Prof.ssa Teresa Agovino, Lei è autrice del libro «I conti col Manzoni». Saggi sulle riprese manzoniane nella contemporaneità edito da La scuola di Pitagora. Il libro trae il suo titolo da un aforisma di Gesualdo Bufalino, riportato in esergo, secondo il quale «Come con Dio, i conti col Manzoni non si chiudono mai»: al di là delle facezie, quanto ha pesato, sulla letteratura successiva, il modello manzoniano?
«I conti col Manzoni». Saggi sulle riprese manzoniane nella contemporaneità, Teresa AgovinoRispondo con le parole di Giorgio Patrizi – e ne approfitto per ringraziarlo pubblicamente – che, nella prefazione a I conti col Manzoni, fornisce una prova tangibile della centralità del modello manzoniano partendo proprio dal punto di vista di coloro che se ne allontanano: “Partiamo da una prova a contrario. Carlo Emilio Gadda rappresenta, nel ‘900, l’esempio più alto di un filone antimanzonista, che si snoda attraverso le file degli espressionisti ottonovecenteschi, dagli scapigliati a Pea, fino a Manganelli, agli avanguardisti, neo e vetero […]. Eppure Gadda era stato l’autore di una saggio di autentica venerazione, Apologia manzoniana, apparso, nella stesura definitiva, in “Solaria” nel 1927”.

La prosa italiana dei secoli XX e XXI, in effetti, deve molto ai Promessi sposi; che lo si emuli o lo si rifiuti, un autore come Alessandro Manzoni non si può in alcun modo ignorare. All’interno di Dopo Manzoni (Sinestesie, 2017) avevo cercato di analizzare in che misura I promessi sposi avesse influito sul solo romanzo storico contemporaneo; col tempo, però, la ricerca è andata allargandosi scoprendo sempre nuovi richiami all’autore ottocentesco anche in testi stilisticamente variegati come saggi, poesie o fumetti. Da Verga a Camilleri, attraversando Pirandello, Ungaretti, Tomasi di Lampedusa, Elsa Morante, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo e Max Bunker non vi è autore che abbia potuto, nel corso della propria carriera, evitare di dover fare “i conti col Manzoni”.

In alcuni scrittori la ripresa del modello è un calco palese, si pensi a I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello che – sebbene l’azione si svolga in Sicilia – si avvia con una carrellata paesaggistica in tutto modellata sul ramo del lago di Como di manzoniana memoria. Altrove si possono trovare citazioni rovesciate in senso satirico, come in Federico De Roberto che riprende gli impedimenti dirimenti esposti nel latinorum di don Abbondio per giustificare le varie possibilità di divorzio elencate da Benedetto Giulente al contino Raimondo nei Viceré. Altre volte ancora il modello narrativo viene ribaltato in senso parodistico, in chiave poetica e dialettale o viene addirittura ripreso in maniera talmente impalpabile da apparire quasi una citazione involontaria come nel caso di Elsa Morante che all’interno de La Storia rovescia la prospettiva della piccola Cecilia morta nel descrivere Ida e Useppe di fronte a un treno carico di deportati al lager.

Da tali premesse nasce l’idea di questo secondo volume: una raccolta di saggi, editi e inediti, scritti tra il 2017 e il 2019 che cerca di fare il punto sull’attualità dei Promessi sposi attraverso una serie di ricerche differenti e che sicuramente vedranno ulteriori sviluppi in futuro. La mia ricerca, insomma, non si chiude con questo libro; molto ancora c’è da indagare sul modello manzoniano nei secoli XX e XXI, in particolar modo nei luoghi dove meno lo si andrebbe a cercare: tra i thriller, i fumetti, le parodie.

In che modo la parodizzazione ha accompagnato la ricezione dei Promessi sposi nell’Otto-Novecento?
Ogni grande classico, sin dai poemi omerici, è sempre accompagnato dalla sua parodia; in questo, il romanzo italiano nazional-popolare per eccellenza non fa eccezione alcuna. I promessi sposi del Trio Solenghi-Marchesini-Lopez è ben vivo nella memoria di tutti gli italiani che certamente ricorderanno Massimo Lopez nei panni di un’esilarante Monaca di Monza o del Manzoni onnipresente che guida la narrazione tra alti e bassi umorali, sbucando finanche da un armadio. In ordine di tempo, la parodia più recente (2020) – trasmessa a puntate su Zweb Tv – è I promessi congiunti di Casa Surace, una divertentissima resa contemporanea con don Rodrigo tronista e influencer che minaccia il povero curato tramite messaggi vocali di Whatsapp.

