#Humanless. L'algoritmo egoista, Massimo ChiriattiDott. Massimo Chiriatti, Lei è autore del libro #Humanless. L’algoritmo egoista edito da Hoepli: quale impatto hanno sulle nostre vite gli algoritmi?
Tutte le attività, nella dimensione immateriale della nostra esistenza, hanno un’interfaccia governata da algoritmi. Qualsiasi ricerca sul web, intenzione di acquisto o chat è osservata e guidata da algoritmi. Quindi l’impatto è ancora più grande di quello che ci ha dato l’introduzione dell’uso dell’elettricità. Il driver di tutti i cambiamenti è la tecnologia, nello specifico, gli algoritmi che “imparano” dai dati che usiamo nell’intelligenza artificiale.

Questi cambiamenti allargano l’influenza della globalizzazione. La tecnologia e la globalizzazione sono i due maggiori fattori che regolano o creano problemi nei rapporti geopolitici ed economici tra le nazioni, finanche gli avvenimenti climatici.

Quali rischi presenta l’adozione diffusa degli algoritmi?
C’è una doverosa premessa da tenere sempre in mente: ogni tecnologia, algoritmi compresi, è sempre una scelta a disposizione dell’Uomo, quindi è sempre un vantaggio.

Osserviamone gli elementi costitutivi dell’intelligenza artificiale: i dati, gli algoritmi e la capacità computazionale.

Sia nei dati, sia negli algoritmi possiamo -anche inconsapevolmente- inserire i nostri pregiudizi (chiamati bias). Qualche esempio pratico sui rischi che si corrono: chi è responsabile dell’incidente occorso a un’autovettura a guida autonoma, l’algoritmo o chi l’ha scritto? Che bias portava con sé l’autore? Era consapevole della sua storia di uomo bianco, ricco e colto? Una persona o un gruppo si possono bloccare, ma un algoritmo, specie se distribuito, è inconsapevole.

Quindi tali pregiudizi rischiano di essere addirittura amplificati dal computer, dato che elabora una grande quantità di dati in autonomia.

Un conto sono gli algoritmi deterministici, il cui percorso è tracciabile, un conto sono i modelli decisionali che emergono dal machine learning, basati su modalità intrinseche non pienamente comprensibili. Il software sta diventando più potente, ma anche meno trasparente e più complesso. In altre parole, tali algoritmi non deterministici non ci spiegano in che modo sono arrivati alla decisione, non sono naturalmente trasparenti.

Quali sviluppi economici e tecnologici avrà la società algoritmica?
Oggi il collo di bottiglia della produttività è la predizione, per esempio, dobbiamo aiutare gli imprenditori a stimare con più precisione la domanda di beni da parte dei consumatori, soprattutto online.

L’obiettivo dell’intelligenza artificiale è proprio la predizione (anche grazie a avanzati modelli statistici).
C’è una ragione economica per usarla estensivamente: se il costo della predizione scende moltissimo allora iniziamo a usarla laddove prima era inimmaginabile. È già successo con internet. L’uso della tecnologia è aumentato laddove questa ha ridotto il costo della ricerca e dello scambio di informazioni, perché quando un servizio migliora la sua efficienza, costa di meno e se ne consuma più di prima. Ci si aspetta di vederla impiegata nella logistica, nei trasporti, in agricoltura e in molti altri settori.

Dove sta andando il lavoro?
Il lavoro è ancora troppo spesso misurato con la produttività oraria o per prodotto, come fossimo robot, purtroppo.

Hanno iniziato le macchine e l’elettricità a distruggere migliaia di posti ma poi, grazie ad esse, abbiamo creato le basi per la radio e la televisione e i computer moltiplicando il lavoro. Il cambiamento è necessario perché saranno le macchine a occuparsi di molti dei nostri lavori del passato, per questa ragione dobbiamo inventarne di nuovi.

In effetti risparmiamo lavoro, ogni giorno che passa, con i progressi degli algoritmi e con i nuovi processi produttivi. C’è asimmetria informativa, l’algoritmo saprà prima dell’uomo quando la sua mansione è finita per sempre, l’importante per l’uomo quindi è non lasciarsi definire la vita da quella mansione.

Dobbiamo cercare di compensare la sostituzione dei lavoratori che fuoriescono dalle grandi industrie con una modalità di riconversione industriale adatta a questo tempo digitale.

Tanti di noi hanno avuto uno o pochi datori di lavoro per tutta la vita.

Le cose ora cambiano e i nostri figli si devono abituare al nuovo modello: la vita media si allunga, la vita delle imprese si accorcia, quindi significa che devono sempre più spesso cambiare specializzazione e cercarsi tanti datori di lavoro nella loro vita. Oppure, se faranno gli imprenditori, devono essere capaci di scegliere i lavoratori e cambiare molto spesso linea di business e direzione.

La soluzione consiste nell’imparare l’atteggiamento mentale. Oggi ci sono grandi occasioni da cogliere, basta agire nel momento giusto, con la professionalità appropriata e con la ricompensa riconosciuta dal mercato.

C’è un’ultima condizione, il luogo, speriamo sia l’Italia. Perché anche da qui possiamo avere la disponibilità di risorse elaborative a basso costo e informazioni specialistiche sconfinate in rete, per consentire ai più bravi, anche in tenera età, di “connettere i punti”, lavorare per conto proprio e crearsi un lavoro. Potrebbe essere la speranza di molti.

Nel libro Lei presente un’interessante prospettiva chiamata algobiologia: in cosa consiste?
È un neologismo introdotto al fine di invitare i lettori, e gli studiosi dell’evoluzione dei sistemi informatici, ad approfondire questi mutamenti in cui le macchine “imparano” da sole. E se imparano allora vuol dire che si concretizza il fenomeno esponenziale dell’apprendimento.

L’abbiamo creato noi il software, e ora sta diventando autonomo. Qualsiasi organismo dotato di energia e informazione è in grado di elaborare una scelta “inconsapevole” per la sua evoluzione. La creazione in divenire di questo organismo non è un atto intenzionale né collettivo. Lo facciamo inconsciamente e non abbiamo un obiettivo comune. È quindi qualcosa che sta nascendo per caso. E che si evolve per caso. Come noi.

Le conseguenze, sperabilmente positive, possono avverarsi in tempi rapidissimi, ma è meglio studiare tali processi e governarli, affinché siano sempre di aiuto e complementari all’uomo, mai in sostituzione.

Quale futuro per l’intelligenza “artificiale”?
L’avanzare dell’AI richiede grandi adattamenti, ma i posti di lavoro sono problemi socioeconomici, non è un problema “tecnico” per tecnici.

L’AI è inevitabile, e se tutte le sue implicazioni ci lasciano paralizzati nell’incertezza diventeremo sempre più passivi, aspettiamo solo di vedere cosa accade per –poi- decidere. Di certo non possiamo conoscere tutte le risposte, ma ogni tecnologia che ci spinge alla passività è dannosa.

Il passato è immutabile, ma il futuro non è ineluttabile, dipende solo dalle scelte che facciamo. La parte differente rispetto alle scelte sociali del passato è che bisogna scegliere bene e velocemente.

C’è da essere ottimisti, questa non è una crisi, è un cambio strutturale del sistema economico. La tecnologia plasma le azioni umane; quando irrompe sulla scena è talvolta distruttiva, poi nel tempo la storia ha insegnato che sappiamo coglierne il meglio.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link