Professor Sorice, Lei è autore del libro I media e la democrazia pubblicato per i tipi di Carocci: quale ruolo hanno i media nei processi democratici?
I media e la democrazia Michele SoriceI media funzionano come strumenti di coesione, costituiscono cioè una specie di grande “collante sociale”, capace di creare aggregati di soggetti che – al di là della loro maggiore o minore attività nella pratica di consumo mediale – non hanno alcuna relazione l’uno con l’altro. Al tempo stesso, tuttavia, i media sono di fondamentale importanza per tutto quanto attiene al concetto di “pubblico”. D’altra parte, l’attenzione posta sui media come strumenti rilevanti nel mantenimento (e/o per il disfacimento) dell’efficienza democratica non rappresenta una novità dei nostri anni. Thomas Jefferson, per esempio, nel 1801 contestava l’idea della censura di Stato propugnata dal suo rivale alle elezioni presidenziali statunitensi, John Adams, sostenendo che la libertà dei cittadini dipende in gran parte dalla libertà della stampa.
Una ventina di anni fa, Peter Dahlgren aveva sostenuto che le dinamiche della democrazia sono intimamente connesse con le pratiche della comunicazione, e la comunicazione sociale cresce con l’affermazione dei mass media. Questo naturalmente non significa che le relazioni fra media e politica siano spiegabili solo con un preteso senso di responsabilità democratica. Nell’economia politica dei media, per esempio, si dedica una grande attenzione alle relazioni esistenti fra la dimensione economico commerciale dei media e le logiche legislative degli Stati: relazioni, peraltro, che non sono solo banalmente economicistiche ma talvolta investono valori sociali condivisi (la libertà di espressione, il diritto all’informazione, il valore e il ruolo del servizio pubblico e così via). Questo aspetto positivo e “ottimistico” non deve tuttavia far dimenticare l’inestricabile legame fra scelte politiche e imprese economiche e che persino l’istintiva autonomia dei media è spesso limitata da una realtà economica talvolta persino oppressiva (si pensi alle limitazioni a Internet derivanti da scelte politiche o, ancora, le limitazioni ai servizi di telecomunicazioni in zone geografiche commercialmente poco convenienti per il mercato, o ancora alla commistione fra sistema economico e politica, per non parlare ovviamente dei meccanismi di controllo politico).

2) Le tecnologie della Rete ci stanno portando verso una democrazia deliberativa e dialogica?
Ovviamente no. Le tecnologie della rete potrebbero facilitare lo sviluppo di una democrazia deliberativa online e favorire l’insorgenza di una democrazia dialogica, cioè basata sull’interlocuzione e sul controllo condiviso. In realtà, però, non è così per molte ragioni. Innanzitutto perché la rete, nonostante favorisca un maggiore accesso rispetto alla comunicazione broadcasting, non garantisce automaticamente spazi egualitari di partecipazione. L’accesso e la partecipazione sono due grandezze interconnesse ma sono comunque cose diverse; l’illusione dell’accesso non equivale alla possibilità per tutte e tutti di avere un peso decisionale. Esistono ancora molti gap: generazionali, tecnologici, economici e persino legati alla sfera del tempo disponibile.  Lo sviluppo delle tecnologie ha permesso ai paesi con regimi democratici parlamentari di insistere molto su strumenti teoricamente capaci di incrementare la partecipazione della cittadinanza. L’enfasi posta sull’open government si colloca proprio in questa tendenza e si muove in una logica top-down della relazione fra amministratori e amministrati. Va comunque ricordato che open government ed e-democracy sono cose diverse: quest’ultima infatti può significare l’insieme di tutte le modalità digitali con le quali i cittadini possono far sentire la propria voce ai governanti e agli attori politici e potrebbe costituire l’apertura di nuove possibilità d’espressione e di mobilitazione per i gruppi minoritari o di opposizione. In sostanza, l’e-democracy potrebbe consentire il passaggio da una democrazia “intermittente” e a “bassa intensità”, in cui la partecipazione politica si concretizza e si esaurisce solo nel momento elettorale, a una democrazia partecipata e capace di impegnare i cittadini. Bisogna ancora aggiungere che mentre l’e-democracy fornisce canali di comunicazione, scambio e partecipazione a soggetti che si attivano in modo volontario e spontaneo, l’open government fornisce invece input specifici secondo una logica top-down, promossi dalle Amministrazioni e funzionali all’ottimizzazione delle attività di “cittadinanza”.
Una buona applicazione delle forme di open government può comunque costituire un punto di partenza necessario per far crescere e promuovere forme di democrazia digitale di tipo deliberativo-partecipativol. Ma poiché si possa parlare di e-democracy in questa accezione, è necessario che si sviluppino processi orizzontali, capaci di favorire l’adozione di forme di deliberazione e partecipazione. Purtroppo questo passaggio non è automatico e le tecnologie (anche per i limiti del controllo) non portano automaticamente a una democrazia partecipativa. C’è quindi bisogno di una volontà politica e di una trasformazione delle istituzioni rappresentative in una direzione più partecipativa.

