Dottor Cecini, Lei è autore del libro I generali di Mussolini. Da Pietro Badoglio a Rodolfo Graziani, da Mario Roatta a Ugo Cavallero, la storia mai raccontata dei condottieri del regime edito per i tipi di Newton Compton: chi erano i generali di Mussolini?
I generali di Mussolini. Da Pietro Badoglio a Rodolfo Graziani, da Mario Roatta a Ugo Cavallero, la storia mai raccontata dei condottieri del regime Giovanni CeciniErano ufficiali nati nel periodo postrisorgimentale, attratti dalla vita militare per motivi patriottici o di prestigio sociale. Alcuni di essi poi erano piemontesi e ciò spiega l’alto senso di particolare attaccamento alla casa Savoia e alle loro tradizioni. Molti dei citati futuri generali maturarono esperienze coloniali, mentre tutti ebbero a combattere in ruoli di medio-alto comando durante la Prima guerra mondiale, dimostrando buone capacità direttive e operative. Di conseguenza, dopo il periodo liberale, al momento della salita al potere del fascismo erano in parte già generali o quanto meno ufficiali superiori, in piena ascesa nelle carriere. Se non si fossero guastati con il salire ancora nelle gerarchie, avremmo parlato di loro come valorosi e abili comandanti di battaglione o reggimento.

Che influenza hanno avuto sulle strategie militari e politiche del Duce i suoi generali?
Mussolini in qualità di capo del Governo – ma anche per lunghi periodi come ministro degli Interni, degli Esteri, della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica – aveva la vocazione al consolidamento interno dello Stato fascista. Pertanto ciò che riguardava la sfera militare e di difesa doveva in qualche modo riflettere prima tale consolidamento e poi, dilazionata nel tempo, la possibilità di un’eventuale e nuova guerra europea. I generali si ridussero a condividere questa strategia attendista, perché congeniale alla conservazione dell’apparato creato con la Grande Guerra: impegnarsi il meno possibile in fatto di progresso dottrinario e tecnologico permetteva di impegnare i bilanci nell’ampliamento quantitativo e non qualitativo dello strumento militare. Del resto per Mussolini il numero era potenza. Non si può quindi parlare di influenza dei generali su Mussolini, ma piuttosto il contrario, visto che egli cambiò periodicamente i vertici tecnico-politici non in funzione dell’efficienza, ma con l’esclusivo obiettivo di trovare ubbidienti seguaci verso le proprie contingenze politiche. Nell’anticamera di Palazzo Venezia vi era sempre qualcuno più compiacente, rispetto agli eventuali dubbi espressi dagli stretti collaboratori del duce.

Qual è stata la formazione dei generali di Mussolini?
La maggior parte dei generali esaminati percorse le carriere secondo i tradizionali cicli propedeutici agli alti gradi. Furono allievi dei Collegi militari, cadetti dell’Accademia o della Scuola militare, poi frequentatori della Scuola di guerra e infine tirocinanti presso il comando dello Stato Maggiore. Diversi alternarono poi le esperienze operative con impegni diplomatici o politici. Tuttavia alcuni tra di essi ebbero formazioni particolari, al di sotto dello standard, ma all’atto pratico non sfigurarono. Personaggi come Rodolfo Graziani, Giovanni Messe e Gastone Gambara passarono attraverso modeste gavette, prima di raggiungere l’esclusivo gradino dei generali. Ciò fu possibile perché la Grande Guerra diede ai gregari più talentuosi l’occasione di mettersi in mostra. Anche un ufficiale di complemento o addirittura un sottufficiale poteva in una siffatta guerra ambire a traguardi, altrimenti impensabili in tempo di pace. Il fascismo stimolò in un certo qual modo questa ascesa sociale, anche in competizione con la tradizionale casta piemontese. In particolare Messe, partito come soldato semplice, percorse tutti i gradi della truppa, dei sottufficiali e degli ufficiali, fino al grado apicale di maresciallo d’Italia.

