“I Greci, i Romani e… il simposio” di Michele Napolitano

Prof. Michele Napolitano, Lei è autore del libro I Greci, i Romani e… il simposio, edito da Carocci: che ruolo svolgeva, in Grecia e a Roma, la dimensione della commensalità, pubblica e privata?
I Greci, i Romani e… il simposio, Michele NapolitanoPer non anticipare dettagli sui quali avrò modo di soffermarmi meglio più avanti, a questa domanda risponderei cercando di isolare, semmai, una prerogativa, comune, sia pure in forme diverse, tanto al simposio greco che al convivium romano, che distingue in modo netto la commensalità antica, pubblica e privata, dalle forme di commensalità alle quali siamo abituati noi. Proverei a formulare la cosa in questi termini: la commensalità antica, tanto in Grecia quanto a Roma, non si esaurisce mai nel puro e semplice riunirsi attorno a un tavolo, nel senso che il momento del mangiare e del bere insieme è regolarmente trasceso in direzione di istanze superiori, spesso assai impegnative: che si tratti del produrre poesia e musica, ovvero letteratura, o che invece siano in gioco istanze deliberative, anche in senso concretamente politico, o filosofico, simposio e convivium non possono ridursi mai a ciò che siamo abituati a fare noi quando andiamo al ristorante per trascorrere una serata in compagnia. Esiste, è chiaro, anche in antico una componente attinente alla sfera del puro piacere costituito dal riunirsi, dallo stare in compagnia tra amici. Ma simposio e convivium sono occasioni che sarebbe impossibile ridurre alla sola sfera della convivialità: in gioco c’è, quasi sempre, anche altro, in virtù del legame strettissimo di solidarietà che corre tra i convitati. Tale solidarietà, soprattutto in Grecia, non è quasi mai un fatto di ordine puramente esistenziale: è anche amicizia, certo, ma è, soprattutto, condivisione di valori comunitari che vanno oltre l’àmbito personale e privato rappresentato dai singoli individui. A Roma, del resto, la dimensione dell’amicizia come fatto privato è più rilevata che in Grecia: da Cicerone a Plinio, numerosi sono i testi dai quali emergono riflessioni che, fuori da ogni preoccupazione di segno collettivo e pubblico, definiscono il tempo del convivium come un momento privilegiato di scambio intimo e privato tra amici.

Come funzionava un simposio greco? E un convivium romano?
La regola che distingue in modo più netto le pratiche di commensalità greche da quelle romane consiste forse nella rigida separazione tra il momento del pasto e quello destinato al bere: vigente in Grecia, tendenzialmente assente a Roma. In Grecia, il déipnon, ovvero il pasto, precedeva il tempo della bevuta. A tal punto distinti erano i due tempi, anzi, che, finito il pasto, la sala che lo aveva ospitato veniva accuratamente ripulita e allestita per la prosecuzione della riunione, ovvero per quelle che i Greci chiamavano deutérai trápezai, ‘seconde mense’: quelle, appunto, destinate al simposio. Si può inoltre osservare come la disposizione dei convitati nei triclini romani fosse diversa da quella tipica dei simposiasti in Grecia: se questi ultimi bevevano isolati, sdraiati su letti singoli disposti in fila, a Roma i letti erano disposti in formazioni costituite da tre unità, disposte attorno a una mensa collocata nel mezzo, secondo un ordine gerarchico generalmente assai rigido, fondato sul rango dei convitati. In Grecia dominava dunque una disposizione lineare, mentre a Roma i convitati erano sdraiati in gruppi circolari, ciascuno costituito da tre convitati. Tanto in Grecia quanto a Roma, la commensalità è un fatto destinato a spazi chiusi: nonostante alcune eccezioni, la regola prevedeva che si mangiasse e si bevesse non all’aria aperta, ma all’interno di spazi domestici appositamente pensati per le riunioni. Altrettanto comune al simposio greco e al convivium romano era, infine, la presenza di una sorta di cerimoniere: il simposiarca, il cui ruolo corrispondeva a quello che a Roma era giocato dal magister bibendi.

