Anche se la scarsità dei resti dell’opera del tragediografo Sositeo, attivo nella prima metà del III secolo, farebbe pensare il contrario, in realtà abbiamo ragione di credere che questo autore dovette godere di una fortuna ed apprezzamento non trascurabili in antichità, soprattutto ad Alessandria d’Egitto, che proprio in quegli anni si apprestava a diventare per alcuni secoli il centro culturale più importante del mondo greco ellenistico. Un epigrammista alessandrino della generazione successiva, Dioscoride, esaltò Sositeo come rifondatore del dramma satiresco, associandone l’arte a quella dell’inventore del genere, Pratina di Fliunte, e collocando Sositeo tra i più grandi autori di teatro, insieme a Tespi, Eschilo e soprattutto fianco a fianco con Sofocle. Alcune opere di Sositeo dovevano essere note ad uno dei grandi bibliotecari di Alessandria, Eratostene di Cirene. I grammatici alessandrini lo elessero tra i sette membri della “Pleiade”, cioè un gruppo di tragediografi eccellenti attivi presso la corte di Tolomeo II ad Alessandria d’Egitto (in realtà, la compilazione è evidentemente celebrativa ed è assai discutibile che questo gruppo sia mai esistito effettivamente nella realtà). Gli scolii, le citazioni di eruditi come Ateneo, Servio, Igino, Tzetzes e del lessico bizantino Suda testimoniano dell’inclusione del nome di Sositeo nella cultura diffusa e di una reception duratura anche nel mondo romano e bizantino. La sua opera più importante, il dramma satiresco Dafni (o Litierse), doveva essere ancora ben noto (almeno, nella trama generale) alla fine del II sec. d.C, quando la sua fusione di amore, avventura ed elementi bucolici fu probabilmente d’ispirazione a Longo Sofista per il suo romanzo Dafni e Cloe. A ciò possiamo aggiungere che i pochi versi superstiti di Sositeo sembrano confermarne la perizia tecnica e linguistica, mentre alcune testimonianze su di lui fanno pensare ad un autore dall’inventiva non comune, che seppe porsi in equilibrio tra recupero erudito della tradizione poetica precedente e ricerca di innovazione tipica degli autori ellenistici. Sembra inoltre di cogliere nel suo lavoro drammaturgico la ricerca di mescolanza tra generi (non solo dramma satiresco, tragedia e commedia, ma anche poesia bucolica), così come la tendenza a scelte mitopoietiche che ne fecero un crocevia fondamentale nella fissazione di figure mitologiche come il pastore Dafni, la creatura silenica Croto e il malvagio Litierse. Aggiungiamo infine che tutto lascia supporre che Sositeo sia stato tra gli autori più importanti che, nell’enfatizzare i tratti avventurosi della materia tragico-satirica euripidea, hanno aperto la strada alla nascita del romanzo greco (a sua volta, oltre che modello del romanzo latino, antenato dei moderni romanzi).Cosa sappiamo della sua biografia?
Come capita di frequente con gli autori “minori” del mondo antico, della sua vita non si sa quasi nulla ma, in compenso, le poche informazioni disponibili sono anche alquanto incerte. Di lui c’è una brevissima nota biografica contenuta nel lessico bizantino Suda, che possiamo citare interamente: Sosisteo»: siracusano o ateniese o piuttosto alessandrino di Alessandria nella Troade; uno di quelli della “Pleiade”, rivale del tragediografo Omero, figlio di Myrò di Bisanzio; fiorito nella 124a Olimpiade (= 284/3 – 281/0 a.C.); scrisse sia poesie sia opere in prosa. Senza addentrarsi in un’analisi approfondita del testo (per la quale rimando al secondo capitolo del libro), possiamo dire che delle tre patrie quella più probabile – come vide lo stesso compilatore del lessico – è Alessandria nella Troade (oggi nella parte settentrionale della costa egea della Turchia). L’aneddoto di Diogene Laerzio (7. 173) che ospita il fr. 4 Sn. di Sositeo attesta che svolse attività drammaturgica ad Atene (in virtù della quale potrebbe aver certamente ottenuto la cittadinanza onoraria). Ciò è confermato anche da un passaggio di Filodemo contenuto nel papiro ercolanese 1018, in cui il nome di Sositeo è citato tra quello di altri autori di teatro che scrissero opere derisorie contro il filosofo Cleante, che fu scolarca stoico ad Atene. Non esistono prove sicure del fatto che abbia anche risieduto e lavorato ad Alessandria d’Egitto, ma ciò è probabile. Oltre alla sua fortuna presso autori alessandrini di cui abbiamo parlato in precedenza, l’inserimento nel canone della “Pleiade” dei tragediografi attivi presso Tolomeo II lascerebbe pensare che, almeno per un periodo, Sositeo possa essere stato uno degli artisti ed intellettuali che il mecenatismo tolemaico portò in Egitto. La rivalità con un altro membro della “Pleiade”, Omero di Bisanzio, suo contemporaneo, è certamente possibile, sebbene non vi siano altre fonti a confermarlo. Naturalmente è impossibile stabilire se essa ebbe luogo ad Alessandria o forse più realisticamente già ad Atene, che rimaneva comunque la sede più importante per gli agoni teatrali. Non abbiamo date di nascita o di morte, ma se la Suda è accurata nell’indicarne il floruit (e vorrei sottolineare che la data è frutto di una congettura di Pearson, che corregge il testo contenuto nei manoscritti, certamente corrotto), dovrebbe essere nato alla fine del IV secolo, qualche anno dopo la morte di Alessandro Magno, e morto attorno alla metà del III secolo (poiché l’epigramma di Dioscoride sopra citato lo dice morto e sepolto all’epoca in cui la composizione fu eseguita). Dai versi superstiti non è possibile ricavare altre informazioni minimamente attendibili sulla sua biografia.