Quale rapporto c’era tra generali e fascismo?
Il rapporto tra generali e fascismo fu un tipico matrimonio d’interessi, sulla falsariga dell’altro noto matrimonio d’interessi tra monarchia e regime. Quest’ultimo offrì ai generali prestigio sociale e considerazione politica, anche perché il reducismo e l’arditismo erano terreni comuni, nati entrambi in trincea. Mussolini restituì alla casta militare ciò che era stato ad essa tolto dagli ultimi governi liberali, considerati questi ultimi da ampi strati in divisa rinunciatari e rei di aver mutilato la Vittoria. I generali offrirono acritica obbedienza come contropartita alla propria immobile autoconservazione.

Quali figure hanno avuto maggior peso sulle vicende belliche e storiche?
Furono diverse le figure che nel bene o nel male si distinsero rispetto agli altri. Tra quelle più interessanti c’è sicuramente il già citato Messe. Egli, che vale la pena precisare partecipò a tutti gli impegni bellici dell’Italia della prima metà del Novecento esclusa la guerra di Spagna – dalla remota missione in Cina contro i Boxer fino alla campagna d’Albania – confermò anche durante la Seconda guerra mondiale una particolare attitudine al comando e al senso della realtà. Ritenuto a ragione un possibile concorrente per gli alti vertici militari, era temuto dai suoi superiori, che infatti lo usarono talvolta per missioni impossibili. Dopo la difficile campagna di Russia, dove egli dimostrò per determinazione e onestà intellettuale di saper tenere testa allo stesso comando tedesco, egli venne infine inviato quasi allo sbaraglio in Tunisia, alla vigilia della catastrofe bellica nel 1943. Anche qui Messe seppe fare una sorta di miracolo: confermò la propria autorevolezza con l’alleato germanico e, una volta costretto ad arrendersi, si guadagnò la rispettosa stima persino degli avversari britannici. Non a caso fu l’unico generale che durante il confitto mondiale si guadagnò sul campo la promozione a maresciallo d’Italia. La successiva prigionia in Inghilterra e il richiamo in Patria come capo di Stato maggiore generale furono la conferma del suo un carattere leale, ma al contempo poco incline al facile compromesso politico.

Altra figura chiave per comprendere le vicende belliche dell’Italia è di sicuro Mario Roatta. Uomo scaltro e dalle raffinate capacità d’intrigo, egli si guadagnò la stima di Mussolini grazie alla direzione del Servizio informazioni militare e al collegamento diplomatico con Francisco Franco durante alla guerra di Spagna. Nonostante alterne fortune, riuscì comunque a salire ancora nelle gerarchie e divenire il vice di Graziani al vertice dell’Esercito alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nella guerra mondiale. Ebbe quindi la fortuna di vedere ben presto il suo capo destinato in Libia; pertanto Roatta rimase in via interinale a dirigere lo Stato maggiore, situazione che lo pose non solo al centro di grandi decisioni, ma lo mise ancora di più in stretta collaborazione con Mussolini, che nel giro di pochi mesi lo confermò come effettivo capo di Stato maggiore dell’Esercito. A quel punto Roatta entrò però in rotta di collisione con un altro pezzo da novanta dell’intrigo: Ugo Cavallero. Quest’ultimo, nuovo capo di Stato maggiore generale, riuscì alla lunga a sbarazzarsi di Roatta, per mandarlo in Jugoslavia, dove egli trovò una situazione molto difficile contro la guerriglia locale. Anche qui Roatta seppe districarsi con la sua solita maestria, usando metodi brutali e creandosi la fama di aguzzino. Caduto in disgrazia Cavallero, Roatta tornò quindi a Roma nel suo vecchio incarico giusto in tempo per trovarsi invischiato in altri intrighi, tra cui l’arresto di Mussolini e il tortuoso percorso che portò alla proclamazione dell’armistizio con gli Alleati. In quest’ultima occasione Roatta si dimostrò completamente disinteressato a salvaguardare la Forza Armata dalle possibili ritorsioni germaniche e preferì seguire il re e Badoglio verso il territorio libero. Per le sue reiterate manchevolezze militari e penali Roatta fu quindi arrestato, ma scampò alla sentenza perché riuscì a fuggire dal carcere grazie alle sue vecchie e influenti amicizie nei Servizi. Latitante in Spagna, dove poteva riscuotere ancora un grande credito politico, rientrò in Italia solo dopo che le accuse a suo carico furono fatte decadere. Un autentico esempio di grande opportunismo e di autoreferenziale uso del potere, purtroppo ancora largamente diffuso in Italia.

