Professor Giannini, Lei è autore del libro I domenicani pubblicato per i tipi del Mulino: qual è il carisma dell’ordine e come si è evoluto?
I domenicani Massimo Carlo GianniniPiù che di carisma che è un’espressione appartenente al lessico ecclesiologico del Novecento, penso si debba guardare alla lunga storia dei domenicani (ben 800 anni!) come a un prisma ricchissimo di esperienze – splendide e orribili, a seconda dei casi – che hanno segnato la storia umana in diversi continenti.
Tutto questo non era affatto inscritto nelle origini duecentesche dell’ordine dei predicatori che nasce tra la fine del XII e i primi del XIII secolo dall’idea di Domenico di Guzmán di formare un corpo di religiosi in grado di convertire tramite la predicazione della fede, ossia contrastando con l’uso della parola in pubblico sia gli eretici sia i pagani. Per tale ragione il fondatore volle che i frati studiassero teologia e vivessero in povertà, così da possedere gli strumenti intellettuali per avere la preparazione intellettuale necessaria ed essere al contempo in sintonia con il concetto di povertà evangelica che le diverse forme di contestazione della Chiesa avevano come bandiera.
Fu questa un’intuizione fondamentale perché mise a disposizione del papato uno strumento, quello di un ordine mendicante (istituito formalmente nel 1216) in grado di operare con grande libertà in tutto il mondo cristiano e persino fuori di esso. Come, nel caso dei francescani, i domenicani conobbero da subito un grande successo, poiché predicavano e assumevano la cura delle anime in molte realtà in cui né il clero secolare né il monachesimo tradizionale lo facevano, a cominciare dai centri urbani che in tutta Europa conoscevano una significativa crescita demografica ed economica (ricordiamo infatti che i grandi monasteri benedettini sorgevano in ambiente rurale).
Un primo adattamento fu poi legato alla “svolta universitaria” dell’Ordine – successiva alla morte di Domenico nel 1221 – vale a dire dell’ingresso di domenicani nei ranghi delle grandi Università del tempo (Bologna, Parigi e Oxford e quindi molte altre) come docenti e studenti di teologia. Questo fenomeno, di pari passo, con l’analoga evoluzione dei francescani, comportò la trasformazione dell’ordine dei predicatori in ordine dedito all’insegnamento della teologia. I domenicani erano dunque frati dotti ed esperti nella predicazione. Ciò contribuì, sempre nel corso del XIII secolo, a che i pontefici li scegliessero come giudici della fede, chiamati a scovare e a processare gli eretici.
Nel corso del Medioevo e dell’età moderna i domenicani furono senza dubbio protagonisti dell’insegnamento universitario, svolsero un’azione missionaria ad amplissimo raggio su scala globale (dall’Asia, all’Africa e quindi all’America) e furono il perno dei tribunali dell’Inquisizione. In seguito sono stati i grandi appuntamenti della storia (la Rivoluzione francese e l’avvento del liberalismo tra Otto e Novecento) a imporre ai domenicani, dopo drammatiche crisi che li condussero sull’orlo dell’estinzione di ripensare se stessi come realtà istituzionale.

2) Come nasce l’ordine?
Dall’esperienza di due uomini, due ecclesiastici di Osma, una città della Castiglia, il vescovo Diego de Acebes e il sotto-priore del capitolo e suo braccio destro, Domenico di Guzmán che, nell’ottobre 1203, viaggiando per la Provenza si resero conto di quanto fosse diffuso il rifiuto della Chiesa, intesa come istituzione di potere, del tutto disinteressata alla diffusione del messaggio cristiano. Ciò aveva consentito una notevole diffusione di due diverse forme di contestazione all’autorità dei vescovi: la prima provenienti da fedeli profondamente convinti dell’importanza della povertà e della predicazione del messaggio cristiano tra i laici e perciò condannati come eretici (ad esempio i valdesi); la seconda da parte di una fede diversa, il catarismo, portatore di una sorta di visione sincretistica in cui convivevano istanze manichee (secondo cui bene e male sono due principi uguali e non fra loro gerarchizzati), credenze orientali sui percorsi di perfezione dell’anima e persino elementi del cristianesimo. L’intuizione di Diego (che sarebbe morto assai presto, nel 1207) cui subentrò poi Domenico fu la predicazione in povertà dei contenuti della fede in controversie pubbliche con gli “eretici” così da convertire loro e convincere i molti titubanti. La povertà e l’istruzione teologica ai fini della predicazione e della missione furono i due cardini su cui Domenico avrebbe costruito il nuovo ordine dei frati predicatori. Su questa base egli seppe ottenere in pochi anni il riconoscimento e l’appoggio del papato che necessitava di uno strumento agile ed efficiente.

