“I giovani nella società contemporanea. Identità e trasformazioni” di Ilaria Pitti e Dario Tuorto

Prof.ri Ilaria Pitti e Dario Tuorto, Voi siete autori del libro I giovani nella società contemporanea. Identità e trasformazioni edito da Carocci: ha ancora senso la questione giovanile?
I giovani nella società contemporanea. Identità e trasformazioni, Ilaria Pitti, Dario TuortoStudiare, come abbiamo fatto all’interno del nostro volume, il posto dei giovani nella società contemporanea significa riflettere su come la nostra società si va strutturando, quali opportunità offre e quali limiti impone ad un gruppo sociale così ampio e diversificato. La questione giovanile ha ancora senso nella misura in cui aiuta a comprendere fenomeni più generali e spesso contraddittori che attraversano la scena collettiva. Al giorno d’oggi si fa un ampio ricorso del concetto di “giovanilizzazione” ma questo termine, paradossalmente, viene utilizzato per dare conto di processi che non riguardano i giovani. La cultura di massa è immersa appieno nell’universo giovanile e nelle sue produzioni culturali. Tuttavia i giovani vanno fatica ad emergere ed essere riconosciuti come soggettività autonome. Più che essere valorizzati per le loro capacità e competenze, i giovani subiscono più frequentemente una sorta di spossessamento delle loro identità sociali, marginalizzazione delle pratiche che mettono in campo, esclusione dalla sfera pubblica e istituzionale. Il senso della questione giovanile sta proprio nella discrepanza tra il modo in cui nel dibattito pubblico viene evocato il termine “giovani” e lo spazio che ai giovani viene riservato nelle società in cui vivono.

Quali cambiamenti hanno ridisegnato, negli ultimi decenni, le caratteristiche e i confini della giovinezza?
Lo scenario in cui si muovono le attuali generazioni di giovani è quello imposto dalla velocità e ubiquità del processo di mutamento. Globalizzazione e accelerazione sono le macro-dinamiche sociali che vanno a ridefinire lo spazio, il tempo e il loro legame. In un contesto in cui le vite di ciascuno sono influenzate da processi distanti, l’incertezza diventa una condizione della contemporaneità e trasforma le biografie individuali in biografie del rischio, che si sviluppano in un presente esteso e proteso senza più confini verso il futuro. Interrogarsi su cosa la giovinezza stia diventando nella contemporaneità significa riflettere sulle conseguenze che il cambiamento accelerato sta avendo sui percorsi di crescita e transizione alla vita adulta dei giovani contemporanei, ma anche analizzare come i giovani si stiano individualmente e collettivamente confrontando queste trasformazioni in diversi ambiti della loro vita e attraverso quali strumenti lo stiano facendo. Significa domandarsi quali modalità di adattamento riescano a elaborare di fronte alle tensioni strutturali che si manifestano nella sfera familiare, economica, politica, identitaria. La generazione giovanile contemporanea assume il ruolo di una vera e propria “generazione di transizione” che, consapevolmente o meno, traghetta il mondo attraverso le turbolenze e il caos.

Qual è la condizione dei giovani nella società contemporanea?
Essere giovani oggi offre l’opportunità, probabilmente sconosciuta ai giovani del passato, di identificarsi immediatamente (e quasi emotivamente) con una platea globale di coetanei accomunati da modalità simili di interpretare il rapporto con il mercato, con i beni di consumo, con la cultura, i valori, le opportunità di carriera e di partecipazione. Al di là della sua rappresentazione collettiva, la condizione concreta dei giovani resta fortemente frammentata, riflettendo linee di divisione in larga parte tracciate dai modelli sociali e istituzionali dentro cui sono inseriti. Nel caso italiano, ad esempio, la lettura prevalente (e mai sconfessata) è quella di una condizione complessivamente difficile che, sebbene mitigata dalla solidarietà familiare, investe campi molteplici della vita pubblica contribuendo a costruire l’immagine di una società vecchia, in ritardo e poco attenta alle nuove generazioni. Diversi vincoli si frappongono a una piena valorizzazione dei giovani. Le loro strategie di indipendenza vengono rallentate dallo spiazzamento all’ingresso nel mondo del lavoro, da un modello di welfare poco propenso a investire in politiche di autonomizzazione (si pensi alle difficoltà nell’acquisto di una casa), da un sistema dell’istruzione poco finanziato e poco valorizzante in termini di carriera professionale. Invece di tradursi in un vantaggio, il ridotto peso demografico dei giovani ha prodotto una minore visibilità sulla scena pubblica e, quindi, una debole capacità trasformativa della società in cui vivono. Il vero punto della questione è che i giovani oggi, proprio perché pochi, fanno fatica a vedere riconosciuti gli elementi di innovazione e le richieste di cambiamento di cui sono o dovrebbero essere portatori.