Qual è stato il maggior stratega militare di Mussolini?
Mussolini mantenne sempre lo spirito del giornalista; amava gli scoop a tal punto da minacciare o pianificare le guerre con l’arte del bluff e dell’improvvisazione, a seconda del momento e delle contingenze politiche. E’ impossibile parlare di strategia di lungo periodo, ma di meri colpi di testa. All’interno della sua corte in divisa l’unico che aveva una visione lungimirante e globale della materia bellica fu Francesco Saverio Grazioli. Grande erudito e raffinato divulgatore, egli aveva studiato e osservato come ci si preparava all’estero, oltre a distinguere con misura il possibile dall’azzardo. In Patria capì quasi da solo l’importanza dei corazzati e della sinergia tra Forze Armate. Proporzionalmente poco ambizioso, venne utilizzato da Mussolini non per il miglioramento delle istituzioni, ma solo come strumentale antagonista al conformista clan di Badoglio. Come novella Cassandra vide realizzare solo negli altri Paesi le sue geniali profezie. Rispetto all’intrigo preferì rifugiarsi nei suoi amati studi storici, scrivendo tra l’altro interessanti biografie di Garibaldi e di Scipione l’Africano.

Chi furono i principali artefici delle sconfitte militari del regime?
Le sconfitte militari del regime e quindi del Paese sono responsabilità condivisa e solidale di innumerevoli soggetti, sia tra i politici che tra i militari. Fu sciagura dichiarare la guerra in progressione alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Grecia, alla Jugoslavia, all’Unione Sovietica e infine agli Stati Uniti. Un’economia essenzialmente agricola come quella italiana non avrebbe mai retto il peso di un conflitto così ampio, dispersivo e di fatto inutile per la stabilità geopolitica dell’Italia. Tra i generali ve ne furono alcuni che ebbero più di altri grandi responsabilità, non fosse altro perché ricoprivano i maggiori ruoli apicali dell’apparato militare in momenti quanto mai drammatici. Il più grave di questi momenti fu di sicuro la campagna di Grecia, operazione ideata, preparata e realizzata con estremo pressapochismo. In questo caso le responsabilità maggiori furono di Badoglio e di Ubaldo Soddu.

Il primo, già esecrabile per la propria condotta durante le ore cupe di Caporetto nell’ottobre 1917, raggiunse i massimi vertici militari durante gli anni Venti e Trenta, percependo tutta una serie di titoli, stipendi e privilegi. Nello stesso periodo – a parte la discutibile vittoriosa campagna d’Etiopia – non fece praticamente nulla per il miglioramento delle Forze Armate, di cui era formalmente il responsabile tecnico. Assecondò in maniera abulica la volontà bellicosa di Mussolini nel 1940 fino alla catastrofe in Epiro, per la quale cercò di scaricare la responsabilità su di altri. Emarginato quindi fino al 1943, riuscì a riciclarsi come a-fascista capo di Governo, dopo l’arresto di Mussolini. Badoglio chiuse anche questa esperienza in modo miserrimo: tentando di lucrare sulla posizione bellica dell’Italia tra tedeschi e Alleati, condannò il Paese a una cruenta occupazione e alla guerra civile, mentre la stragrande maggioranza nei militari subì la più feroce vendetta tedesca. Come la maggior parte dei suoi colleghi, non pagò mai per le sue quasi trentennali malefatte.

