I mondi di Star Wars. Mistica Jedi e sociologia della Forza dentro e fuori la Cortina di ferro, Giorgio GhisolfiDott. Giorgio Ghisolfi, Lei è autore del libro I mondi di Star Wars. Mistica Jedi e sociologia della Forza dentro e fuori la Cortina di ferro pubblicato da Mimesis: cosa significa trattare gli aspetti sociali di Star Wars?
Si è scritto molto su Star Wars, soprattutto in termini storiografici, di critica cinematografica e di trivia. Meno esplorate sono state le dimensioni filosofica e culturale, che ho trattato nel mio primo libro: Star Wars. L’Epoca Lucas, edito da Mimesis nel 2017, in occasione del quarantennale della saga, dove ho adottato una prospettiva di ricerca inedita, una chiave di lettura improntata al cinema d’animazione, settore a me familiare. La saga, ormai da quarantanni, ha assunto la natura di un imponente storytelling crossmediale, trasversale alle culture e alle società. E alle epoche. È un macro fenomeno socio-culturale, e mi ha sorpreso scoprire che quasi nessuno ne ha esplorato gli aspetti sociologici. La sociologia indaga le strutture sociali, il comportamento dell’essere umano quando riunito in collettività. Lo studia in rapporto al contesto, all’azione, alle influenze di ogni tipo che esercita e che subisce. Ricercare gli aspetti sociologici di Star Wars significa perciò, da un lato, analizzare il tipo di società che ha creato la saga, quali condizioni si sono rivelate ad essa predisponenti e, dall’altro, indagare, sempre a livello sociale, gli effetti che la stessa ha prodotto. C’è inoltre da considerare anche una sociologia interna all’opera, che riguarda il modo in cui la narrazione lucasiana riflette la società del tempo, i modelli sociali che inevitabilmente propone, come quello relativo alla contestazione dell’autorità, che vede una minoranza, un gruppo di ribelli uniti da un ideale, opporsi all’impero e alla sua ideologia. Il singolo eroe, la coppia di amici, la famiglia — più o meno disgregata—, la setta, l’esercito, la comunità tribale, la metropoli spersonalizzante: tante sono le tipologie di strutture sociali raffigurate nella space-opera di Lucas.

Quali aspetti sociologici del fenomeno Star Wars sono rimasti ancora inesplorati?
Il riverbero sociale della saga è da tempo oggetto di attenzione, tuttavia quanto è stato scritto sinora, ad opera soprattutto di blogger, fan, giornalisti o critici, è rimasto al livello di gossip o cronaca episodica, non ha mai assunto la forma di una trattazione organica. Gli studiosi, tanto di semiotica quanto di sociologia, se ne sono perlopiù disinteressati. La Forza che regola i destini della galassia nella saga ha in effetti trovato applicazione concreta nella nostra quotidianità terrestre, secondo modalità molto più prosaiche e meno mistiche. Ma non meno ricche di conseguenze. È ciò che ho chiamato “sociologia della Forza”. Star Wars, insieme a Star Trek, è stato uno dei motori della fanfiction e, in tempi più recenti, della fanart. Significa che la sua narrazione e il suo universo figurativo, frutto del lavoro di professionisti di altissimo livello e all’avanguardia, hanno stimolato la creatività individuale, dapprima nel mondo anglosassone e, in seguito, a livello globale, portando allo scoperto e nel contempo potenziando nei giovani l’attitudine all’espressione del proprio talento artistico.   Fatto che si è verificato anche a seguito di altre sollecitazioni originate dalla saga, come la passione per la produzione di effetti speciali visivi, oggi una industria consolidata, e la proliferazione di accademie d’arte applicata e cinematografiche a ogni latitudine. Ma la Forza si è manifestata socialmente anche in forma di chiese Jedi, sparse tra gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda. Come pure in forma di combattimenti con l’icona della saga: la spada laser. Meglio se effettuati in costume: il cosplay è la moda del momento. L’universo espanso ha inoltre contribuito in maniera decisiva all’affermarsi dei videogiochi, che hanno segnato e tuttora segnano l’infanzia e l’adolescenza di quattro generazioni, la X, la Y, la Z e l’Alpha, iniziata nel 2010.

Quali ragioni hanno fatto della saga un fenomeno socio-culturale?
Utilizzando una metafora biblica, resa famosa in filosofia politica da Hobbes, ho definito Star Wars il primo Leviatano cinematografico, un mostro tanto spaventoso quanto necessario: sia alla storia del cinema e sia al nostro immaginario novecentesco, per proiettarlo nel futuro digitale del terzo millennio. Potremmo anzi definirlo l’unico vero Leviatano mediale, del quale saghe posteriori e concorrenti, come Harry Potter e Il Signore degli Anelli, non hanno insidiato il primato. Un predominio che trova le sue radici nelle capacità creative del giovane e ambizioso George Lucas: fare di Star Wars un concentrato di mitologia, folclore e cultura popolare, mescolando abilmente mito, fiaba, fumetto, cinema e televisione; e di quelle progettuali: estendere la narrazione su tutti i supporti mediali di cui lo stesso Lucas si era sino a quel momento nutrito, per l’appunto stampa, cinema, TV e, infine, aggiungendovi anche i videogame, la tecnologia che bussava alla porta della post-modernità proprio in quegli anni Settanta. La saga si è pertanto da subito costituita come un Universo Espanso (EU), un grande organismo generato dalla società del suo tempo e che con questa, da ormai quattro decenni, convive in un regime di simbiosi. Le dimensioni di questo ente — in gergo tecnico, franchise— sono state da subito sovranazionali, internazionali e infine globali. La sua dimensione culturale risiede sia nei presupposti archetipici, letterari e iconografici relativi alla sua genesi, sia nell’influenza, rivoluzionaria, che ha avuto sull’industria cinematografica, quella della Nuova Hollywood in particolare, tanto a livello estetico quanto tecnologico (nonché sulle politiche di distribuzione dei blockbuster), sia infine sull’influenza dei gusti del pubblico e sulla percezione della realtà. A fianco dell’universo visivo la Lucasfilm ha poi generato un universo concreto, fatto di centinaia di prodotti di merchandising, che hanno rivitalizzato presso i fan l’antico fenomeno del collezionismo.