Che spazio riservano ai giovani il sistema dell’istruzione e il mondo del lavoro?
Le biografie giovanili contemporanee sono chiamate a svilupparsi in uno spazio sociale compresso dalle persistenti disuguaglianze sul piano dei percorsi formativi che i giovani intraprendono, dell’aumentata precarietà lavorativa e delle ridotte possibilità di accesso al reddito e alle altre risorse materiali. Per quanto riguarda il sistema dell’istruzione, in Italia abbiamo assistito negli ultimi decenni a un processo progressivo di democratizzazione, almeno per quanto riguarda l’accesso ai livelli scolastici medio-bassi. Se però si guarda alla scuola secondaria superiore e all’università, persistono ancora forti limitazioni nelle possibilità di accesso, nella durata e nella qualità dei percorsi intrapresi. L’appartenenza di genere, classe sociale, origine territoriale ed etnico-razziale continuano in questi campi a contare come dimensioni strutturanti della disuguaglianza. Passando a considerare il mondo del lavoro, le politiche di flessibilizzazione e i contratti atipici sono diventati la nuova normalità soprattutto tra i giovani, per i quali rappresentano la modalità prevalente di inserimento professionale. A fronte di una minima parte di lavoratori atipici che riescono ad accedere a un lavoro alle dipendenze, un gran numero di giovani si ritrova a crescere in una condizione di precarietà permanente e senza forme di sostegno consolidate. L’instabilità del lavoro comporta problemi in termini di accesso a mutui e finanziamenti e influisce sulla possibilità di costruire una relazione stabile, di formare una famiglia indipendente, di mettere al mondo dei figli. La precarizzazione produce effetti anche “mentali”, che producono un adattamento al ribasso delle aspettative. La continua minaccia della potenziale perdita del lavoro porta i giovani ad attuare strategie deboli, in cui la propria dignità e salute possono essere messe da parte in cambio del mantenimento di un contratto. La riflessione sul rapporto tra giovani, istruzione e mercato del lavoro conferma la posizione particolarmente marginalizzata che viene riservata ai giovani. Va ricordato, tuttavia, che il contesto italiano amplifica fenomeni e dinamiche rilevabili anche altrove. Se i giovani italiani si trovano in una situazione di particolare vulnerabilità in chiave comparata, l’intera generazione giovanile contemporanea è chiamata a confrontarsi con i rischi di un modello di organizzazione del lavoro sempre più incerto e anomico.