La parodia è, in un certo qual modo, lo specchio dei tempi in cui viene realizzata e come tale si rivela soprattutto nei canali mediatici utilizzati per diffonderla: se negli anni Novanta il Trio si era avvalso del mezzo televisivo e nel 2020 gli attori di Casa Surace hanno usufruito di una web tv per le realizzazioni di video-parodie, già nel 1858 i Fratelli Colla, storici burattinai, allestivano spettacoli di marionette incentrati sulla trama del romanzo manzoniano. Gli anni Settanta e Ottanta sono stati, invece, dominati dalle parodie fumettistiche dei Promessi sposi: indimenticabili i Promessi paperi e i Promessi topi di Walt Disney, con le loro riprese caricaturali anche onomastiche da don Cicciondio a Paperenzo Strafalcino, fino a Lucia Minnella e don Paperigo. Decisamente di nicchia, invece, la versione paninara a fumetti I Promessi Tarri (1986) di Wild Boys – con Renzo skinhead e Lucia in versione dark – o, addirittura, quella pornografica (1989) inserita nella collana I Notturni. Insomma, lavorare sulle riprese parodiche dei Promessi sposi apre a mondi davvero inaspettati. Certamente il romanzo manzoniano è avvertito dal pubblico italiano come un’opera talmente familiare – forte anche delle interminabili ore scolastiche dedicategli – che, sin dal 1840, la parodia ha accompagnato la versione canonica seguendo l’evolversi dei tempi e dimostrando, ancora una volta, l’immortale attualità del classico.

Quali parallelismi è possibile tracciare sul concetto di “rassegnazione” tra Manzoni e Primo Levi?
A questa domanda spero di poter fornire una risposta esaustiva nelle prossime settimane. Recentemente ho pubblicato sul blog di Insula Europea un articolo dedicato proprio al tema della rassegnazione in autori come Primo Levi e Alessandro Manzoni, puntando tutto sul concetto di speranza che traspare dagli scritti dei due autori e sul loro “ragionare su tempi lunghi” – la frase è di Ferdinando Camon – consegnando ai posteri i loro scritti in attesa di tempi migliori. Continuando a lavorare su una tematica così controversa, però, l’asse delle mie ricerche si è spostato sul concetto stesso di rassegnazione. Mi spiego. Già all’atto stesso della pubblicazione dei Promessi sposi, Manzoni venne accusato dai commentatori mazziniani – Francesco Saverio Salfi in primis – di inneggiare alla rassegnazione; di aver, cioè, scritto un romanzo che invitasse l’uomo all’indolenza, a non far nulla per modificare lo stato delle cose poiché esso non è in alcun modo sovvertibile. Secondo un tale assunto ogni rivolta, moto di indignazione e, allargando il cerchio, ogni singola azione umana in reazione a eventi ingiusti o nefasti perderebbe di senso. Eppure I promessi sposi è un continuo invito all’operosità e alla laboriosità, il che creerebbe un paradosso insolvibile. Il nodo da sciogliere è, in realtà, di tipo strettamente semantico. Semplificando al massimo potremmo dire che la rassegnazione, intesa in senso cristiano, non consiste affatto nell’inoperosità e nell’inattività, nella resa incondizionata di fronte ai mali del mondo, al contrario: il tipo di rassegnazione cui Manzoni invita il lettore nei Promessi sposi è legato all’idea di imparare a discernere cosa si può realmente modificare e cosa, invece, no. Fra Cristoforo invita Renzo alla pazienza di fronte alle mire di don Rodrigo verso Lucia ma non per questo lascia che le cose restino come sono; se il frate non può cancellare il capriccio di Rodrigo può però cercare di parlare al suo cuore, di farlo ragionare insomma. Una scelta tutt’altro che rassegnata, nel senso più ampio del termine. Lo stesso dicasi per tutti i personaggi del romanzo (ad eccezione della Monaca di Monza, ovviamente); anche Lucia di fronte all’Innominato, se non può scappare dal castello, tenta comunque di combattere con le proprie armi per cercare di cambiare ciò che può e di intervenire sui sentimenti del terribile rapitore.

