“I Greci, i Romani e… le donne” di Eleonora Pischedda

I Greci, i Romani e... le donne, Eleonora PischeddaI Greci, i Romani e… le donne
di Eleonora Pischedda
Carocci editore

«Il mondo antico è sempre stato un mondo fatto di soli uomini. […] Tutte le ricerche volte a indagare la condizione delle donne in età antica hanno però dovuto fare i conti con una serie di difficoltà strutturali intrinseche alla materia stessa, prima fra tutte il contesto sociale e politico che tanto ha contribuito ad accendere l’interesse su questo tema, poiché spesso l’analisi storica veniva fortemente determinata dalle rivendicazioni politiche e sociali del momento, a discapito quindi dell’oggettività. Un altro ostacolo è poi dato, allora come oggi, dalla natura delle fonti in nostro possesso. La maggior parte di queste è stata infatti scritta da uomini; inutile sottolineare come questo possa pregiudicare il valore delle testimonianze: nella migliore delle ipotesi possiamo avere a che fare con dei resoconti inesatti e superficiali, frutto di una mediazione maschile approssimativa; nel peggiore dei casi invece abbiamo delle descrizioni volutamente fittizie volte a imporre un ideale. Anche quando possiamo disporre di resoconti dettagliati riguardanti personaggi eccezionali corriamo il rischio di commettere degli errori, tralasciando quella che doveva essere la quotidianità delle donne comuni. […]

Nonostante tutte queste difficoltà, siamo comunque in grado di ricostruire, almeno in parte, quella che poteva essere la vita delle donne greche e romane, in particolare in relazione ai ruoli canonici del “gentil sesso”, ovvero moglie e madre.

La donna in passato era prima di tutto uno strumento per garantire l’immortalità del compagno: tramite la riproduzione era possibile per l’uomo, per natura mortale, vivere in eterno attraverso la propria discendenza. Essa era quindi un mezzo, la cui soggettività veniva annullata dal suo stesso corpo. […] La donna non è fatta per sopportare il freddo, le intemperie e i lavori pesanti. La costituzione, il ciclo mestruale e la gravidanza non la rendono adatta neanche al campo di battaglia. La sua accentuata emotività e la tendenza all’irrazionalità sono fattori che non garantiscono la necessaria affidabilità per quanto riguarda la gestione del bene pubblico. Leggendo le varie testimonianze provenienti dal mondo antico, greco e romano, la donna appare instabile. Ed ecco che quindi si rende necessario imporle delle regole e delle restrizioni. Deve inoltre essere protetta dai pericoli esterni, ma anche da sé stessa.

Considerata inferiore sotto tutti i punti di vista, la donna veniva estromessa dalla vita pubblica e obbligata a limitare le sue esperienze e relazioni sociali allo stretto necessario. […] Le libertà personali delle donne ateniesi, per esempio, erano certamente limitate, ma non erano equiparabili a quelle di uno schiavo. Le cittadine libere avevano dei doveri, ma anche dei diritti: leggi a loro tutela; libertà di pensiero, giudizio e parola; esercizio di un ruolo attivo all’interno dell’amministrazione economica domestica. Anche a Roma, soprattutto in epoca tardo-repubblicana e imperiale, le donne godevano di una certa libertà decisionale e di movimento, e Seneca le riconosce capaci di fermezza e saggezza se le circostanze lo richiedono.

Pagina dopo pagina, incontreremo mogli, madri, sacerdotesse, concubine, lavoratrici, donne di cultura e di potere, figure famose e sconosciute. Ognuna di esse fu in grado di trovare un proprio spazio di azione all’interno di un mondo che aveva fatto della diseguaglianza tra i sessi uno dei suoi tratti caratteristici. Alcune di loro furono persino capaci di influenzarlo e determinarne il corso degli eventi. Ad altre vennero attribuite colpe senza possibilità di difesa o appello: e non parliamo soltanto di crimini concreti, ma anche di qualcosa di più inconsistente e allo stesso tempo intuibile da tutti, come la decadenza dei costumi, il dilagare della corruzione, le fratture generazionali, persino la cattiva condotta di un imperatore poteva essere fatta risalire all’educazione materna, o all’influenza esercitata dalla moglie o concubina. Basti pensare al rapporto tra Aspasia e Pericle, Agrippina e Nerone, Cleopatra e Marco Antonio, Terenzia e Cicerone.