Qual è il loro rapporto con le istituzioni?
Il modo in cui i giovani interagiscono con le principali istituzioni/organizzazioni presenti nella società è la cartina al tornasole del funzionamento della democrazia di un paese. Se è vero che ogni cittadino ha il diritto di vedere la sua voce rappresentata, i giovani fanno fatica a manifestare pubblicamente il loro interesse e le loro posizioni su temi che li vedono direttamente coinvolti, come ad esempio le politiche del lavoro, i costi connessi all’istruzione, l’accesso alla casa e altri ambiti della vita quotidiana. Mentre la gioventù è diventata sempre più lunga come età della vita acquistando uno status autonomo sul piano demografico, lo spazio per i giovani si è progressivamente ristretto in termini di visibilità pubblica e capacità di influenza. La riduzione progressiva dei finanziamenti pubblici ha costretto scuola e università a rivolgere lo sguardo al mercato per sostenere le proprie attività, trasformandosi da spazi in cui sviluppare critica e consapevolezza a luoghi di formazione di lavoratori specializzati in grado di competere nel mercato globale del lavoro. Da esperienza totalizzante, l’impegno civico-politico si è frammentato in esperienze spesso condotte all’esterno delle grandi organizzazioni. I partiti politici hanno cessato di funzionare come canali primari di socializzazione e, rispetto a questo mondo percepito dai giovani come un riferimento lontano, prevalgono reazioni di indifferenza e/o estraneità. Riflessioni analoghe possono essere avanzate per quanto riguarda il rapporto con i sindacati, nonostante la posizione subalterna sul mercato del lavoro renda importante per i giovani aderire a organizzazioni che possano difenderli. Analogamente, le esperienze partecipative all’interno dei parlamenti giovanili, dei consigli studenteschi e altri luoghi pubblici dotati di specifici organismi di rappresentanza restano occasionali e poco inclusive. A prevalere tra i giovani è la percezione di uno squilibrio tra orientamenti generali (che spingono per un maggior coinvolgimento nei processi decisionali) e le pratiche concrete messe in atto dalla società adulta. Le istituzioni appaiono loro come un sistema compresso, in grado di offrire solo spazi controllati, scarse opportunità di carriera e poca capacità di incidere sugli scopi organizzativi e sugli obiettivi delle attività in cui i giovani sono coinvolti.

Quali strategie di adattamento alla tensione sociale della contemporaneità sviluppano i giovani?
Tra le diverse manifestazioni della tensione che attraversa la società contemporanea quella relativa al lavoro è una delle più complesse. La penalizzazione occupazionale dei giovani italiani riflette caratteristiche di lungo periodo del sistema economico e sociale, su cui si sono innestati elementi nuovi di instabilità, derivanti dalla sempre più ampia diffusione del lavoro temporaneo/flessibile. Per comprendere le forme che assume il problema e le modalità di adattamento messe in campo dai giovani, nel volume riprendiamo lo schema elaborato dal sociologo Robert Merton che, negli anni trenta del Novecento, aveva descritto le diverse manifestazioni dello squilibrio tra struttura sociale e culturale. Il problema di partenza della tensione lavorativa attuale ha a che fare con il mismatch tra fini socialmente rilevanti e strumenti legittimamente riconosciuti (e accessibili ai giovani) per conseguirli. Dal lato delle mete gli elementi che caratterizzano una buona riuscita professionale sono molteplici: la possibilità di avanzamento o mobilità nella carriera, una retribuzione adeguata alle aspettative, lo svolgimento di un lavoro che dia spazio alla propria individualità. Questi obiettivi appaiono al presente decisamente più complessi da conseguire a causa della distribuzione ineguale di risorse e opportunità tra gli individui, ma anche perché andrebbero conseguiti tutti assieme, coerentemente con l’aspirazione contemporanea all’autorealizzazione che mira a coniugare quantità e qualità, sicurezza e apertura al cambiamento. Al contrario, la dimensione dei mezzi o risorse a disposizione appare fortemente limitante. La modalità principale a cui i giovani ricorrono per ottenere risultati soddisfacenti resta quella dell’investimento in scelte lavorative finalizzate a ottenere un impiego a tempo indeterminato. Tuttavia, la contrazione degli spazi disponibili per questo tipo di percorsi e, parallelamente, la loro delegittimazione sul piano culturale (in quanto poco rispondenti all’obiettivo del cambiamento) hanno aperto a nuovi scenari che rimettono in discussione non solo la dotazione dei mezzi istituzionali ma anche il loro significato. L’istituzionalizzazione del rischio come dimensione fondante della vita e delle carriere apre a comportamenti devianti sul lavoro, intesi come deviazione da un modello che non c’è più o, quantomeno, che non è più prevalente. Le nuove opportunità di avanzamento professionale che si presentano ai giovani di oggi valorizzano risorse diverse rispetto al passato e possono essere colte almeno in parte prescindendo dalla condizione economica e sociale di partenza. Resta il fatto, però, che le tensioni continuano ad agire perché la possibilità di fronteggiare il rischio non è la stessa per tutti e vecchie e nuove forme di disuguaglianza influenzano il campo di azione.