Di quali regole vivevano il mangiare e il bere insieme in Grecia e a Roma?
Mentre la situazione del convivium romano si presente sostanzialmente priva di norme ben codificate, almeno per ciò che attiene ai modi e ai comportamenti dei convitati, per la Grecia si può parlare senza esitazione di un vero e proprio complesso di regole. Regole di buona condotta, soprattutto: una sorta di galateo simposiale, insomma, che, per lo più implicito, capita però di vedere esplicitamente descritto e dichiarato in alcuni testi di natura metasimposiale, in testi, cioè, che, destinati al simposio, sulle regole del buon simposio riflettono, enunciandole in termini persino normativi, se non proprio prescrittivi. Penso qui, soprattutto, a un grande frammento elegiaco di Senofane o ad alcune pericopi del cosiddetto Corpus Theognideum (i componimenti elegiaci ascritti a Teognide, per essere più chiari, dei quali fanno parte, insieme a molto materiale teognideo, versi da ascrivere, ora con certezza, ora con buona verosimiglianza, ad altri poeti): testi che, per il loro forte valore paradigmatico, ho scelto di includere tra i testi antologizzati nel mio libro. Il simposio greco poteva certo trascendere in sregolatezza. Ma il simposio ideale, in Grecia, è una forma di commensalità che prevede uno scenario fatto di temperanza e di moderazione: nei comportamenti e nei toni, così come nella misura del bere. Uno scenario, a volte espressamente contrapposto a quelli tipici della commensalità ‘barbara’ (quella degli Sciti, ad esempio, o dei Persiani), che esclude la contesa, la contrapposizione, la polemica, e che, per conseguenza, rifiuta di accogliere la guerra all’interno dello spettro tematico degli argomenti che, in esso, è opportuno che trovino posto. Il greco antico contempla un ampio spettro di parole che rendono la dimensione di felice armonia tipica del simposio, tra le quali isolerei euphrosýne (‘letizia’) e cháris (‘grazia’). Il fatto che tale armonia potesse essere disattesa e violata non significa che non ci si sentisse tenuti a darle forma concreta, compimento: in questo senso, il simposio greco può essere considerato, al limite, come una sorta di laboratorio utopico, uno spazio all’interno del quale compostezza e grazia sono avvertiti come forme ideali da attingere, nei limiti del possibile, ogni volta che sia dato riunirsi.

Di quali valori sono espressione i testi che alla dimensione conviviale sono dedicati?
A questa domanda ho già risposto, almeno in parte, rispondendo alle domande precedenti. Solidarietà di classe; comunanza di esperienze, di ideali politici, di traiettoria biografica, di gusti, facevano del simposio una sorta di mondo a parte. Di recente, gli studi sul simposio hanno insistito, a ragione, sull’esistenza di tracce piuttosto evidenti di forme di convivialità non aristocratiche, che sono però più difficili da individuare rispetto al molto che sopravvive del simposio di rango. Se è dunque difficile indagare il mondo di valori che univa i convitati nel simposio ‘popolare’, per il simposio aristocratico vale ciò che si è già detto in relazione alle regole che lo normavano. Qui si potrà aggiungere, per provare ad arricchire il quadro, ciò che si trova affermato dall’io lirico in uno splendido frammento elegiaco anonimo, che propongo alla lettura nella traduzione che si trova nel libro che ho appena pubblicato: «Amici miei, quando occasioni come questa ci riuniscono, bisogna / saper ridere e scherzare senza dimenticare la virtù. / Si deve godere dello stare insieme, dello scambiarsi reciproci scherzi, / del prendersi in giro, a scatenare il riso. / Ma poi deve seguire la virtù, ascoltando chi a turno prenda la parola: / in questo risiede la perfetta virtù del simposio». Equilibrio, dunque, tra serio e faceto, tra la sbrigliata giocosità della beffa e pratiche virtuose: ecco quello che a me sembra il valore dei valori, per così dire, quando si parli di simposio.

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  • Napolitano, Michele (Autore)