3) L’Inquisizione ha segnato la storia dell’ordine
In un certo senso è vero. La nascita dei tribunali dell’Inquisizione negli anni ’20 e ’30 del XIII secolo, voluti dai pontefici per combattere contro gli “eretici”, spesso accomunati ai ghibellini, nemici del potere papale, costituì un altro snodo fondamentale per i domenicani. In quanto frati esperti in teologia, essi furono chiamati a scovare e condannare gli eretici. Non si trattò di un passaggio indolore all’interno dell’ordine, dal momento che l’esercizio dell’attività inquisitoriale cozzava contro le regole della vita comune e il rispetto delle gerarchie domenicane. Le tensioni furono messe a tacere solo per l’intervento dei papi che non intendevano rinunciare ai “loro” domenicani-inquisitori. Nel corso del Cinquecento, inoltre, la nascita della censura ecclesiastica ebbe come protagonisti sempre i domenicani che, per quattro secoli, videro un loro esponente nel ruolo di Maestro del Sacro Palazzo (carica della corte pontificia incaricata della sorveglianza su tutto ciò che si stampava a Roma) e di segretario della Congregazione dell’Indice dei libri proibiti. Ciò non tolse che molti furono i domenicani che finirono giudicati dai tribunali dell’Inquisizione o che videro le loro opere proibite dall’Indice.
In generale possiamo dire che, quello con la repressione inquisitoriale e censoria, fu, nell’arco dei secoli, una questione assai complessa e delicata, da analizzare caso per caso, superando l’idea di una contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”. Sono numerosi i casi in cui troviamo un frate nella parte dell’inquisitore e un altro in quella, assai più scomoda, dell’imputato o del perseguitato…

4) Quali grandi personaggi fecero parte dell’ordine?
Bella domanda! Dobbiamo in primo luogo intenderci su cosa intendiamo per “grandi personaggi”. Da un punto di vista istituzionale e “politico” occorre ricordare senz’altra i primi maestri generali che guidarono l’ordine nel XIII secolo: oltre al fondatore, ad esempio Giordano di Sassonia e Raimondo di Penyafort. Dal punto di vista, invece, intellettuale vi è solo l’imbarazzo della scelta, a cominciare da Alberto Magno e, soprattutto, da Tommaso d’Aquino, autore di un sistema di pensiero teologico che ha avuto un ruolo straordinario nella fondazione della cultura cristiana e, più in generale, della cultura dell’Occidente europeo. Per altro verso grandi figure della storia dell’arte come il pittore Beato Angelico o della storia del pensiero filosofico come Giordano Bruno (bruciato sul rogo nel 1600) e Tommaso Campanella appartennero all’ordine domenicano.
Venendo a tempi più vicini a noi, dobbiamo ricordare almeno: Joseph-Marie Lagrange (1855-1938), fondatore del centro di studi biblici a Gerusalemme; un grande studioso della Bibbia che ebbe non pochi problemi per il suo approccio scientifico al testo sacro; i teologi Marie-Dominique Chenu (1895-1990), i cui lavori furono messi all’Indice dalle autorità romane, e Yves Congar (1904-1996) che, dopo aver subito misure disciplinari per le sue posizioni, sarebbe divenuto uno dei più influenti “periti” durante il Concilio Vaticano II e infine cardinale, un anno prima della morte.
Tuttavia accanto a queste figure mi piace ricordare alcune donne come la russa Anna Ivanovna Abriskova (1882-1936), convertitasi al cattolicesimo e divenuta animatrice di un gruppo di terziarie domenicane a Mosca, che solo per la sua fede subì la deportazione in un campo di lavoro in Siberia o le suore che, impegnate nelle missioni in Cina, scomparvero durante i disordini del 1927.