Cosa ci è giunto di Sositeo?
Di Sositeo ci sono giunti alcuni frammenti a lui attribuibili e diverse testimonianze riguardo alla sua figura e alla sua opera. I due frammenti maggiori, nel complesso 24 versi, sono riferiti all’opera più celebre del drammaturgo, cioè un dramma satiresco intitolato Dafni che in antichità era (forse) anche noto con il titolo di Litierse. Oltre che i versi, abbiamo diverse fonti (in particolare, scolii o eruditi latini), che riportano in forma compendiata il contenuto dell’opera o elementi descrittivi di alcuni protagonisti. Il dramma parlava del pastore Dafni, l’eroe della poesia bucolica al centro degli Idilli teocritei, che per amore di una ninfa (Talia o Pimplea, a seconda delle fonti), rapita dai pirati, arrivava in Frigia per scoprire che l’amata era stata venduta come schiava al crudele Litierse, figlio illegittimo di re Mida, grande mietitore ma anche assassino seriale dei suoi ospiti, che prima rifocillava secondo le usanze corrette, ma poi invitata a mietere insieme a lui (forse, in gara) e decapitava con la sua falce durante il lavoro nei campi per poi nasconderne i corpi e le teste nei covoni di grano. Alla grottesca descrizione di questo Litierse e della sua smisuratezza nel mangiare e nel bere è interamente dedicato il fr. 1, probabilmente parte del prologo dell’opera. Gli altri tre versi, originariamente collocati nella parte finale del dramma, raccontano della morte dell’“orco”: sfidato da Eracle in una gara di mietitura, decapitato dall’eroe e gettato nel fiume Meandro. Il figlio di Zeus avrebbe così aiutato i due innamorati a ritrovarsi e donato loro le terre di Litierse come regalo di nozze. Abbiamo poi due versi (cioè il fr. 1) tratti da una tragedia, l’Aetlio, del cui contenuto non sappiamo nulla. Il nome rimanda ad un mitico re (figlio anch’egli di Zeus e padre di Endimione) che avrebbe dato origine ai Giochi olimpici. Tuttavia nei due versi si trova solo una similitudine in cui un uomo «ben allevato» supera gli uomini «vili» come un’aquila (simbolo di regalità già in Omero) può scacciare un infinito numero di altri uccelli, e perciò resta misterioso in quale punto della trama dell’opera si potesse porre. Un passo della Vita di Cleante di Diogene Laerzio riporta poi un singolo verso, corrispondente al fr. 4, nel quale si citano «coloro che la stupidità di Cleante spinge come buoi». Secondo Diogene, questo attacco era contenuto in un’opera di Sositeo recitata nel teatro di Atene alla presenza dello stesso Cleante, scolarca della Stoà. Il filosofo, “stoicamente”, non avrebbe reagito all’insulto, ma la folla presente, indignata, avrebbe scacciato Sositeo dal teatro ed il drammaturgo avrebbe successivamente chiesto scusa. L’aneddoto può benissimo essere falso, ma l’attacco personale (più probabilmente episodico che generalizzato ad un intero dramma) sembra legarsi al fatto che anche Sositeo avesse abbracciato – almeno in alcuni dei suoi drammi satireschi – la tendenza emersa in età ellenistica di ambientare le vicende non in un passato mitico ma nella realtà contemporanea, andando anche a colpire direttamente – con esplicita indicazione dei nomi (ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν) – personalità coeve all’autore e agli spettatori: una prassi che era tipica della commedia aristofanea e che avrebbe ibridato tra le fine del IV secolo ed il III secolo il genere satiresco. Resta infine traccia di un’altra opera di Sositeo, della quale però non restano versi ma solo indicazioni di trama, in cui si parlava di Croto, figlio di Pan e della ninfa Eufeme, una creatura silenica che inventò l’applauso (κρότος è appunto ‘applauso’), ma anche l’arte del tiro con l’arco e che alla sua morte, secondo una versione del mito forse inventata dallo stesso Sositeo, fu assunto tra le stelle come la costellazione del Sagittario.
