“I libri si sentono soli” di Luigi Contu

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Dott. Luigi Contu, Lei è autore del libro I libri si sentono soli, edito da La nave di Teseo; il racconto di un’eredità inattesa che si traduce in un’esperienza travolgente e totalizzante: dodicimila volumi di cui decidere il destino, la biblioteca avita, ricca di volumi rari e preziosi: cosa hanno rappresentato, per Suo padre e Suo nonno, i libri?
I libri si sentono soli, Luigi ContuSono stati la loro vita, la loro esistenza. Mio nonno, già nelle trincee della prima guerra mondiale, scriveva diari, poesie, storie di guerra. Poi ha iniziato il suo cammino tra i libri studiando al Politecnico per iniziare subito dopo la sua carriera di divulgatore scientifico curando la prima edizione destinata al grande pubblico della Relatività di Einstein, traducendo poi molti libri di astronomi e fisici inglesi, americani e tedeschi. Poi l’incontro con Ungaretti con il quale ha ideato i Quaderni di Novissima che pubblicarono le opere dei grandi autori degli anni venti e trenta. Mio padre ha vissuto circondato dai libri di suo padre, è stato giornalista e negli anni 70 direttore editoriale di Rusconi. Due vite inseparabili dai libri, dalla lettura, dagli studi,

Quali, tra i numerosi volumi, sono di maggior pregio?
Nella biblioteca ci sono importanti prime edizioni del Futurismo, molti dedicati da Marinetti a mio nonno. Zang Tumb Tumb, La Cucina Futurista, Mafarka, e poi Soffici, Savinio, Montale, D’Annunzio, Saba, Papini, Deledda, Quasimodo: praticamente il meglio dei grandi italiani del ‘900. Accanto a questi anche tanti libri curiosi e originali: una Divina Commedia in sardo, diari di esploratori nordici. E tanti sulla storia della Sardegna.

La biblioteca ha anche conservato un inedito di Ungaretti: di cosa si tratta?
Tra le carte che riguardano i carteggi tra mio nonno e Ungaretti ho trovato molti documenti importanti, tra cui le bozze di Sentimento del tempo pubblicato appunto per i Quaderni di Novissima. In questi faldoni è spuntato un libretto stampato il 23 luglio del 1943 in sole 50 copie contenente una poesia di Giuseppe Ungaretti intitolata Inno. Una poesia mai pubblicata in altra forma. Ho condotto alcune ricerche e grazie al prof. Carlo Ossola ho ricostruito che si tratta di una poesia destinata a essere pubblicata insieme a un’altra. Il poeta cambiò poi idea e utilizzò alcune strofe per L’Angelo del povero. Una poesia tra l’altro bellissima. Ma la stesura che con grande emozione mi sono trovato tra le mani non era conosciuta…

Nel libro, la Sua vita si intreccia a quella della biblioteca: in che modo, riordinandone i volumi, ha potuto ripercorrere la storia della Sua famiglia e quella del nostro Paese?
Inizialmente non pensavo ad un romanzo, ma al racconto dei libri e delle riviste incantevoli che mi ero trovato tra le mani. Man mano che prendevo appunti e soprattutto leggevo le carte di mio nonno e mio padre la storia della mia famiglia è entrata prepotentemente nel racconto, seguendo un filo cronologico che ripercorreva i grandi eventi cui i miei avi avevano assistito. A quel punto, vincendo una certa ritrosia, ho capito che tutto si teneva insieme, compresa la storia attuale e i miei figli. E così è venuto fuori il romanzo.

«Diventare uno scrittore, credo che sia il sogno nascosto di quasi tutti i giornalisti»: quale rapporto ha Lei con i libri?
Anche per me i libri sono sempre stati un oggetto molto presente. Mi ha iniziato alla lettura mia nonna Maria, leggendomi i racconti di Jack London che è ancora tra i miei autori preferiti. Da lei ho imparato che i libri si leggono con sentimento, attraverso una voce narrante che è fondamentale per vivere le emozioni che scaturiscono dai racconti. Poi mio padre, nel corso degli anni, mi ha guidato nella lettura. Ne I libri si sentono soli ho pubblicato una sua lettera, che avevo dimenticato e che ho ritrovato tra le carte di famiglia, in cui mi consigliava, era l’estate del 1977 e io studente ginnasiale, la lettura di cinque grandi romanzi che a suo avviso erano importanti per la mia formazione. Una lettera bellissima, che mi ha emozionato ritrovare dopo tanti anni. Quei libri sono stati davvero importanti e da allora, in tutti i traslochi, li ho sempre custoditi vicini. Ora li ho consigliati ai miei figli (se interessa: Il Gattopardo, Le libere donne di Magliano, Il grande Meaulnes, Metello, Il bell’Antonio).

La storia della biblioteca è anche la storia di una passione tramandata: in un Paese nel quale, come testimoniano i dati Istat, oltre il 60% degli italiani non legge, è possibile educare alla lettura? Se sì, come?
È in famiglia che devo cominciare l’educazione alla lettura. Naturalmente poi a scuola. Il punto fondamentale è riuscire a comunicare ai ragazzi che nei libri c’è sì la conoscenza, la cultura, ma soprattutto le nostre passioni, la nostra vita con i suoi problemi, le sue gioie ed esperienze.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Chi non legge rinuncia a capire il mondo, dipenderà sempre dagli altri. È questo il messaggio che va dato: senza il cellulare siamo scollegati e isolati. Ma la lettura è ancora più importante e anche su un piccolo schermo di uno smartphone può condurci per mano nella nostra esistenza. Leggere significa essere liberi.

Luigi Contu, giornalista professionista da quarant’anni, è il direttore dell’Ansa dal 2009. Si è occupato di economia e politica da giornalista parlamentare per più di venti anni sempre per l’agenzia Ansa per trasferirsi poi a Repubblica, chiamato nel 2004 da Ezio Mauro a dirigere la Redazione Interni. Ha vinto il premio Saint Vincent di giornalismo. Ha recentemente pubblicato per La Nave di Teseo il suo primo romanzo I libri si sentono soli.

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