I fantasmi della golden age. Paura e incertezza nell’immaginario collettivo dell’Europa occidentale (1945-1975), Gianni SileiProf. Gianni Silei, Lei è autore del libro I fantasmi della golden age. Paura e incertezza nell’immaginario collettivo dell’Europa occidentale (1945-1975) edito da FrancoAngeli: quale valenza assume, per la comprensione della dimensione post-moderna, l’analisi del trentennio di straordinaria crescita seguito alla fine del secondo conflitto mondiale?
Premesso che emozioni, sentimenti, passioni, non sono la stessa cosa né in termini temporali (le emozioni sono il risultato dinamico di dinamiche individuali – corpo e mente – e di contesti storici, culturali e sociali) né in termini semantici (esse assumono diverse sfumature a seconda delle diverse lingue), nella percezione comune, la “società della paura” si è apparentemente materializzata in tutta la sua drammaticità con gli attentati alle Torri Gemelle del settembre 2001. Partendo da questa ipotetica data periodizzante, l’epoca attuale viene spesso descritta come pervasa da una pletora di paure legate a rischi come gli attentati terroristici, la crisi economica, l’immigrazione, il cambiamento climatico, l’impatto delle nuove tecnologie, le pandemie (e l’elenco potrebbe continuare). Minacce, reali o presunte, che a loro volta, in una sorta di spirale perversa, alimentano smarrimento ed insicurezza generali.

L’incertezza, ha scritto il sociologo Zygmunt Bauman, deriva dalla «incapacità di comprendere ciò che accade e il non sapere come continuare». È importante ricordarselo e ricordare come questi stati emotivi siano particolarmente presenti nei momenti di crisi o durante grandi processi di cambiamento sociale come, appunto, quello in cui ci troviamo. La complessità del contesto globalizzato e interconnesso nel quale operiamo contribuisce ad alimentare questo senso di smarrimento. A conferma di ciò basti pensare a una delle definizioni che usiamo comunemente per descrivere le società avanzate del terzo millennio: le chiamiamo società “post-moderne” o “post-industriali”, “post-fordiste”. Non trovando un altro modo, usando il prefisso “post” le qualifichiamo come qualcosa che segue una fase che conosciamo e che quindi siamo in grado di definire.

Tuttavia, per quanto il nostro momento storico ci appaia (o ci venga descritto dai media) come contraddistinto dalla presenza costante della paura non c’è bisogno di essere storici di professione per notare come essa, in realtà, non sia affatto esclusiva della “condizione post-moderna”.

L’undici settembre è dunque stato un evento apocalittico nel senso etimologico del termine: è stato una rivelazione. Ha messo in evidenza un clima di incertezza che in realtà già serpeggiava in Occidente. Come detto, questi stati d’animo e le varie forme di socializzazione della paura rappresentano una costante della storia e sono strettamente correlate ad eventi drammatici o catastrofici o a situazioni di rischio. Un esempio, su tutti: nel Palazzo pubblico di Siena è possibile ammirare gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti che risalgono alla prima metà del Trecento. Se si guarda bene questo affresco si nota, in alto, sopra la città di Siena l’immagine di un angelo. Questo angelo, che la protegge dall’alto, è l’incarnazione della Securitas e stringe in mano un rotolo in cui si legge, Senza paura ogn’uom franco cammini. Il senso di quella frase è che in una città ben governata non c’è spazio per la paura, la cui presenza aleggia costantemente nella sensibilità dell’uomo medievale.

Occorre aggiungere che la percezione individuale e collettiva dei rischi – e conseguentemente delle paure ad essi correlate – è mutevole e tende spesso ad attenuarsi rapidamente con il trascorrere del tempo. Questa sorta di “rimozione” ne determina il particolare andamento: certe paure, dopo essersi manifestate in un determinato contesto storico, ad un certo punto sembrano sparire. Talvolta è davvero così: molte paure moderne o premoderne, soprattutto quelle irrazionali legate alle dimensioni del magico, del soprannaturale o dell’irrazionale sono effettivamente scomparse, cancellate dal progresso scientifico o dal processo di secolarizzazione delle società. Talvolta però certe paure si ripresentano a distanza di tempo, magari in forme differenti. Proprio questo loro andamento “carsico” può indurre a pensare che esistano fasi storiche in cui esse siano assenti mentre in realtà esse scorrono semplicemente sotto la superficie.

