“I miei stupidi intenti” di Bernardo Zannoni

I miei stupidi intenti, Bernardo Zannoni, trama, riassunto, recensione«Mio padre è morto perché era un ladro».

È questo l’incipit de I miei stupidi intenti, il romanzo che segna l’esordio nella letteratura del giovanissimo Bernardo Zannoni, premio Campiello 2022 proprio con questa opera.

Edito da Sellerio, che raramente pubblica opere prime – e lo strappo alla regola è ben motivato -, il romanzo è ritenuto da chi ha composto la quarta di copertina uno scritto “in stato di grazia”.

Una storia i cui protagonisti sono animali, ma che mischiano tra loro sentimenti umani e istinto animale. La natura non risparmia nulla: i tabù, per esempio, che fanno parte della coscienza dell’umanità da sempre (per esempio, l’incesto), avvengono con naturalezza tra le pagine di questo romanzo dove non esistono leggi ma solo la ricerca della sopravvivenza.

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I miei stupidi intenti
  • Zannoni, Bernardo (Autore)

Fra maiali morti tra atroci sofferenze, istrici e le strane creature che camminano su due zampe si arriva comunque a interrogarsi su Dio e la conoscenza tenta di diventare coscienza, ma a che pro?

Una lotta per la sopravvivenza, quella di Archy, che va ben oltre i confini materiali e, a seguito di incontri vari, tocca le sponde della spiritualità, la più alta affrontabile. Almeno dal genere umano.

Trama

Archy è una faina e questo romanzo è il racconto della sua vita. Venduto dalla madre in cambio di una gallina e mezzo alla volpe per mere questioni di sopravvivenza (Archy è zoppo, è un ostacolo al sostentamento della famiglia), inizia a vagare per boschi e campagne e a relazionarsi con gli altri animali che, come lui, hanno comportamenti antropomorfi (usano piatti, tavoli, letti) ma vivono secondo la spietatezza che le leggi della natura stabiliscono: la lotta per la sopravvivenza è dura e senza esclusione di colpi. Vince il più forte. E il più forte a cui appoggiarsi Archy lo trova in Salomon, il suo nuovo padrone, una vecchia volpe usuraia che legge i libri degli uomini e fa conoscere la Bibbia alla faina, portandola così sempre più distante dalla sua dimensione animale e sempre più verso una dimensione umana, addirittura spirituale. In questo passaggio, Archy soffrirà, per amore, per crudeltà, per la presa di coscienza del tempo che passa, per tutti quei motivi per cui l’essere umano, ogni giorno, soffre e, a volte, risorge.

Recensione

Un romanzo con animali protagonisti ma no, questa non è una favola perché gli animali in questo mondo, antropomorfizzati, mostrano similitudini sorprendenti con gli umani: parlano, hanno istituzioni sociali ed economiche, e vivono in una dimensione che mescola istinto, violenza e prevaricazione.

E questo è il senso de I miei stupidi intenti, esplorare la dicotomia tra il mondo animale, caratterizzato da sopravvivenza e istinto, e quello umano, consapevole e guidato dal destino. Gli abitanti del bosco sono confinati in una dimensione dalla quale solo Solomon e Archy riescono a emanciparsi, ma poi ci si chiede che cosa si guadagni da questa emancipazione, se un’emancipazione effettiva, una salvezza, c’è.

Il mondo animale rappresenta la sopravvivenza e l’istinto, mentre quello umano è caratterizzato dalla consapevolezza e dalla comprensione del destino. Gli interrogativi eterni che permeano il romanzo, accompagnati da scene di azione brutale, mettono a confronto la cruda realtà animale con la riflessione umana sul passato e il futuro.

La contrapposizione umano/animale emerge in diversi passaggi e il confine è sempre mobile, difficile identificare nettamente ciò che appartiene a un mondo e ciò che è proprio di un altro.

«Non vivevo un momento così sereno da quando avevo ucciso la gallina. Senza dubbi, o domande. Il presente era ritornato a essere il mio mondo per qualche attimo, e fuori da quello, il nulla. Ero un animale. Ero felice.»

Senza dubbi o domande, dice Archy. Vivendo di istinto, sembra tutto più semplice.

Ma nel corso della narrazione, Archy affronta domande esistenziali: se la conoscenza sia una condanna e se l’ignoranza sia forza. Il protagonista, ormai consapevole del suo destino, diventa allievo e poi maestro della Parola di Dio, sotto la guida di Salomon.

«Alla fine, salvato o meno, non se n’era andato con un sorriso, non aveva pregato Dio ma chi gli era accanto al letto, sperando di rialzarsi, come un animale. Forse è questo che la morte ci insegna, per chi sa del suo arrivo: quell’attimo più buio è un percorso solitario, nei meandri di se stessi, dove ogni cosa sparisce, e si tenta di riacciuffarla.»

Oltre alla dicotomia uomo/animale, c’è un altro fulcro nello sviluppo del romanzo: la scrittura.

Solomon insegna ad Archy a leggere e a scrivere, non per amore di conoscenza, ma perché, nominandolo suo apprendista, lo incarica di studiare i discorsi di Dio al suo popolo e trascrivere le memorie della volpe.

Archy esegue il suo compito, riceve la parola di Dio ma non la fa sua; non si illude, come Solomon, di avere davanti a sé un destino di salvezza, nonostante le nefandezze compiute in vita. Non recepisce la lezione del perdono e del giudizio finale. Rimane ancorato al suo lato terreno, animale, ma in maniera eccezionale: tutto ciò che gli resta, l’unico lascito del padrone e maestro, è la scrittura.

«Più scrivo, più l’ossessione della morte si fa leggera. La sconfiggo ad ogni pagina, specchiandomi nel colore, nelle linee che traccio.»

Archy utilizza il sangue per scrivere. Ancora una volta, l’elemento animale che si fonde con quello umano che sa che ogni atto di scrittura, specialmente memoriale, è iscrizione di una verità destinata a durare nel tempo. Quella verità verrà poi letta da chi può farlo e, seppur dolorosa, sarà un insegnamento prezioso e indelebile.

Archy, contrariamente a qualsiasi animale, smette di vivere nel presente perché prende coscienza della morte e del tempo. Sa quale sarà il suo ultimo destino. Nonostante ciò, resta sé stesso; si accontenta di essere allievo e poi maestro di questo sapere sconosciuto. Così trascorrono le stagioni, i periodi di fame e di abbondanza, e la natura fa il suo corso: si accoppia, diventa padre, invecchia, ma ormai inesorabilmente, consapevole di ciò che non avrebbe dovuto – e forse voluto – conoscere.

I miei stupidi intenti offre una prospettiva unica, amalgamando elementi fiabeschi con riflessioni allegoriche e teologiche. La scrittura diventa un elemento chiave, riflettendo sull’ossessione della morte e sull’importanza di lasciare un segno indelebile per le generazioni future. Le riflessioni colpiscono per la loro profondità e il loro senso del vissuto, in special modo considerando che vengono elaborate un ragazzo poco più che ventenne.

È in commercio anche un’edizione de I miei stupidi intenti, illustrata da Lorenzo Mattotti, che aggiunge forza visiva a un racconto che già incanta con le parole.

Viviana Amendola

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