3) C’è ancora bisogno dei partiti?
Proprio per quanto dicevamo ora, la risposta non può che essere affermativa ma a certe condizioni. C’è bisogno dei partiti ma non dei partiti oligarchici e privi di “connessione sentimentale” con il loro popolo. E inoltre bisogna entrare nell’ordine di idee che gli agenti di intermediazione (i corpi intermedi come si legge di solito nella manualistica) sono molteplici: accanto ai partiti e ai sindacati, ci sono molti altri attori: dalle organizzazioni della cittadinanza attiva ai movimenti sociali, dai gruppi di base “single issue” (cioè che si occupano di un solo tema) ai movimenti spontanei orientati al raggiungimento di uno specifico obiettivo di policy, e così via. Abbiamo cioè una pluralità di attori; se i partiti lo capiranno, potranno giocare un ruolo importante anche come federatori delle diverse esperienze o aggregatori di progettualità e consenso; per fare questo, però, devono rinunciare a essere meri cartelli elettorali, devono rinunciare alle leadership direttive e oligarchiche (l’uomo solo al comando) a favore di leadership collaborative, devono adottare meccanismi partecipativi e deliberativi al loro interno. Dovrebbero cioè – se mi permette una semplificazione – fare meno primarie e favorire di più spazi di dibattito, sia sul territorio sia – perché no? – online, attraverso le piattaforme di partecipazione democratica.
I partiti sono fondamentali nelle democrazie rappresentative, anche in quelle che vogliono adottare strumenti di partecipazione attiva. Però devono cambiare profondamente. Se resteranno mere macchine di consenso elettorale, la loro legittimazione sociale diminuirà ulteriormente; se poi i loro meccanismi di reclutamento continueranno a basarsi su logiche di fedeltà al capo anche la loro credibilità tenderà a crollare. Insomma, partiti sì ma a patto che tornino a essere strumenti di intermediazione sociale e che non abbiano la pretesa di esaurire tutte le domande della società. I partiti potranno avere un ruolo specifico nelle dinamiche di rappresentanza istituzionale dove, però, non dovrebbero più avere un ruolo esclusivo. Il modello duale (cittadinanza attiva + processi di democrazia deliberativa e partecipativa) potrebbe rappresentare un elemento strategico per rendere più democratiche e partecipative anche le istituzioni rappresentative.

4) Come si estrinseca nella nostra società la cittadinanza attiva?
Esistono molte forme di cittadinanza attiva. Giovanni Moro ha scritto pagine importanti su questo tema, partendo dall’analisi di cosa non è la cittadinanza attiva.
Sicuramente la cittadinanza attiva non è la mera partecipazione politica attraverso i partiti e neanche le forme di associazionismo dell’economia e del lavoro; non sono espressioni della cittadinanza attiva nemmeno le aggregazioni della società civile, quelle che si basano sulla llibertà di associazione a fini privati o si impegnano per la costruzione di capitale sociale. Giovanni Moro definisce la cittadinanza attiva come la “pratica di cittadinanza che consiste in una molteplicità di forme organizzative e di azioni collettive volte a implementare diritti, curare beni comuni e/o sostenere soggetti in condizioni di debolezza attraverso l’esercizio di poteri e responsabilità nel policy making”. Mi trovo molto in accordo con questa definizione.
La cittadinanza attiva, in effetti, presenta oggi una molteplicità di forme e di motivazioni (dalla giustizia alla solidarietà, dal desiderio di contare e incidere al bisogno di lavorare insieme ad altri fino alla volontà “politica” di cambiamento della realtà). Ma sono molteplici anche i campi di azione, peraltro spesso trasversali (dall’ambiente alla protezione civile, dalla formazione alla giustizia, dai servizi pubblici a diritti dei consumatori e così via). A mio avviso – e sono totalmente d’accordo con Moro – la cittadinanza attiva si estrinseca nell’impegno sulle politiche pubbliche prima che nella politica in senso strategico. Al tempo stesso la cittadinanza attiva mira a ottenere misure efficaci in tempi relativamente brevi: la partecipazione, in altre parole, punta all’efficacia.
Direi ancora che la cittadinanza attiva non si configura come una miscela diversa tra intervento statale e non statale ma costituisce un cambiamento dello status degli attori e delle loro relazioni. Mentre i partiti hanno come scopo di base la conquista del consenso, la cittadinanza attiva stabilisce relazioni fra attori pubblici (che dovrebbero muoversi come facilitatori) e attori civici, che hanno o possono avere poteri reali di governance e, ovviamente, anche responsabilità.
Poi, come dicevo, dal punto di vista delle pratiche, la cittadinanza attiva si sostanzia di forme molteplici e differenziate. Fra queste sicuramente non ci sono quelle forme di “sconto fiscale” o simile che le amministrazioni locali adottano per recuperare tasse inevase o per fare supplenza dei servizi. Direi che lo scopo ultimo delle pratiche di cittadinanza attiva risiede nella crescita della qualità della democrazia.

5) I mass-media sono destinati a scomparire?
Non credo, sicuramente non a breve termine. I mass media hanno già subito un processo di evoluzione, si sono personalizzati, hanno assunto l’audience già nella fase della produzione, pur conservando una modalità trasmissiva basata sul broadcasting. D’altra parte, i mass media hanno da tempo incrociato la trasformazione delle audience, sempre meno monolitiche (direi sempre meno massa) e sempre più diffuse e segmentate. Non è un processo nuovo ed era stato già individuato dagli studiosi di Birmingham negli anni Ottanta.
La trasformazione ha investito anche il sistema dell’informazione; è indubbio che viviamo in un mondo diverso rispetto a quello in cui McLuhan teorizzava il villaggio globale. Siamo nell’epoca della social network society, come è stata efficacemente definita, fra gli altri, da Giovanni Boccia Artieri. E ovviamente in quella dei media convergenti.
Non amo gli esercizi di futurologia ma se proprio dovessi lanciarmi in una previsione, direi che i media continueranno nel loro processo di personalizzazione ma non scompariranno. Forse diventeranno marginali le esperienze generaliste, come quella della televisione tradizionale, ma non quelle del consumo di immaginario. Insomma, i mass media potranno declinare ma i “media” – nelle molte forme che potranno avere – resteranno.

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