La fase compresa tra la fine della seconda guerra mondiale e le crisi degli anni Settanta ha rappresentato un periodo straordinario e secondo alcuni osservatori irripetibile per la storia dell’Europa occidentale. L’Europa, ridotta in rovine nel 1945, non solo si ricostruì ma, come la mitica fenice, fu in grado di rinascere letteralmente dalle proprie ceneri attraverso i vari miracoli economici nazionali, che la modernizzarono e ne trasformarono profondamente e radicalmente il volto economico e sociale. Nello stesso tempo, quegli straordinari mutamenti che produssero quella che l’economista Galbraith definì retrospettivamente “società opulenta” e la crisi che ne seguì costituiscono a mio avviso le radici dell’attuale condizione post-moderna. Tutto questo vale sul piano economico, politico, sociale ma anche, come ho cercato di evidenziare in questo libro, sul piano della dimensione delle emozioni collettive.

Cosa rivela, dalla particolare prospettiva della storia delle emozioni, quella che Eric Hobsbawm chiamò golden age?
La golden age, definizione che lo storico britannico Hobsbawm coniò nel suo libro Il secolo breve, non solo produsse il welfare state e le politiche keynesiane di intervento dello stato nell’economia, il boom economico tedesco-occidentale o italiano, l’avvento della società dei consumi di massa, l’irrompere dei giovani sulla scena politica e sociale, le nuove sinistre, i movimenti collettivi e molto altro, ma rappresentò il brodo di coltura per ciò che sarebbe venuto dopo: il neoliberismo e la stagione del rifiuto delle ideologie, del disimpegno e dell’individualismo che in Italia viene definita con il termine “riflusso”, le politiche di austerità, l’emergere del terrorismo interno ed internazionale,.

Le emozioni provocate da questi eventi contribuirono a determinare i mutamenti di paradigma dei decenni successivi. Concentrare l’attenzione su una fase di apparente, ritrovata serenità, se non in taluni casi di vera e propria euforia, potrebbe apparire singolare. In realtà, esattamente come avvenne nei decenni che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale, la golden age non fu solo il trionfo dell’ottimismo ma qualcosa di assai più complesso. Concentrandosi sui principali paesi dell’Europa occidentale (Italia, Regno Unito, Francia e Germania) e partendo dalla storia culturale delle emozioni, un approccio che trovò nuova linfa grazie alla storiografia francese delle Annales, questo libro tenta di studiare quegli anni da una diversa prospettiva. La tesi di fondo da cui si parte può essere così riassunta: esattamente come le paure collettive – reali o percepite – che caratterizzarono la prima metà del Novecento furono anche il frutto della particolare sensibilità che contraddistinse la Belle Époque, anche le attuali incertezze che pervadono l’Occidente post-industriale, globalizzato e “liquido” sono in qualche modo originate dal clima del cosiddetto “trentennio glorioso” 1945-1975.

Quali spettri, reali o immaginari, contraddistinsero quest’epoca e quali inquietudini animarono la sensibilità collettiva dei paesi dell’Europa occidentale?
I “fantasmi” che pervasero i decenni che decretarono l’apogeo della modernità furono molti e il libro cerca di descriverli facendo ricorso a fonti diverse e con l’intento di costruire una storia culturale “alta” ma anche “bassa” – in alcuni casi esplicitamente “pop” – dei sentimenti collettivi di quell’epoca.