Come si intrattenevano i convitati?
Tanto in Grecia quanto a Roma, i momenti di commensalità prevedevano una gamma molto ampia di intrattenimenti. La dimensione ludica giocava un ruolo centrale: i convitati erano chiamati, ad esempio, a risolvere a turno enigmi e indovinelli, o a gareggiare in giochi di abilità quali il cottabo, il quale, almeno in una delle sue varie e diverse versioni, consisteva nel centrare da una certa distanza, con un movimento tanto abile quanto aggraziato delle dita, un disco metallico con i resti del vino posati sul fondo delle coppe da bevuta, in modo da farlo cadere dall’alto del piedistallo sul quale era sospeso. Ma un ruolo non meno centrale giocava, a simposio, la dimensione spettacolare. In Grecia arcaica e classica, per recuperare una felice formulazione di Luigi Enrico Rossi, tale dimensione era costituita dal simposio stesso, col suo variegato bagaglio di intrattenimenti, che, accanto ai giochi e ai momenti di puro e semplice svago, prevedeva, come è ben noto, la produzione di componimenti poetici, che i convitati eseguivano a turno, uno dopo l’altro, con ritmo ordinato e regolare, in fila, assecondando la loro collocazione sui letti simposiali. Più tardi, diciamo a partire dalla fine del V secolo, col primo sviluppo di forme propriamente professionali di spettacolo, il simposio greco cominciò a ospitare interventi esterni: mimi, attori, musicisti, ai quali era richiesto di intrattenere gli ospiti con le loro prestazioni. Un quadro, questo, che a Roma trovò ampio sviluppo già molto presto, culminando in forme spesso assai complesse e variegate, delle quali fornisce esempio indimenticabile l’insieme degli intrattenimenti che fanno da sfondo al banchetto di Trimalchione nel Satyricon di Petronio. Quasi superfluo aggiungere, infine, un breve cenno alla dimensione erotica, che tra gli intrattenimenti simposiali è forse il più ampiamente noto anche a chi non si occupi professionalmente di Grecia e di Roma. Indipendentemente dal loro status, non necessariamente servile, almeno a Roma, le donne a banchetto sono soprattutto questo: presenze di contorno, funzionali al soddisfacimento dei desideri erotici dei convitati. Di tale presenza, che, per quanto ho appena detto, potrebbe immaginarsi relegata a un ruolo di secondo piano, restano però, al contrario, immagini vividissime tanto in ciò che sopravvive della produzione poetica greca destinata al simposio (elegia; giambo; lirica monodica) quanto in documenti letterari in latino. Tra altri esempi possibili, sceglierei qui un famoso frammento di una commedia perduta di Nevio, poeta epico e drammaturgo del terzo secolo a. C. Un frammento, proveniente dalla Fanciulla di Taranto, che restituisce un ritratto pieno di brio di una cortigiana in azione a banchetto. Vale la pena di leggerlo (la traduzione è mia): «Facendo come fa chi gioca a palla con un gruppo di compagne, / si concede a vicenda ora all’uno ora all’altro, dandosi a tutti. / A uno fa cenni, a un altro strizza l’occhio; con uno fa all’amore, / un altro lo abbraccia. Con uno usa le mani, a un altro sfiora il piede, / a uno fa vedere l’anello, un altro chiama muovendo le labbra; / e mentre a uno canta una canzone, a un altro disegna lettere col dito».

Di cosa si parlava a simposio, o a banchetto?
Nel caso di questa domanda si può per una volta provare ad allestire una risposta unitaria, nel senso che almeno alcuni degli argomenti principali dei quali si parlava a simposio in Grecia si rivelano centrali anche nel pur così diverso contesto del convivium romano. Gli ultimi due capitoli del mio libro raccolgono una nutrita serie di testi, greci e latini, che riflettono sulla dimensione erotica e sul binomio costituito dagli affanni della vecchiaia e dall’incombere della morte. Per ciò che attiene alla sfera dell’eros, il suo continuo affiorare nei testi destinati al simposio, come in quelli che, del simposio e del convivium, descrivono modi e forme, non può certo stupire. Si può anzi dire che la riflessione sull’amore sia, in entrambi i casi, diretta conseguenza del fatto che, della dimensione conviviale, l’eros era ingrediente primario: prima ancora che nei testi, nella pratica quotidiana del mangiare e del bere insieme. Né può sorprendere, del resto, che i temi dei quali ho appena detto: vecchiaia, morte, amore, si trovino strettamente intrecciati in molti dei testi che ne parlano, come se si trattasse di due facce della stessa medaglia. Le miserie della vecchiaia, così come la cupa ineluttabilità della morte, sono dichiarate, con toni che vanno dalla rassegnazione alla pena, da una malinconia pensosa e riflessiva a forme molto vivide di rimpianto, in contesti che, assai spesso, si colorano di forme non meno emotivamente intense di nostalgia per la fugacità del tempo e per la giovinezza perduta. E le gioie della giovinezza, amaramente rimpiante, sono certo soprattutto le gioie dell’eros, i piaceri d’amore: in Mimnermo e in Anacreonte come in Orazio e in Petronio, solo per citare autori nei quali i temi in questione giocano un ruolo primario. Il vino, o per dir meglio: il consumo comunitario, rituale, solidale, del vino nel contesto della riunione conviviale, è molto spesso evocato come rimedio all’angoscia del vivere: proprio come l’amore, che di tale angoscia si propone come benefico, indispensabile contraltare. Va poi aggiunto che, soprattutto in Grecia, la riflessione sull’amore assume non di rado vero e proprio respiro filosofico: basti pensare al Simposio di Platone, nel quale il polifonico ordito dei discorsi che si inanellano, uno via l’altro, nel corso del dialogo, perviene a esiti per i quali sarebbe difficile rinvenire paralleli adeguati. Più tipica del simposio greco che del convivium romano è infine la tematica politica. Delle pratiche greche del simposio faceva parte quello che i Greci chiamavano bouléusthai parà póton, ovvero la deliberazione politica formulata nel corso delle riunioni simposiali. Ma certo, l’esempio che viene subito alla mente è quello di Alceo, i cui carmi di argomento politico mostrano come meglio non si potrebbe il senso concreto della solidarietà di parte, di fazione, che univa i compagni di eteria.