Anche Soddu è ascrivibile nella categoria degli arrampicatori; cresciuto nei corridoi ministeriali, riuscì con pazienza nell’ambizioso obiettivo di essere nominato non solo sottosegretario alla Guerra, ma pure sottocapo di Stato maggiore generale. Era in sostanza superiore politico di Badoglio, ma al contempo suo vice militare. E’ sin troppo chiaro che le cose non potevano portare nulla di buono, a maggior ragione perché Soddu aveva imparato proprio da Badoglio che l’ossequio verso il duce era presupposto per la conservazione della poltrona o come in questo caso delle poltrone. Così egli, oltre a mettere in cattiva luce i suoi possibili concorrenti, si distinse per due autopromozioni – come sottosegretario firmava egli stesso gli atti del ministero – nel giro di pochi giorni e per l’impossessamento di uno sproporzionato comando delle truppe impiegate contro la Grecia. Soddu aveva modellato su di se stesso il ruolo di gigante dai piedi d’argilla e infatti in poche settimane cadde rovinosamente, portandosi dietro un pesante rovescio per tutto il Paese.

Quale generale, tra quelli da Lei raccontati, ritiene più rilevante dal punto di vista storico e militare?
Un personaggio unico nel suo genere e non sempre adeguatamente approfondito è di sicuro il già citato Cavallero. Uomo di vasta cultura, traduceva con facilità dal latino, dal tedesco e dall’inglese. Era al contempo ambizioso e imparò dal suo maestro Luigi Cadorna l’arte del comando assoluto, tanto da divenire generale non ancora quarantenne. La sua vita fu costellata da un percorso che alternò importanti incarichi di comando ad altrettanti dirigenziali in ambito industriale. Per questo si guadagnò la nomea di affarista, visto che passò con disinvoltura dall’incarico di sottosegretario alla Guerra a quello di presidente dell’Ansaldo, che produceva proprio materiale militare. Temuto da molti e allo stesso tempo timoroso di perdere il successo e il potere raggiunti, non si creò scrupoli a mettere i bastoni tra le ruote ai suoi possibili competitori, tra cui i citati Messe e Roatta. Con Badoglio ebbe per quasi trent’anni un rapporto concorrenziale e conflittuale, anche perché entrambi erano vecchi piemontesi del Monferrato. Prendendo il posto proprio di Badoglio al vertice delle Forze Armate nel bel mezzo della catastrofica campagna di Grecia, Cavallero sapeva di assumersi un grande rischio; tuttavia egli era un raffinato calcolatore e comprese sempre fino a che punto si poteva spingere nel gioco d’azzardo. Lo fece con Mussolini e con gli stessi tedeschi, verso i quali aveva un rapporto privilegiato di stima reciproca. Sapeva che la guerra era diretta da Berlino e non da Roma; pertanto utilizzò i suoi canali preferenziali per mettersi in luce con l’alleato, anche a costo di marginalizzare gli interessi diretti dei comandi nazionali. In Russia, nei Balcani e in Libia non furono infrequenti i casi in cui gli italiani si trovarono costretti a inghiottire bocconi amari, pur di permettere ai tedeschi di raggiungere i propri obiettivi militari. Raggiunto anch’egli il grado di maresciallo d’Italia – più per intrigo che per i risultati conseguiti – Cavallero alla fine pagò per la tanta zizzania seminata. Responsabile per non aver creato un circolo virtuoso di collaborazione tra le Forze Armate, si trovò a un certo momento isolato. Ormai marginalizzato, una volta tornato alla ribalta Badoglio come capo del Governo, egli fu oggetto di vessazioni gratuite, dovendo scontare con gli interessi tutti i torti commessi a danno dei tanti risorsi nemici interni. Dopo l’8 settembre i tedeschi gli rivolsero il meritato rispetto guadagnato negli anni di guerra, anche se rimane ancora nel mistero la verità sulla sua tragica morte, in bilico tra il suicidio e l’assassinio politico. Troppo scaltro per compromettersi inutilmente, la sua sincera fedeltà monarchica gli è stata in un senso o nell’altro fatale. Con una vita e una morte romanzesca, ciò lo rende ancora più affascinante sotto il profilo storico.