Sicuramente lo spettro onnipresente, che talvolta si materializzò in modo drammatico durante le varie crisi del secondo dopoguerra (il blocco di Berlino, la morte di Stalin, Suez e l’Ungheria, i missili a Cuba o l’invasione sovietica della Cecoslovacchia) e che in altri momenti fu presente sottotraccia, ma in forme egualmente inquietanti, fu indubbiamente quello della terza guerra mondiale e dell’Armageddon atomico. La guerra fredda e la contrapposizione tra le due superpotenze, in un contesto in cui l’Europa divisa aveva perso quella centralità che aveva raggiunto all’apogeo dell’età dell’imperialismo, fu il motore principale di queste ma anche di altre paure. Tra queste spiccano quelle del nemico esterno, quella legata alla presenza di un nemico interno che si concretizzò, negli Stati Uniti come in Europa, nella crociata contro il comunismo durante il maccartismo o nella paura della rivoluzione alla fine degli anni Sessanta. Ma ce ne sono anche altre: le inquietudini generate dal processo di decolonizzazione e dalle sue conseguenze (su tutti i primi flussi migratori), il “panico morale” costruito mediaticamente nei confronti delle subculture giovanili, del cinema, della musica e persino dei fumetti ad essi destinati ma anche i timori che accompagnarono il progresso scientifico e tecnologico o la diffusione di alcuni prodotti simbolo della emergente società dei consumi, come la televisione o le automobili. All’inizio degli anni Settanta, poi, l’effetto congiunto di vari shock economici quali la svalutazione del dollaro, la crisi petrolifera ma anche l’affermarsi di nuovi sistemi di produzione e della società post-industriale, colpirono duramente i sistemi di welfare e più in generale molte delle strutture portanti dell’edificio sul quale si era retta la golden age e riproposero per i nuovi ceti medi europei figli della golden age l’incubo della crisi e del declassamento sociale. Alla crisi economica e alla paura del declino si aggiunse il terrorismo interno ed internazionale, la criminalità e le prime conseguenze sull’ambiente del violento processo di modernizzazione. Le certezze scomparivano e le insicurezze nel futuro si riaffacciavano prepotentemente nell’immaginario collettivo.

In che modo è dunque possibile situare in quell’epoca le origini di molte delle paure e delle insicurezze collettive del terzo millennio?
Una volta sgombrato il terreno dai rischi di pericolosi anacronismi – quando si parla di mentalità il rischio di decontestualizzare o cadere in facili analogie è sempre dietro l’angolo – emergono molte continuità con l’attuale contesto. Al di là dei vari esempi contenuti nel libro emergono, ad esempio, la ricerca del capro espiatorio di turno – il “ribelle”, il marginale, il deviante ma anche l’immigrato o il “diverso”), il complottismo, le paure legate alle ricadute sull’ambiente delle attività umane, i timori per la tenuta delle istituzioni democratiche di fronte alla crescente complessità delle società post-moderne, al moltiplicarsi delle domande sociale, all’emergere di nuovi media e alle conseguenze della rivoluzione informatica. Su tutte, emerge una visione cupa e pessimistica del futuro che stride fortemente con le speranze che, nonostante la pesante eredità morale e materiale della guerra, avevano contraddistinto l’inizio della golden age. In questo, i mezzi di comunicazione di massa svolgono un ruolo centrale e una duplice funzione: da un lato sono preziosi per l’analisi storica perché registrano lo “spirito del tempo” e dunque, come in uno specchio, lo rappresentano. Nello stesso tempo, essi contribuiscono a plasmarlo, ad influenzarlo, ad esempio alimentando, consapevolmente o meno, allarme sociale se non vere e proprie ondate di “panico morale”. Le risposte in termini di provvedimenti politici e legislativi sono altrettanto significative. C’è un ulteriore elemento che è presente durante la golden age e che ritorna: il nesso tra potere e paura che rimanda allo sfruttamento politico delle paure collettive ma anche alla paura che il potere politico stesso prova in particolari situazioni economiche, politiche e sociali.

Le paure possono paralizzare una società, fomentare odio, invidia e ogni sorta di sentimenti violenti o negativi. Nello stesso tempo, esse costituiscono anche un potente motore in grado di innescare cambiamenti positivi. Il welfare state e più in generale le politiche di protezione sociale introdotte in Europa proprio durante il “trentennio glorioso” ne sono un ottimo esempio. Il dibattito che si accende però nella fase finale di quella stagione è un altro segnale dei mutamenti di prospettiva che le crescenti difficoltà degli stati nazionali di governare il moltiplicarsi delle domande sociali e dunque di sicurezza avrebbero innescato a partire dagli anni Ottanta e, più in generale, un processo di globalizzazione che era già in atto. La lunga stagione del neoliberismo, contesto entro il quale si sviluppano i germi della “società della paura” del terzo millennio, nasce insomma anche dal materializzarsi di molti fantasmi che erano aleggiati durante gli (apparentemente) spensierati anni della affluent society.

Gianni Silei è professore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali (Dispi) dell’Università di Siena dove insegna Storia sociale e Contemporary European History. Tra le sue monografie, oltre a I fantasmi della golden age figurano Un banco di prova. La legislazione sul Vajont dalle carte di Giovanni Pieraccini (1963-1964) (2016), Breve storia dello Stato sociale (con Fulvio Conti, 2013), Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento (2008).

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