In tal senso, spostando la prospettiva all’esperienza del lager testimoniata da Levi la domanda cui sto cercando di dare risposta diventa: si può attribuire ad un autore dichiaratamente ateo, pur tanto legato alla narrativa manzoniana, un pensiero fondato sullo stesso concetto di cristiana rassegnazione? Levi non tenta mai la fuga dal lager – e delle motivazioni di una tale scelta narra egli stesso all’interno dell’appendice a Se questo è un uomo – ma non per questo egli smette di lavarsi, di lavorare, di rubare persino quando ciò è possibile e necessario. Anche Primo Levi di fronte alla brutalità del lager sembra, insomma, manzonianamente rassegnarsi a ciò che non può modificare, combattendo comunque come può per la propria sopravvivenza e tramandando ai posteri ciò che ha vissuto nella speranza che una tale barbarie non abbia a ripetersi.

Se il risultato delle mie ricerche avrà, come spero, esito positivo un nuovo tassello si potrà aggiungere agli innumerevoli punti di contatto tra due autori ideologicamente tanto vicini quanto, al contempo, distanti come Manzoni e Levi.

Quale eco ha avuto l’opera di Alessandro Manzoni nella poesia contemporanea?
Parafrasando Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, “That’s funny!” – È buffo: l’influenza di Manzoni sulla poesia contemporanea non è in alcun modo legata al suo instancabile lavorìo poetico ma, al contrario, lo è indissolubilmente alla sua opera in prosa! Già dai primi anni del Novecento la poesia manzoniana viene abbondantemente superata e drasticamente contrastata – un’idea se ne può avere leggendo le Lezioni Brasiliane e alcune tra le Pagine sparse di Giuseppe Ungaretti, impietoso commentatore dei versi composti da Manzoni – mentre, in senso inversamente proporzionale, la fama del romanzo nazional-popolare per eccellenza cresce al punto da invadere anche il campo della poesia. Ancora più “buffo” è il dover constatare che gli autori dei poemi modellati sui Promessi sposi invertano non solo la struttura prosastica della narrazione ma anche l’intento linguistico originario di Manzoni: la stragrande maggioranza delle opere in versi incentrate sui Promessi sposi è, infatti, composta in dialetti locali! Solo per citarne qualche esempio, possiamo trovare I promessi sposi in poesia napoletana (Raffaele Pisani, 1976), I promessi sposi in versi milanesi (Marco Candiani, 1999), I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Riduzione in versi in dialetto siciliano di Gianni Argurio (2007). C’è da dire che, in questi casi specifici, non si tratta quasi mai di parodie del romanzo, al contrario: i poeti che incentrano le loro opere in versi sui Promessi sposi solitamente hanno intenti celebrativi e, sembra, una inconscia volontà di riavvicinare linguisticamente alle proprie origini un romanzo così fortemente amato. Il doppio rovesciamento, quindi, da prosa in poesia e da lingua a dialetti viene di norma realizzato in omaggio al grande autore ottocentesco e mai – o quasi mai – con intento comico-parodistico. La riprova si ha nello straziante episodio della madre di Cecilia, che ho avuto modo di analizzare in merito al poema di Pisani: nessun autore di parodia, infatti, si presta a trattare comicamente un tema tanto delicato come la perdita di una figlia tanto giovane durante una terribile epidemia di peste.

Quali riferimenti al contesto manzoniano è possibile rinvenire nell’opera più importante di Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale?
Romanzo Criminale – l’opera dedicata alla parabola malavitosa che ha visto l’ascesa e il collasso della Banda della Magliana tra il 1975 e il 1985 – apparentemente non ha nulla a che vedere col mondo manzoniano; eppure, ad un’attenta lettura, il romanzo di De Cataldo abbonda di riferimenti non solo ai Promessi sposi ma anche e soprattutto alla Storia della Colonna Infame.

Al di là delle citazioni letterali che si possono facilmente riscontrare all’interno del romanzo, il problema etico centrale che il magistrato tarantino sembra porsi a più riprese è proprio quello legato alla giustizia terrena, a La certezza del diritto e ai problemi che insorgono quando i giudici non vedono – o non vogliono vedere – determinate ingiustizie perpetrate ai danni degli imputati o delle vittime di reati penali.

Tema centrale, all’interno di Romanzo Criminale, infatti, è proprio il rovello del commissario Scialoja legato alle molteplici imputazioni mosse ai membri della Magliana, mai incriminati per associazione mafiosa a causa di un semplice cavillo: la banda romana non utilizzava rituali di iniziazione paragonabili a quelli mafiosi o camorristici. Il dato è storico e reale e l’immaginario personaggio di De Cataldo nota che, in realtà, l’unico simbolo di appartenenza alla Magliana era rappresentato dal possesso di orologi Rolex. L’indagine di De Cataldo non è poi così lontana da quella che aveva attratto il nipote di Cesare Beccaria: scavando negli atti dei tribunali si può trovare una lunga serie di inesattezze, più o meno volontarie, all’interno delle sentenze; errori dettati dai tempi, dalla società e dal condizionamento inconscio degli stessi giudici, che possono danneggiare irrimediabilmente il corso della giustizia ai danni delle vittime.