Una brava moglie, non importa se greca o romana, doveva essere casta, moderata, modesta, prolifica e operosa. Le iscrizioni funerarie romane sono particolarmente specifiche nel tracciare il modello ideale di matrona: rispettosa delle tradizioni e degli dèi, riservata, poco incline a mostrarsi in pubblico e ad abbandonare la casa se non strettamente necessario, onesta, semplice (nell’educazione e nelle aspirazioni personali, così come nella scarsa predilezione al lusso), laboriosa e pudica.

Nel mondo antico lo spazio esterno, pubblico e politico, era considerato appannaggio esclusivo dell’uomo, mentre la donna viveva relegata all’interno delle mura domestiche. Il confinamento delle donne non era il frutto di un’oculata divisione del lavoro, quanto la conseguenza pratica di un ideale sociale ed etico costruito dall’uomo. L’idea che una donna potesse raggiungere l’indipendenza economica preoccupava gli uomini, i quali cercavano di negarle qualsiasi esperienza del mondo degli affari. Le attività economiche, soprattutto quelle più interessanti e redditizie, erano precluse alle signore greche e romane rispettabili. Meriterebbe un’ulteriore riflessione la differenza tra le donne abbienti e quelle appartenenti a uno status sociale inferiore, le quali erano di fatto molto più libere delle prime, specie perché costrette a contribuire attivamente alle entrate della famiglia. Non tutti gli uomini potevano infatti permettersi di tenere rinchiusa la propria moglie. Le donne lavoratrici non erano quindi assenti nel mondo antico, a partire dalle operaie fino ad arrivare alle imprenditrici, ma difficilmente rappresentavano la normalità. La maggior parte delle donne rispettabili era chiamata a svolgere il ruolo di madre e a occuparsi della gestione della propria casa, svolgendo quelle che venivano considerate le attività più naturali per il loro sesso: la filatura, la gestione dei servi e l’educazione dei bambini.

Nonostante la scarsa stima della quale le donne godevano nel mondo antico, è indubbio che il dovere di spose e madri venisse preso molto sul serio dalla società. In Grecia era proprio il parto a determinare il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Portare avanti una gravidanza e partorire non era però un’impresa priva di rischi, soprattutto per le giovani madri, quelle che oggi noi chiameremmo adolescenti. Non era raro per una donna morire in seguito a emorragie, febbri puerperali o infezioni. A Sparta, dove l’esperienza del parto veniva paragonata a quella della guerra, le donne venivano date in spose intorno ai diciotto anni, dopo essersi quindi perfettamente sviluppate e aver praticato un regolare esercizio fisico per diverso tempo. La città era inoltre solita tributare alle donne morte di parto gli stessi onori riservati ai guerrieri caduti in battaglia.

Tutte le donne, anche quelle appartenenti ai ceti più alti, godevano di occasioni per poter uscire di casa senza incorrere nel biasimo sociale. Le feste e i riti religiosi rappresentavano una di queste poche opportunità. Nell’antica Grecia le donne potevano servire le divinità come sacerdotesse, non soltanto come ancelle durante i riti di passaggio o di espiazione. Di solito le divinità femminili avevano delle sacerdotesse donne e quelle maschili un uomo, ma questa consuetudine non va interpretata come una regola ferrea. Servire la divinità in veste di sacerdotessa permetteva alla donna di ricoprire un ruolo all’interno della vita pubblica e di godere di un certo rispetto, cosa che accadeva di rado in una società come quella greca, soprattutto quando si trattava di donne non sposate. […]

La pratica cultuale romana, intesa nella sua dimensione pubblica, era invece appannaggio dei magistrati e sacerdoti, quindi uomini, i soli a poter avere un rapporto diretto con la divinità e a essere in grado di interpretarne la volontà. Il ruolo della donna all’interno della pratica religiosa ufficiale era marginale, limitandosi di solito alle suppliche e ai culti finalizzati a salvaguardare la prosperità dello Stato e garantirne la salvezza. […]