Quali sono le fonti dei suoi testi?
La fonte principale è un Mitografo Anonimo, di origine quasi certamente bizantina, che restituisce i 21 + 3 versi del Dafni (o Litierse), identificati come fr. 2 e 3. Esso è trasmesso da tre manoscritti, dei quali l’antigrafo è il Laurenziano Pluteo 56.1, del XIV secolo. Tuttavia, alcuni versi del fr. 2 sono citati anche in un passo dei Deipnosofisti (II-III sec. d.C.) di Ateneo (che costituisce anche il più antico testimone a noi giunto di versi di Sositeo), nel quale si elencano esempi illustri di personaggi che furono grandi atleti ma anche grandi mangioni; e altri versi dello stesso passo sono citati anche dall’erudito bizantino Giovanni Tzetzes (XII sec. d.C.), che probabilmente dipende dalla stessa opera antologica dalla quale poi è disceso il manoscritto laurenziano. Il fr. 1 (cioè i due versi dall’Aetlio) è riportato nell’Anthologion di Giovanni Stobeo nel capitolo dedicato al coraggio. Il fr. 4, con il verso di critica allo stoico Cleante, è riportato da Diogene Laerzio nella vita di quest’ultimo, incastonato all’interno di un aneddoto di dubbia veridicità ma potenzialmente di grande rilevanza. Questa situazione di tradizione esclusivamente indiretta – assai tipica per la tragedia postclassica – lascia presagire che già nei primi secoli d.C. le opere di Sositeo non circolassero più integre quanto in forma di estratti.
Come si è articolata la storia degli studi su Sositeo?
Di rispondere a questa domanda si occupa il primo capitolo del libro, del quale espongo qui di seguito una sintesi. Alla preistoria della critica su Sositeo c’è lo studio umanistico sul Mitografo anonimo di cui abbiamo parlato in precedenza: le congetture più antiche ancora oggi conservate risalgono al Theocriticarum lectionum libellus di Isaac Casaubon (1596), alla tesi di abilitazione all’Università di Lipsia di Heinrich K. Eichstaedt, De dramatae Graecorum comico-satyrico, inprimis de Sosithei Lythiersa 1793) e agli Opuscula, De dramate comicosatyrico di Johann Gottfried Jakob Hermann (1827). Così Sositeo entrò all’interno delle vaste trattazioni ottocentesche sulla tragedia o sul dramma satiresco antichi. Un momento decivo furono anche le due edizioni (1856, 1889) dei Tragicorum graecorum fragmenta di August Nauck che, come per gli altri tragici minori, costituirono un fondamentale punto di appoggio negli studi su Sositeo. (L’edizione è stata poi sostituita dagli anni ’80 del Novecento dal primo volume dei Tragicorum Graecorum Fragmenta, edito da B. Snell e R. Kannicht). Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i lavori che maggiormente indirizzarono l’interpretazione di questo autore furono un importante articolo di O. Jahn sulla materia satiresca del 1869 (edito su “Hermes”), gli Addenda scenica (1923) di Walker e la piccola ma innovativa dissertazione di Süss (1924) sul dramma satiresco, un celebre articolo di K. Latte (uscito sempre su “Hermes” nel 1925) sul dramma satiresco postclassico.
Sottolineo con piacere come negli studi novecenteschi su Sositeo l’Italia si sia distinta come il paese più produttivo ed efficace: ottimi filologi come Perrotta (1925), Olivieri (1942), Napolitano (1979) e più di recente Cozzoli (2003) e Cipolla (nei Poeti minori del dramma satiresco, 2003) hanno contribuito in modo massivo al commento di Sositeo. Altri studi importanti sono due articoli (1994 e 1997) della studiosa che ha rivitalizzato gli studi sul dramma post-classico, Georgia Xanthakis-Karamanos. I contributi successivi, per quanto numerosi, sono per la maggior parte costituiti da sintesi poco innovative anche quando complete.
Non bisogna poi dimenticare come anche l’epigramma di Dioscoride su Sositeo, del quale abbiamo brevemente parlato all’inizio, ha goduto di una propria autonoma fortuna critica, con non meno di una ventina di contributi ad esso precipuamente o tangenzialmente dedicati.
Marco Zanelli (Brescia, 1989), è docente di lettere nei Licei, cultore della materia di Letteratura Greca, Storia del Teatro greco e latino e Filologia classica e docente a contratto di Lingua greca nell’Università Cattolica di Brescia. Nel febbraio 2025 ha conseguito il dottorato in “Studi umanistici” presso l’Università Cattolica di Milano (tutor: M.P. Pattoni) con un progetto di ricerca sulla tragedia greca di età ellenistica. I suoi studi si sono concentrati in particolare sulla ricezione della tragedia antica nel teatro contemporaneo e sui rapporti tra il mondo classico e il genere horror (al quale ha dedicato la monografia Il mito della “casa infestata”. Da Omero ai nostri giorni, Aracne, Roma 2018).