Quale potenziale trasformativo è insito nelle pratiche e nelle istanze promosse dalle nuove generazioni?
“Non posso”, “non voglio” e “nessuno me l’ha chiesto” è ciò che qualsiasi giovane oggi potrebbe dire a chi gli chieda conto del perché non prenda parte alla politica, alla cultura, ai valori e alle attività svolte all’interno delle principali istituzioni sociali, dalla scuola al mercato del lavoro. Queste risposte possono essere intese come rielaborazioni cognitive della tensione strutturale che caratterizza la società contemporanea. Interrogarsi su esse consente di riflettere sull’esclusione sociale come un processo che ristruttura tre principali sfere cognitive. La prima è quella legata alla possibilità e rimanda al peso che il possesso e la mancanza delle giuste risorse materiali e immateriali per navigare il presente hanno nel determinare ciò che ciascun giovane può realmente fare, ma anche e soprattutto la sua capacità di aspirare a, e immaginare, un futuro migliore. La seconda è connessa alla volontà e fa riferimento agli effetti che l’esclusione sociale può avere sull’interpretazione che il soggetto dà della società come qualcosa di cui vale o meno la pena essere parte. La terza sfera cognitiva è legata al riconoscimento. L’esclusione, in questo caso, rimanda a una vera e propria invisibilizzazione del soggetto nel presente in funzione di una valorizzazione del suo ruolo e del suo contributo da ottenere unicamente nel futuro.

Per rompere questo cortocircuito di argomentazioni penalizzanti, nel volume proviamo a immaginare come le nostre società potrebbero cambiare in meglio valorizzando gli elementi di innovazione presenti negli stili di vita dei giovani, nelle loro forme di aggregazione, nelle modalità di azione che sanno esprimere. Ad esempio nel lavoro, il valore aggiunto di una prospettiva non adultocentrica consisterebbe di superare la falsa alternativa tra esclusione e precarizzazione valorizzando le soluzioni dell’innovazione e della ribellione intraprese dai giovani quando riescono a perseguire percorsi lavorativi difformi rispetto all’obiettivo della carriera e della retribuzione. Un altro campo in cui il contributo dei giovani risulterebbe importante è quello del rapporto con l’ambiente. Si pensi alle mobilitazioni ambientaliste degli ultimi anni che, ibridando linguaggi e messaggi tradizionali (come la riproposizione di una dimensione etica dell’economia) con i repertori della postmodernità (uso delle campagne mediatiche e delle nuove tecnologie per amplificare il messaggio), hanno fornito chiavi di lettura inedite, né apologetiche né distruttive, sul presente. Dalle nuove generazioni possiamo apprendere, poi, una modalità diversa di rapportarci con gli oggetti, non più dominata dall’esigenza del possesso ma centrata sulla logica post-proprietaria dell’accesso, i cui assi portanti sono la condivisione e lo scambio. Nell’ambito delle relazioni interpersonali e dei rapporti di genere, le nuove generazioni propongono spesso modalità più includenti e fluide rispetto al passato, in cui non c’è pretesa di possesso sull’altro. Infine, sul terreno della politica, guardare ai giovani significherebbe valorizzare pratiche di partecipazione più diretta, animate da un rinnovato senso civico e una nuova disponibilità all’impegno, mirate al superamento dello strumentalismo (potere a tutti costi) a favore di obiettivi a lungo termine, eticamente orientati e da raggiungere attraverso tappe progressive.

Ilaria Pitti è ricercatrice in Sociologia all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove insegna Sociologia della giovinezza e Studi di genere. Tra le sue ultime pubblicazioni Youth and Unconventional Political Engagement (Palgrave Macmillan, 2018).

Dario Tuorto è professore associato di Sociologia all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Tra i suoi libri L’attimo fuggente. Giovani e voto in Italia, tra continuità e cambiamento (Il Mulino, 2018).

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