5) Quali sono stati i rapporti tra ordine e Papato?
Complicati, direi. Malgrado i domenicani si siano sempre rappresentati come fedeli agenti del papato, se guardiamo al Medioevo, emerge chiaramente come l’ordine operò ora in stretto raccordo con Roma (ad esempio nel XIII secolo), ma seppe anche contrapporsi alla volontà dei pontefici allorché costoro cercarono di assumerne più o meno velatamente il controllo. All’ordine domenicano appartennero molti inquisitori, ma anche il famoso Girolamo Savonarola (1452-1498) che, durante le sue prediche, rovesciò accuse durissime addosso a papa Alessandro VI Borgia.
In epoche più vicine a noi il rapporto fu generalmente assai stretto, tuttavia se molti furono i teologi domenicani custodi dell’ortodossia, non mancarono frati che seppero percorrere vie nuove negli studi, biblici, teologici e storici, che li misero in contrasto con le rigidità culturale dell’ordine e del papato. È il caso, ad esempio, di una vicenda poco nota al grande pubblico: Maurizio Olivieri, domenicano e commissario generale del Sant’Uffizio, che, nel secondo decennio dell’Ottocento, si batté per il riconoscimento della teoria eliocentrica (quella per intenderci di Copernico, che era costata a Galileo Galilei la condanna ai primi del Seicento). Anche nel Novecento molti frati si distinsero per posizioni assai aperte e innovative in campo biblico e teologico e nel dialogo inter-religioso: basti pensare all’olandese Edward Schillebeeckx (1914-2009) che sin dagli anni successivi al Concilio Vaticano II ingaggiò un lungo braccio di ferro con la Congregazione per la Dottrina della Fede (l’erede del Sant’Uffizio) prima circa il cosiddetto Catechismo olandese (1966) e poi per il suo libro Ministero della Chiesa che fu condannato nel 1983 ad opera della medesima Congregazione allora guidata da Josef Ratzinger (il futuro papa Benedetto XVI).

6) In che modo i domenicani si sono dedicati all’attività missionaria?
Come per altri ordini religiosi, occorre distinguere l’azione missionaria dell’epoca medievale da quella dell’età moderna e contemporanea. Infatti, tra Duecento e Quattrocento, le missioni erano spesso spedizioni verso l’ignoto ispirate a una generica ansia di predicare agli infedeli, senza particolare interesse per le lingue, le culture e le religioni diverse. Ciò spiega perché, sebbene domenicani si spingessero a più riprese nell’Impero ottomano, in Persia e fino in India, le loro missioni, come quelle dei francescani, non portarono a esiti duraturi, né a conversioni significative. Viceversa, dopo la scoperta dell’America (nel 1492) i frati che vi si recarono cominciarono a sviluppare – sia pur molto lentamente – un metodo basato sull’interesse per le lingue e le culture dei popoli da convertire alla parola di Dio. Questo spiega perché fu un domenicano, Bartolomé de las Casas, a ergersi a difensore dell’indigeni americani contro le prepotenze dei “conquistadores”. E furono altri suoi confratelli a ottenere che il papa si pronunciasse a favore del rispetto dell’umanità degli indigeni d’America contro tutti coloro che li ritenevano esseri inferiori o sub-umani (e quindi privi di ogni diritto alla vita e alla libertà).
Non va poi dimenticato che i domenicani provenienti dalla Spagna e dal Messico furono protagonisti, spesso severi, dell’evangelizzazione delle Filippine e di difficili missioni in Cina e altre regioni asiatiche. Pochi sanno che il primo vescovo cinese, nella seconda metà del Seicento, fu un domenicano, Gregorio Wenzao. Inoltre frati domenicani furono protagonisti delle missioni in California – il primo arcivescovo di San Francisco (California) fu il frate catalano José Sadoc Alemany (1853) – così come altri domenicani furono i primi missionari cattolici nel Far West ottocentesco.

7) Qual è il ruolo dell’ordine nella Chiesa attuale?
Essendo uno studioso di storia non sono forse la persona più adatta a parlare della realtà odierna di un ordine religioso che esiste da 800 anni! La mia opinione personale è che con la fine delle istituzioni dedite all’Inquisizione e alla censura e malgrado i tanti travagli della modernità, i domenicani si siano liberati da un fardello notevole. Il cammino che dagli anni Sessanta del Novecento hanno compiuto, a mio avviso, è ben rappresentato dalla figura del domenicano sudafricano Albert Nolan che, nel 1983, rifiutò l’elezione alla guida dell’ordine, perché riteneva che per lui la lotta non violenta contro l’apartheid (il regime di segregazione razziale imposto dalla minoranza bianca) in Sudafrica fosse un dovere morale. Oggi i frati predicatori sono impegnati nel loro ministero quali docenti, missionari e religiosi in molte parti del mondo. Mi piacerebbe, se posso esprimere un augurio, che proseguissero i loro sforzi per valorizzare il grande patrimonio storico, artistico e culturale dell’ordine che ha regalato al mondo molti capolavori, come la chiesa e il convento di Santa Maria Novella a Firenze.

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