Sul piano strettamente narrativo, poi, un personaggio di De Cataldo ha particolarmente attirato la mia attenzione in merito ai rapporti con Manzoni: il Vecchio. Come l’innominato, anche il personaggio contemporaneo non gode di un nome di battesimo che lo identifichi a fronte, invece, di un potere vastissimo. Il Vecchio, apparentemente un impiegato statale senza troppe pretese, muove in realtà le fila della Storia, dalle sorti del sequestro Moro fino alla strage di Bologna (alcuni commentatori lo identificano come un personaggio a chiave per Licio Gelli, altri per Giulio Andreotti che, curiosamente, in un’intervista ebbe a dire di sé stesso “Se fossi un personaggio manzoniano sarei l’innominato!”). Il Vecchio dispone di una serie di “bravi” al suo servizio (gli agenti segreti corrotti Zeta e Pigreco) e terminerà la propria vicenda esistenziale con una vera e propria conversione. Tale conversione, però, non può volgersi al bene, come accade per il personaggio manzoniano ma renderà a sua volta corrotto il poliziotto Scialoja attraverso la cessione da parte del Vecchio di carte compromettenti. Una prospettiva, quindi, rovesciata della psicologia di un personaggio grande nel male che sente avvicinarsi la morte e sceglie di seguire “la voce di Dio” (De Cataldo) non raggiungendo, però, la grandezza del personaggio di manzoniana memoria. I tempi sono cambiati, la salvezza e la redenzione sembrano non essere più possibili negli Anni di Piombo, non basterebbe nemmeno “un’opera di misericordia” (Manzoni) – della quale, peraltro, il Vecchio non sarebbe neppure capace, a differenza dell’innominato – per essere perdonati da Dio. È, insomma, innegabile che Giancarlo De Cataldo abbia letto tanto il Manzoni dei Promessi sposi quanto quello della Colonna Infame attraverso una duplice ottica, quella del narratore da un lato e quella del magistrato dall’altro.

Quale attualità mantiene oggi il capolavoro di quello che Lei, scherzosamente, definisce «un bigotto milanese morto quasi 150 anni fa»?
È un dato lampante che la pandemia di covid-19 che ci siamo trovati inaspettatamente a dover affrontare abbia risvegliato un forte interesse verso i capitoli dei Promessi sposi dedicati alla peste; mi riferisco nello specifico al XXXI e al XXXII, quelli in cui il Manzoni romanziere cede il passo allo storico e all’indagatore dell’animo umano di fronte alla negazione delle epidemie e al suo contrario, ovvero l’isteria di massa. Davanti al pericolo di un’epidemia le reazioni popolari dei milanesi del secolo Decimosettimo, così ben dipinte da Manzoni, non sono poi tanto distanti da quelle che leggiamo oggi sui giornali. In un recente seminario tenuto presso l’Università Dimitrie Cantemir di Bucarest sono riuscita a confrontare i passi manzoniani con i vari titoli delle testate giornalistiche nazionali dallo scorso febbraio ad oggi, senza riscontrare particolari difficoltà interpretative: carenza di personale medico-infermieristico, negazionismo, assalto ai negozi che vendono beni di prima necessità, sciacallaggio di varia natura e così via fino alla ricerca del paziente zero… tutto era già stato descritto, mutatis mutandis, nei Promessi sposi. In fondo non siamo poi così diversi dai nostri antenati; la società del progresso, della globalizzazione, della tecnologia, si comporta – di fronte ad un’inspiegabile epidemia – esattamente come quella del Seicento. D’altronde, Manzoni sapeva anche questo e quanto afferma nell’opera Del romanzo storico, ovvero “Non sempre ciò che vien dopo è progresso” ricondotto al contesto contemporaneo suona di un’attualità sconcertante.