Star Wars è un prodotto mediale che, a distanza di quarant’anni, ancora persiste e si sviluppa: quali questioni sociologiche apre tale scenario?
Va considerato che la saga è uscita in piena guerra fredda. Il successo è stato immediato in Occidente, così come nel Giappone post bellico, colonizzato dalla tecnologia e dalla way of life americana. Ma della sua diffusione oltrecortina, nell’est europeo e in Oriente, non si è mai scritto né saputo nulla. Le mie ricerche hanno dato frutti interessanti. Ai prodotti occidentali è stato a lungo vietato l’ingresso nei paesi comunisti. La globalizzazione seguita alla caduta del Muro di Berlino ha giocato un ruolo importante anche nella distribuzione della saga. Unione Sovietica e Cina l’hanno accolta con modalità e tempi diversi, interpretandola secondo le proprie culture, anche in prospettive ideologiche. Oggi possiamo dire che la saga è universale e altrettanto è il fandom. Così come universale è un certo cinema spettacolare che, a mio avviso, sta avviandosi a una saturazione, sia di contenuti che espressiva. La Disney ha mostrato chiaramente, nella terza trilogia, di essere a corto di ispirazione, riciclando in continuazione gli stereotipi e i simboli creati da Lucas. Gli stessi Lucas e Spielberg, tra i primi artefici di tale tipologia di cinema, hanno affermato che gli attuali film di effetti hollywoodiani sono diventati troppo costosi e si rischia l’implosione del sistema produttivo. Naturalmente tutto questo rientra nell’odierno paradigma sociale di spettacolarizzazione della realtà: un atteggiamento che, insieme alla smaterializzazione del reale portata dal digitale rischia di farci perdere di vista i valori concreti della vita. Forse è il momento giusto per un reset culturale.

In che modo il fenomeno Star Wars ha condizionato le nostre vite?
Nel mio volume ho indagato le ragioni che hanno portato la società a generare Star Wars, ma soprattutto ho esposto il modo in cui ha cambiato le nostre vite. Il globo intero sa dell’esistenza della saga, fa parte delle nostre vite come ne fanno parte l’automobile, la TV, lo smartphone. Esiste come esistono le piramidi e Babbo Natale. Ha condizionato per sempre il nostro immaginario e la nostra capacità di concepire lo spettacolo cinematografico e non solo. L’ultima generazione, quella dei teenager di oggi, è forse l’unica a mostrare talvolta una faccia stupita di fronte al brand Star Wars. Ciò si deve allo iato – dieci anni- intercorsi tra l’ultimo capitolo della seconda trilogia, Revenge of the Sith, 2005, girato da Lucas e l’episodio VII, The Force Awakens, prodotto da Disney nel 2015 con la regia di Abrams. Ma l’azienda di Burbank sta lavorando a pieno ritmo per compensare questa “lacuna”; anche, a mio avviso, dopo aver compiuto passi falsi nella scelta delle nuove trame narrative. Osservando e valutando l’impatto della saga sulla produzione culturale, naturalmente di natura popolare, e soprattutto sperimentando quotidianamente la pervasività del Leviatano lucasiano —oggi disneyano— negli spazi sociali, mi sembra possibile poter parlare di una “starwarsizzazione” dell’esistenza, intesa come una modalità di concepire la vita secondo una prospettiva fantastica e spettacolare che, per la verità, si inserisce sul modello ludico-ideologico lanciato da Disney con l’inaugurazione nel 1955 del primo mondo fatato, Disneyland, ma che la saga ha enfatizzato in senso eroico e moraleggiante (ne sono palese sintomo i lightsaber duel e le Jedi Church). Modalità che la Disney, di nuovo, ha amplificato con le sue note ed efficaci politiche di marketing nonché con la costruzione di due Galaxy’s Edge, i parchi a tema Star Wars. Come conseguenza di un immaginario ipernutrito al punto di debordare nel reale, l’individuo tende a sovrapporre la sua esperienza di spettatore a quella di cittadino. Oltre a tutto ciò si aggiunga che il Lucas Museum for Narrative Art di George Lucas sta finalmente per vedere la luce a Los Angeles: unirà sotto un unico tetto postmoderno arte nobile e arte popolare, cultura alta e bassa, esponendo gli uni accanto all’altra trucchi e props cinematografici e pittura dei grandi maestri del passato, nell’ottica eclettica e sincretica che ha sempre sorretto il lavoro di Lucas. Quale miglior modo di istituzionalizzare il fantastico?

Giorgio E. S. Ghisolfi, regista e docente, è professore a contratto per l’audiovisivo, il cinema e il cinema d’animazione presso accademie quali IED e NABA Milano, CISA Locarno, Università degli Studi dell’Insubria di Varese. È docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Istituto Universitario in Scienze della Mediazione Linguistica di Varese

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