Alcune città e alcuni paesi erano più permissivi di altri e a tal proposito non è forse un caso, per esempio, che la maggior parte delle donne greche di cultura non fossero ateniesi. Atene, molto più attenta di altre città alla legittimità della prole e dunque al diritto di quest’ultima di far parte della cittadinanza, cercava di limitare al minimo le interazioni sociali di una donna, sia prima che dopo il matrimonio. Sparta, al contrario, era molto più permissiva e fino al matrimonio anche le fanciulle ricevevano la stessa educazione dei ragazzi, ad eccezione
ovviamente dell’addestramento militare. […]

La via più facile per una donna per conquistare una posizione di preminenza o potere non era certo attraverso la carriera, ma con il matrimonio. Mediante la legittimazione ottenuta con delle giuste nozze la donna poteva godere di rispetto e ricoprire una posizione di comando. Simili privilegi le potevano essere conferiti anche per nascita, soprattutto quando parliamo di stirpi reali e dunque di un potere trasmesso con il sangue. […] In epoca imperiale, per esempio, le fonti riportano diverse storie di donne che complottarono per porre alla guida di Roma un proprio familiare, marito o figlio; una delle prime fu Livia, tra le più famose Agrippina Minore. Secondo la tradizione antica un buon governante doveva innanzitutto essere capace di dominare sé stesso. Moderazione, rigore e coerenza erano tutte caratteristiche indispensabili. Per questa ragione le donne, dissolute e lascive per natura, erano considerate inadatte al comando. […]

Nel mondo antico le virtù degne di una donna erano ben altre rispetto a quelle di un uomo e in particolare di un soldato. Le donne dovevano essere belle, obbedienti, industriose, pudiche, oneste e fedeli. […]

Anche nel mondo antico poi, seguendo una costante che accomuna tutte le epoche storiche, esistevano delle donne costrette a vivere ai margini della società e a vendere il proprio corpo per sfamare sé stesse o la propria famiglia. Il mondo della prostituzione antica greca e romana era molto più complesso e variegato di quanto si pensi. In Grecia, per esempio, un uomo poteva accompagnarsi a una concubina, a un’etera, o avere rapporti occasionali con le prostitute. Quest’ultime, chiamate pornai, potevano essere di condizione servile (schiave di origine straniera) o libera (donne esposte e abbandonate in tenera età, orfane o, ancora, fanciulle estremamente povere). Le prostitute potevano offrire le loro prestazioni per strada o all’interno di case chiuse. Esistevano poi le etère, donne di una certa cultura e abili nel conversare, che accompagnavano gli uomini negli eventi pubblici. Non era raro per queste professioniste stabilire dei rapporti duraturi, mai esclusivi, con i propri clienti. Anche nel mondo romano esistevano diverse forme di prostituzione. Le prostitute più sfortunate erano costrette a vendersi nei lupanari di basso livello e per strada, nelle taverne o nelle locande. Le meretrici (dal verbo latino merere, “pagare”) invece lavoravano in proprio o all’interno delle case chiuse di un certo livello. Tra loro si potevano trovare anche delle donne raffinate, capaci di intrattenere gli uomini non solo a letto. Sia le meretrici che le lupae potevano essere delle schiave, liberte o donne libere. Chiunque praticasse questo mestiere era colpito da infamia ed era sottoposto a forti limitazioni sociali, religiose e giuridiche. In Grecia non erano previste simili sanzioni, ma sappiamo che in alcune epoche queste donne furono vittime di campagne volte a moralizzare i costumi.

Questo volume non ha certo la pretesa di raccontare le innumerevoli sfaccettature della vita quotidiana delle donne antiche, tenteremo però di descrivere il rapporto tra queste e alcuni ambiti della loro vita privata e pubblica. Racconteremo le principali tappe dello sviluppo di una donna, il suo ingresso in una nuova famiglia, il ruolo di moglie e madre, il rapporto con il sesso, la religione, la cultura, il potere e persino la guerra.»

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