Guardando più a fondo, però, l’incredibile modernità manzoniana non è unicamente legata alla pandemia che stiamo vivendo ma ha radici ben più profonde. Credo che i detrattori contemporanei dei Promessi sposi li abbiano letti male o, forse, parafrasando di nuovo Manzoni “Al libro […] è toccata una sorte, non nova nel suo genere, ma sempre curiosa e notabile; quella, cioè, d’esser citato da molti, e non letto quasi da nessuno”. Insomma, quanti italiani – al di fuori del mondo strettamente accademico, s’intende – possono dire di aver letto, integralmente e più di una volta, il romanzo manzoniano? Nell’articolo in cui ho scherzosamente definito Manzoni “un bigotto milanese morto quasi 150 anni fa” – edito per la prima volta sul blog Laletteraturaenoi.it il 9 luglio 2018 – mi preoccupavo proprio della trasmissione del romanzo manzoniano alla Generazione Y – che poi è la mia – e che ormai, a livello universitario, sta già evolvendo verso la Z. Insomma: come si può presentare agli studenti di oggi un romanzo come I promessi sposi? Vale ancora la pena farlo? Spero di aver dimostrato in quella sede che, presentato nel giusto contesto didattico, Manzoni abbia ancora molto da dire. Al di là di quanto già detto in precedenza – e cioè che senza Manzoni non avremmo la maggior parte dei romanzi italiani, storici e non, del XX e XXI secolo così come li leggiamo oggi – va anche ricordata la non comune capacità dell’autore lombardo di dipingere l’animo umano in tutte le sue forme. I personaggi dei Promessi sposi sono sempre verosimili, mai diametralmente “buoni” o “cattivi”, spesso incanalati in una multiforme scala di grigi che li rende davvero umani. Credo che uno studente, soprattutto se molto giovane, debba cogliere principalmente questo aspetto del romanzo: l’ansia della giovane Gertrude, il panico del pavido don Abbondio davanti ai bravi, l’eccesso di collera del padre Cristoforo di fronte al sopruso di don Rodrigo, la collera in stato d’ebbrezza del ventenne Renzo all’osteria. Ogni essere umano, nel proprio quotidiano, vive a più riprese stati d’animo simili – soprattutto in età adolescenziale e post-adolescenziale –; Manzoni li ha raccontati tutti, è riuscito ad indagare talmente a fondo nel “guazzabuglio del cuore umano” (sic!) che dopo un secolo e mezzo ancora possiamo riconoscerci nei suoi personaggi.

L’attualità di Manzoni risiede anche dove meno potremmo aspettarcela: nelle descrizioni paesaggistiche; Andrea Camilleri lo sapeva bene. Così, infatti, lo scrittore siciliano spiegava a Tullio De Mauro come Manzoni avesse dato persino vita a dei veri e propri story-board: “Il fatto è che Manzoni ha un tipo di narrazione visiva straordinaria, a leggerlo da questo punto di vista ti giuro che è cinema. È cinema perfino le cose che sembrano più noiose: Addio monti sorgenti… è una meravigliosa e straordinaria carrellata. E che fosse visivo, te ne accorgi dalle indicazioni che dà al suo illustratore, il cui disegno […] diventa complementare alla narrazione, importante allo stesso modo […]. E questo è cinema, questo è story-board, e non lo poteva sapere.”

Se ciò ancora non bastasse, vi è un’ulteriore prova dell’attualità manzoniana, forse meno evidente ma di importanza monumentale: l’attenzione agli umili, agli emarginati, ai “figli di nessuno” e la constatazione che la giustizia umana, spesso, condanna senza appello gli ultimi della fila nell’indifferenza generale della società. La storia di Piazza e Mora, così superbamente sviscerata nella Colonna Infame, è mutatis mutandis la storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti – “That agony is your triumph” cantava Joan Baez sulle note di Morricone –, di Stefano Cucchi e delle battaglie della sorella Ilaria, di ogni vita umana stroncata dal mare nella più totale indifferenza di chi sfoglia un quotidiano ogni mattina e torna ai propri impegni perché tanto “così va spesso il mondo” (e cito di nuovo Manzoni). Insomma, Manzoni è talmente attuale che, dopo quasi due secoli, lo si può persino citare a più riprese unicamente per spiegare quanto egli sia attuale!

Teresa Agovino (11/07/1987) è dottore di ricerca in Letterature Romanze; nel 2016 si è addottorata presso l’Università ‘Orientale’ con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Ha pubblicato numerosi articoli inerenti la prosa italiana del tardo Novecento e i primi anni Duemila. Si occupa principalmente di ricerca su Primo Levi, Camilleri, De Cataldo e sul modello manzoniano nella letteratura del Novecento e Duemila. Attualmente è Professore Straordinario a t.d. di Glottologia e linguistica presso l’Universitas Mercatorum di Roma e docente a contratto presso UniPegaso e SSML Benevento. Ha pubblicato i volumi Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento; Elementi di linguistica italiana per il corso di laurea SSML (Sinestesie) e I conti col Manzoni (La scuola di Pitagora).

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