I cognomi degli Italiani. Una storia lunga 1000 anni, Roberto BizzocchiProf. Roberto Bizzocchi, Lei è autore del libro I cognomi degli Italiani. Una storia lunga 1000 anni edito da Laterza: quando e come nasce l’uso del cognome?
Si tratta appunto della domanda principale cui il mio libro cerca di rispondere. Non è possibile una risposta secca, perché il concetto di nascita dell’uso del cognome non è di per sé univoco: bisogna distinguere fra uso quotidiano, uso burocratico, vera e propria stabilizzazione, e così via. Comunque, per non sfuggire del tutto alla domanda, si può dire che nel senso più pieno del termine il cognome moderno, come lo intendiamo noi, nasce con lo stato civile dell’Italia unita, e dunque nella seconda metà dell’Ottocento. Però il processo di formazione- piuttosto che una nascita puntuale nel tempo- dura addirittura per secoli. Esso è il frutto dell’interazione fra motivazioni sociali e amministrative. Dalla società ci sono spinte alla formazione dei cognomi: quelli dei nobili innanzi tutto, per ovvie ragioni di trasmissione del patrimonio e del prestigio, ma anche quelli di non nobili, anche contadini per esempio, che hanno interesse a vedere riconosciuto il legame fra una generazione e l’altra. Quanto alle amministrazioni statali ed ecclesiastica, si capisce che tendano a volere ordine, classificazione, distinzione per i loro soggetti. E in riferimento a questa volontà possiamo anche segnare due momenti fondamentali dello sviluppo dei cognomi prima dell’Ottocento: il concilio di Trento nella seconda metà del Cinquecento impone ai parroci la stesura di libri per registrare con precisione i nomi e le tappe della vita religiosa dei loro parrocchiani; mentre nel Settecento gli stati del cosiddetto assolutismo illuminato fanno una politica di intervento e controllo, poi energicamente ripresa in età napoleonica, per identificare con sicurezza ogni cittadino, a cominciare dalla fissazione della coppia onomastica nome/cognome.

Qual era e quale è diventata la funzione sociale del cognome?
Se parliamo di cognomi stabilizzati, nel senso nostro, si deve piuttosto parlare di funzione amministrativa. Oppure, in tempi più antichi, una funzione sociale l’avevano i cognomi precocemente stabilizzati- cioè già nel medio evo- delle grandi famiglie nobili. Per il resto della popolazione la funzione sociale è quella di riconoscersi e distinguersi all’interno di una comunità (rurale, o di quartiere o parrocchia in città); ma tale funzione sociale implica, almeno fino all’applicazione del concilio di Trento, che fu relativamente lenta, o addirittura fino al Settecento, enormi oscillazioni: un uomo, la sua famiglia, identificati in un certo modo in un momento e in un contesto, potevano esserlo diversamente in altre circostanze. Perciò in questa lunga fase i cognomi non sono sempre ben distinti dai soprannomi, che per l’appunto sono il tipico sistema sociale di identificazione di un singolo o di una famiglia. E infatti è interessante notare che con la fissazione ottocentesca dei cognomi i soprannomi non sono affatto spariti, perché rimaneva necessario distinguere, o magari apostrofare. Il cognome stabilizzato perde, attraverso le generazioni, il suo senso originario: un Fabbri può fare il medico, un Gobbi essere ben dritto, e così via. Invece i soprannomi hanno continuato a lungo una loro vita propria, variabile, per adattarsi ai cambiamenti. Naturalmente negli ultimi decenni anche i soprannomi hanno perso vigore di fronte a mutamenti sociali epocali rispetto alle nostre società tradizionali; ma questo è un altro discorso.

Quali sono i cognomi più diffusi nel nostro paese e perché?
A questa domanda non ha senso che risponda io qui. Basta navigare in rete e si trovano molti siti che danno ricchissima informazione al riguardo. Quanto alla ragione della maggiore diffusione di un cognome rispetto a un altro, una risposta sistematica e fondata è davvero impossibile. Propongo una mia impressione: un cognome, più precisamente un soprannome/cognome che finisce con lo stabilizzarsi, deve avere una carica di diversificazione; e forse questo valeva appunto per il cognome italiano più diffuso, Rossi al Centro-Nord e Russo al Sud.

