirri, consentendo così la fuga del giovane. Vorrebbe raggiungere Bergamo ma teme di essere riconosciuto lungo la strada. Dopo aver fatto tappa in una locanda a Gorgonzola, il giovane si affida alla Provvidenza e cammina di notte, nei boschi, trovando riparo in una capanna abbandonata nei pressi di un fiume. Un Barcaiolo lo aiuta ad attraversare il guado e Renzo raggiunge il cugino Bortolo, che lo accoglie con estrema gioia.

Intanto la monaca Gertrude tradisce Lucia. La giovane viene rapita e portata da Monza al castello dell’Innominato. Questo, dopo un colloquio col cardinale Federigo Borromeo si converte e il cardinale manda Don Abbondio a liberare Lucia che viene affidata a donna Prassede.

«Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care

L’innominato invita i bravi alla conversione, mentre Don Rodrigo decide di andare a Milano. Intanto, l’invasione dei Lanzichenecchi imperiali diffonde la peste aggravando ancor di più la carestia e il disagio sociale, disseminando morte e disperazione.

«Gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante.»

Viene istituito il Lazzaretto, affidato ai cappuccini. La piaga, spietata e imparziale, corrompe la nobile carne di Don Rodrigo, mentre il giovane Renzo decide di tornare a Milano dove lo scambiano per un untore, ma alla fine si salva e riesce a raggiungere il Lazzaretto dove trova padre Cristoforo, che assiste gli appestati, e questo gli mostra il signorotto morente ed esorta il promesso sposo al perdono. Renzo trova finalmente Lucia, ma lei è costretta a restare al Lazzaretto in quarantena, allora lui esce col compito di organizzare le nozze. La peste, oltre ad essersi portata via Don Rodrigo, ha reclamato anche la vita di donna Prassede e di padre Cristoforo.

«È uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi.»

Dopo il matrimonio celebrato da don Abbondio, i due sposi si trasferiscono a Bergamo, dove avvieranno una filiera di seta.

Piersilvio Volpato