Come si impiegava il tempo che si trascorreva insieme a tavola?
Per non ripetere cose già dette in precedenza rispondendo alla domanda relativa agli intrattenimenti tipici del simposio greco e del banchetto romano, mi piace qui soffermarmi, più ancora che sui passatempi e sugli svaghi che servivano concretamente a riempire il tempo dedicato al mangiare e al bere insieme, sulla dimensione che, tanto in Grecia quanto a Roma, faceva da sfondo comune alla poliedrica varietà di occupazioni che ritmavano il tempo dei convitati: la dimensione della conversazione. Se dovessi dire cosa fossero, soprattutto, simposio e convivium, la parola che sceglierei è proprio questa: conversazione. I testi lo affermano a volte a chiare lettere, come accade, ad esempio, in uno splendido frammento degli Aitia di Callimaco, nei versi in cui l’io parlante, forse lo stesso Callimaco, si rivolge a Teogene, suo compagno di bevuta, nei termini che seguono (anche in questo caso, la traduzione è mia): «Il vino non vuole soltanto le sue parti d’acqua: pretende anche la sua dose di conversazione. E la conversazione non è servita in coppe da bevuta, né serve chiederla volgendo lo sguardo alle altere sopracciglia dei coppieri […]. E allora, Teogene, pensiamoci noi, mescendola all’aspra bevanda, come se fosse un farmaco». Versi, meravigliosi, nei quali il conversare è trattato, anche sul piano del lessico, come indispensabile complemento del vino: come rimedio, come farmaco, appunto, da mescolare al vino, come si faceva con l’acqua, per temperarne l’inevitabile asprezza. Ma anche dove la cosa non sia dichiarata in termini tanto espliciti, è chiaro che lo stare insieme dei convitati a simposio, o a banchetto, prevedeva, e anzi imponeva, almeno in linea di principio, una reciprocità che, nella sua sapiente mescolanza di virtù e di spirito, di compostezza e di brio, era in grado di disegnare una cornice che non si potrebbe immaginare più adeguata al mutuo scambio di idee, al dialogo. Certo, tanto in Grecia quanto a Roma capitava di frequente che lo spazio destinato al mangiare e al bere ospitasse episodi molto lontani dalla serena, meditativa dimensione della conversazione. Ma tale dimensione, nonostante ogni possibile eccezione alla regola, resta pur sempre quella largamente predominante, come risulta evidente, forse più ancora che dai testi letterari, dalle rappresentazioni figurative che mettono in scena i vari e diversi momenti di commensalità: che si tratti delle infinite raffigurazioni vascolari greche che rappresentano i convitati distesi in ordinata successione sui loro lettini o, a Roma, dei bassorilievi o degli affreschi parietali che fissano i commensali nel loro non meno ordinato corrispondersi nei triclini. In tempi nei quali il tono generale dello scambio, pubblico e privato, tende in modo sempre più esasperato al registro della prevaricazione e del malgarbo, il ritmo antico della conversazione a banchetto è un modello di comportamento al quale sarebbe sempre più necessario guardare con ammirata attenzione.

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