Quali etimologie è possibile riscontrare nei cognomi italiani?
Semplificando, rispetto alle suddivisioni più raffinate dei linguisti, possiamo indicare quattro tipologie. La prima è quella dei cognomi patronimici o matronimici, in forma composta (Di Pietro, De Luca, D’Agata, De Maria) o semplice (Paoli, Martini, Rosi, Agnesi). La seconda è quella dei cognomi toponimici, diversificata al suo interno fra cognomi riferibili a grandi etnie (Lombardi, Greco, Albanese), a entità più ridotte (Trevisan, Marchegiani, Calabrese, Damilano), ovvero a elementi topografici decisamente minori (Piazzi, Della Porta, Montanari, Delle Piane). La terza tipologia comprende cognomi derivati da mestieri (il già citato Fabbri, e simili), cariche (Podestà, Vicario, Rettori, Cancellieri) o funzioni esercitate (Compare, Padrini, ma anche Fratello, La Sorella). In quest’ultima sottocategoria si possono classificare anche i cognomi tipici degli esposti o trovatelli (Esposito, Trovato, Proietti, Colombo, Casadei ecc.). Infine la quarta tipologia è quella legata alle caratteristiche fisiche o morali (i già citati Gobbi, Rossi/Russo, oltre a Basso, Gentile, Sordi, Bellini, ma anche Falco, Volpe, Vacca).

Quanto sono diffuse le particelle nobiliari tra i cognomi italiani?
Non saprei dare una percentuale attendibile. Posso però fare un’osservazione storica: il “de” era un modo per indicare una famiglia, a prescindere dalla sua nobiltà, nei documenti in latino. Mi spiego: se in un documento trovo scritto “Paulus Martini”, cioè nominativo+genitivo, devo tendenzialmente tradurre “Paolo di Martino”; se trovo scritto “Paulus de Martinis”, cioè nominativo+ablativo plurale, devo tradurre “Paolo Martini”. Ciò significa semplicemente che un patronimico si sta trasformando in cognome stabile. Di per sé la persistenza del “de” in un cognome è indicativa, ma non risolutiva.

Quali regole sottostanno alla diversa diffusione geografica dei cognomi italiani?
Non ci sono regole; ci sono fenomeni storici di enorme portata, che non si lasciano descrivere in poche righe. Riporto solo qualche esempio ripreso dal mio libro. A Latina si trovano cognomi tipicamente veneti (Marangon, Nardin, Salvador, Baretta) a causa della bonifica e popolamento dell’Agro Pontino in epoca fascista. Il cognome calabrese Macrì è più diffuso a Roma, Torino, Genova e Milano che a Catanzaro e Reggio Calabria. Di per sé il fenomeno delle migrazioni interne nell’Italia del Novecento è di un rilievo evidente a tutti; ma nel mio libro ho cercato di trattare anche fenomeni di entità minore e tuttavia importanti: un caso molto interessante è per esempio quello dei cognomi dei Valdesi, insediati nelle valli Pellice, Chisone e Germanasca, ad ovest di Torino e ai piedi delle Alpi, cognomi nella cui storia s’intrecciano localizzazione geografica e identità religiosa.

La legge italiana consente ora di affiancare a quello paterno anche il cognome materno, come nei paesi ispanofoni: lo ritiene un costume destinato a diffondersi?
Qualche anno fa la questione sembrava scottante, ma non mi pare che gli effetti pratici siano poi così rilevanti. A parte l’area ispanica, in altri paesi europei la possibilità esiste da molto tempo, ma non è stata molto sfruttata, forse per inerzia, forse per evitare complicazioni su una questione non percepita da tutti/tutte come vitale. Staremo a vedere. Il fatto è che la discriminazione nei confronti delle donne ha aspetti più dolorosi e gravi di questo della subordinazione onomastica.

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